BENVENUTI NELL’EPOCA DELL’ACCESSO DOVE ESPERIRE E’ MEGLIO CHE AVERE

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cms_27560/1.jpgIl cambio di paradigma è avvenuto sottotraccia, senza che molti se ne accorgessero. Ci siamo abituati alla perdita dei legami, a sostituire il nostro antico rapporto con le cose e con le persone (reificate e perciò anch’esse messe da parte) con il programma della sharing economy del neoliberalismo o post capitalismo. Come ha detto bene Jeremy Rifkin, «l’accesso è il nuovo concetto chiave della nuova epoca […]. Un mondo fondato su rapporti di accesso genererà, molto probabilmente, un uomo del tutto diverso da quello attuale». Messinscena performativa e costante impulso alla mobilità sono oggi le catene invisibili alle quali masse di consumatori sono legate per costruire la propria identità. Incapaci di vivere le emozioni più intime e vere, demandiamo ad altri e ai gadget elettronici il trasmettere ipocrite trasmissioni di vicinanza, solidarietà, gioia e dolore, aiutati da emoji all’occorrenza pronte all’uso. Il tardo capitalismo o capitalismo delle informazioni ha decretato la vittoria dell’intangibile sul materiale, la mercificazione di qualsiasi cosa, persino delle nostre vite. Sui social, per esempio, ognuno di noi è valutato secondo ciò che stabiliscono gli algoritmi, attraverso dati sensibili trasmessi sul base volontaria da miliardi di persone.

cms_27560/2_1663472532.jpgOgni utente costituisce un piccolo capitale da sfruttare e dirigere secondo necessità e desideri verso la stessa meta: il consumo. Emerge la favola dello storytelling (narrazione buona per ogni tipo di categoria merceologica), passepartout essenziale per un valore aggiunto su prodotti arricchiti di piccole storie a base di tranche de vie emotivamente coinvolgenti. Persino le tanto esaltate community su cui si basa la narrazione delle piattaforme social, diventa invece, come dice il filosofo coreano Byung-Chul Han, solo “una forma merceologica di comunità”. Si profila dunque la fine dell’homo faber e l’apoteosi dell’homo digitans, ovvero il passaggio dalla manualità alla digitabilità, dal mondo dell’etica protestante a quella della gamification. Ciò lo si può notare in ogni ambito lavorativo, come per esempio nell’industria del sapere dove predominano un’etica delle comodità e il culto dell’autorealizzazione. Il managerialismo illuminato di dirigenti e responsabili ha stabilito un ritorno a uno pseudo paternalismo che dietro l’apparente permissività ed elasticità concessa a comportamenti seppur devianti, nasconde un sistema di controllo elitario finalizzato alla costruzione di una classe sociale silente pronta a conformarsi agli standard vigenti (successo immediato, declino della disciplina, anestetizzazione del dolore e terrore dell’insuccesso).

cms_27560/3.jpgIl risultato è stato ciò che Christopher Lasch ha definito “il declino del pensiero critico e il decadimento degli standard intellettuali” cause che hanno contribuito invece ad avviare la gente verso un lavoro ripetitivo in cui è ridotta ogni iniziativa individuale. I mutamenti riflessi nella pratica scolastica come in ogni altro ambito della vita sociale, hanno come punto di riferimento la crescente smaterializzazione prodotta dall’infosfera, il nuovo telos dell’ordine digitale che si è imposto senza spargimenti di sangue, anzi, sotto forma di convenienza ed efficienza in dono per tutti. La cosiddetta “entropia informativa”, in sempre più rapida crescita, fa sì che l’efficacia e la prontezza delle soluzioni proposte sostituisca ogni altra forma di preoccupazione, senza alcun indugio, abolendo tempi morti. Sostituiamo il “pericoloso” effetto sorpresa e gli stimoli esterni, forieri di potenziali cattive notizie, con comode e rassicuranti applicazioni utili alla bisogna. Produciamo, consumiamo ed eliminiamo informazione in un ciclo continuo e ripetitivo, ossessionati da un’infomania che ha sostituito il precedente feticismo, ma perlomeno rassicurante, per gli oggetti.

Andrea Alessandrino

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