BELMONTE MEZZAGNO ATTRAVERSO GLI OCCHI DI SARBATUREDDU

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cms_22166/0.jpgPer raccontarvi questo libro ad episodi ho giocoforza bisogno della vostra collaborazione, così vi inviterò a programmare la vostra macchina del tempo e di portarla ai primi anni sessanta, e, come luogo, impostate le coordinate nell’Italia di quel tempo, quella propria del primo boom economico, perché è proprio lì che vi porterò.

Perché è proprio lì che inizia, si sviluppa e si evolve l’azione narrativa che sono felice di avere conosciuto per primo e che, soprattutto, sono entusiasmato ed onorato di poterne parlare.

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Totò Caltagirone

Avete ancora gli occhi chiusi? Bene…non riapriteli, non è ancora il momento e vi prego di seguirmi con la fantasia a Belmonte Mezzagno, un piccolo paese dell’entroterra siciliano a due passi da Palermo.

Siamo giunti a destinazione…siamo giunti in Via La Rocca. Di certo vi chiederete cosa mai abbia d’importante questa piccola stradina; purtroppo questa è una domanda a cui non posso, anzi non voglio rispondervi, sarebbe un po’ come anticiparvi il nome dell’assassino in un giallo, ma se mi concedete un piccolo gesto di fiducia, vi dimostrerò che il tema di questo straordinario, originale e mai monotono racconto, vi conquisterà, vi catturerà…vi rapirà!

Lo farà a tal punto che dopo averlo letto, anche voi, come del resto è accaduto anche a me, potrete esclamare:

“Cavolo…anch’io ho vissuto in Via La Rocca”.

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Infatti, è proprio questo piccolissimo angolo di paese, racchiuso da due confini immaginari “a muntata (la salita) preceduta da una curva e a Chiazza (la Piazza), che per molti anni della vita di un bambino dotato di prodigiosa memoria fotografica e di non comuni sensibilità e amore per la propria famiglia, per la nonna, per i vicini e per Belmonte, è risultato essere quasi come l’ “ermo colle e la siepe” di leopardiana memoria “che da tanta parte dell’orizzonte il guardo esclude”; ma a differenza del poeta di Recanati, Salvatore Caltagirone (questo è il nome del bambino di questo meraviglioso racconto) non anelava con desiderio e bramosia di conoscere e di scoprire tutto quello che si trovava oltre il colle…oltre la siepe.

Egli, al contrario, era legato a questo piccolissimo spazio da una sorta di osmotica simbiosi. Un legame così forte ed indissolubile con Via La Rocca e con la Piazza, le quali rappresentavano e, credo rappresentino ancora seppur con sfaccettature e carichi emozionali differenti, il suo unico cosmo, il suo mondo…la sua dimensione.

Nonostante il defluire del tempo, man mano questo bambino diventava prima ragazzo e poi uomo, questa stradina a due passi dal centro cittadino di Belmonte, resterà sempre un microcosmo così autosufficiente e variegato, da non fargli mai mancare o, per meglio dire, desiderare il bisogno di altro.

cms_22166/00.jpgAdesso vi prego…riaprite gli occhi, sentite che profumino? Chissà che prelibatezza Nonna Peppina sta preparando, gli odori si propagano per tutta la via, fino in Piazza, da qui è possibile intravedere il suo capo fatto di “capelli bianchi e sottilissimi)… e chi sarà mai quel bambino che vediamo solo di spalle intento a giocare d’avanti l’uscio di casa?

Sarà lui? Si, esatto… è proprio lui, il nostro caro “Sarbatureddu”, e , adesso che finalmente avete gli occhi aperti, prima di continuare con la lettura, chiudete il libro e osservate con attenzione la sua foto sulla copertina.

Lì, potrete vedere gli occhi di Sarbatureddu, intensi, profondi, a volte anche malinconici, timidi ma profondi, quasi ipnotici, con cui, fotogramma dopo fotogramma, fin da tenera età ha catturato immagini, suoni, sensazioni e, in buona misura, l’intero microcosmo di Via La Rocca e di Belmonte Mezzagno, che adesso da uomo maturo e autore novello trasformerà in meravigliosi “disegni scritti” al fine di poterli raccontare e condividere con tutti noi.

Ma sarà proprio grazie a questi occhi che ognuno di voi all’improvviso tornerà bambino, ricorderà della sua infanzia tutti i giochi, tutti gli affetti, tutti i momenti più belli, ma anche i momenti più tristi, l’amore dei genitori, di una nonna straordinaria, gli affetti dei vicini (quelli della famiglia Chinnici, delle signorine Casella, della famiglia Salamone, di quella Scalisi etc… ) e quelli di un’intera comunità composta da migliaia di personaggi che , in modo o nell’altro, come in una novella pirandelliana post-litteram, avevano come palco naturale, di questo meraviglioso teatro suburbano, proprio la piazza e Via La Rocca.

Con i prudenti accostamenti mi sento di potere affermare che questo libro mi ricorda un po’ il celebre romanzo di Winston Groom del 1986, Forrest Gump, dove il protagonista è quel bambino che, grazie a una serie di coincidenze favorevoli, diventerà diretto testimone di importanti avvenimenti della storia statunitense.

Le differenze di Sarbatureddu con quest’ultimo sono essenzialmente due:

a) La prima è di tipo geografico e temporale; il primo è ambientato in Sicilia negli anni sessanta e il secondo nello stato dell’Alabama dei primi anni quaranta.

b) La seconda che, a mio modesto parere è la più importante, è che Sarbatureddu, al contrario di Forrest, si rende perfettamente e realmente conto di quanto il suo microcosmo fosse importante e straordinario.

Ma è anche vero che tra i punti di contatto ce ne è uno che non passa inosservato, come Forrest aveva una mamma affettuosa, onnipresente che cercava di educare il proprio figlio nel migliore dei modi, così Sarbatureddu ha un legame così forte con Nonna Peppina che, insieme ai suoi genitori, ha provveduto ad educare, a far crescere e a far diventare Sarbatureddu l’uomo e, mi sento di potere affermare con orgoglio, l’amico che è oggi.

Antonello Di Carlo

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