Artrosi e dintorni

Viaggio nella patologia del futuro

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Siamo sempre più longevi, le aspettative di vita alzano l’asticella di pari passo con i successi della ricerca scientifica. Allo stesso tempo, però, viviamo nell’era dell’efficienza e, a meno di statistiche taroccate, dagli Istituti di Previdenza ci riferiscono che godiamo di buona salute e che ci tocca lavorare fin quasi a settant’anni. Ma quando i dolori articolari ci ricordano che l’età anagrafica è ormai una miccia innescata, il dubbio che ci stiano ingannando si fa consistente.

Nella rilettura di un’intervista rilasciata al tg scientifico Medicina33, il professor Marco Lanzetta, chirurgo della mano e consulente del Centro Nazionale Antiartrosi di Monza, ci spiega i meccanismi di difesa verso una patologia che, se non curata per tempo, ci renderà meno allettante l’estendersi delle prospettive di vita.

L’artrosi sarà la malattia del secolo dovuta al fatto che la popolazione invecchia, e allungandosi le prospettive di vita possiamo immaginare l’impatto che essa avrà sul nostro futuro. I calcoli ci dicono che nel 2020, in America, circa 65 milioni di individui soffriranno di artrosi. In Italia la proiezione è più bassa in quanto abbiamo una fascia ristretta di popolazione obesa o in sovrappeso, fattore predisponente all’artrosi, mentre negli Stati Uniti è già piaga sociale.

Attualmente sono più di 6,5 milioni gli italiani che ne soffrono, quasi tutti di sesso femminile in quanto si tratta di una malattia ereditaria che si trasmette dalla madre. I primi sintomi appaiono verso i 40 anni e per chi ha casi di malattia in famiglia è bene cominciare a fare controlli già verso i 30 anni”.

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Il professor Lanzetta è famoso per aver eseguito il primo trapianto di mani al mondo, nel 1998. Da allora si occupa di artrosi, in tutte le sue forme e in tutte le articolazioni che ne risultino colpite: ginocchia, mani, piedi, schiena, gomiti e ovunque ci sia usura dell’articolazione.

Bisogna chiarire la differenza tra artrosi e artrite: la prima subentra in quanto l’articolazione si usura a causa della forte familiarità, quindi fattori generici, traumi, sollecitazioni meccaniche stile di vita, e colpisce l’individuo già adulto; la seconda, al contrario, è una malattia causata dal nostro sistema immunitario, che reagisce scatenando una risposta aggressiva verso le nostre articolazioni. Le aggredisce e le distrugge. L’artrite può colpire anche in giovanissima età, frequenti sono i casi di artrite reumatoide anche tra i giovanissimi.

Se parliamo di artrosi un punto deve essere chiaro, e cioè che non si risolve assolutamente con gli antinfiammatori, che anzi producono solo effetti collaterali.

Per quanto riguarda le cause, abbiamo detto che l’ereditarietà espone al rischio di malattia e questo vale soprattutto quando sono interessate le mani. Per le anche e le ginocchia le cause possono essere addebitate al sovrappeso. E’ di fondamentale importanza quindi rivolgere la prevenzione al movimento fisico e al controllo dell’alimentazione”.

Nel centro antiartrosi di Monza ciascun professionista si occupa di artrosi relativamente ad una parte specifica del corpo, in modo da diventarne esperto. La risposta diagnostica che ne risulta è altamente precisa e attendibile.

L’artrosi – spiega l’esperto – inizialmente, in genere, colpisce le mani. Si comincia con i dolori, le nodosità, la rigidità mattutina, quindi una diminuzione della funzionalità sempre maggiore fino ad arrivare alla deformità dell’arto. Fino a ieri si tendeva ad accettare con rassegnazione la presenza dei dolori articolari, ma oggi non è più così. Magari non la si può annientare completamente, ma si può rallentarne tantissimo l’evoluzione”.

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Ma come fare? Quali sono le buone abitudini che possono venirci in aiuto?

Sicuramente lo stile di vita è di fondamentale importanza, – spiega l’esperto – quindi l’alimentazione e l’uso di specifici integratori. Per la diagnosi sono indispensabili raggi o tac, a seconda dell’arto interessato, dopodiché saranno utili un’indagine metabolica, dei piccoli test dell’urina, della saliva e del sangue, per capire, al di là dei casi di familiarità, il motivo per cui il soggetto sta sviluppando la malattia. Gli esami degli acidi grassi e dello stress ossidativo ci daranno la risposta individuale all’invecchiamento e ai processi che creano radicali liberi, cioè quelle molecole di ossigeno che si sviluppano e che, se non vengono catturate, circolano liberamente creando danni. A catturarle ci pensano gli integratori, e tra le molecole più studiate che hanno dato una risposta eccezionale troviamo la curcumina.

La tecnologia oggi ci aiuta con i nuovi trapianti di cellule staminali, che danno risultati eccezionali. Ma ciò su cui ci dobbiamo concentrare è l’alimentazione. I farmaci non trovano più spazio nella cura di una malattia cronica come l’artrosi, questi vanno sostituiti appunto con una dieta bilanciata e con l’utilizzo di integratori naturali”.

Ma quali sono gli alimenti da eliminare?

“Per ogni paziente il percorso curativo prevede una dieta personalizzata, ma in generale chi soffre di artrosi dovrebbe eliminare tutto ciò che è di origine animale: carne, uova, latticini. Il sacrificio viene ricompensato dalla scomparsa dei dolori. Di solito i nostri pazienti, dopo aver conosciuto il benessere fisico della dieta, non tornano più indietro. In alcuni casi di particolari necessità potrà essere prescritto del pesce azzurro, per garantire una buona scorta di Omega 3, oppure reintrodurre l’uovo, ma solo nell’albume per l’alto contenuto di proteine”.

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Le scelte alimentari quotidiane, proprio perché continuative, svolgono un ruolo importante nell’andamento della malattia. Ma se c’è in natura un alimento che non dovrebbe mai mancare dalla tavola, questo è il peperoncino. Il Professor Lanzetta ne conferma le comprovate proprietà, avendo fatto della capsaicina contenuta nella pianta erbacea un vero e proprio integratore da somministrare ai suoi pazienti.

L’estratto secco di questo ortaggio, oltre ad essere antibatterico, antiossidante, digestivo e ricco di vitamina C, è usato da millenni come antidolorifico e antinfiammatorio. Molti studi, negli ultimi anni, hanno dimostrato la sua capacità di bloccare i recettori che inviano il segnale del dolore, in particolare il recettore TRPV-1. Un traguardo interessante, anche alla luce del fatto che, secondo alcuni ricercatori, il dolore non sarebbe solo un sintomo, ma danneggerebbe esso stesso cellule e tessuti.

Bloccare il recettore del dolore, quindi, potrebbe voler dire allungare la vita.

(Fonte: TG scientifico Medicina33 e pagina ufficiale CNA di Monza)

Maria Cristina Negro

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