BIRMANIA: “OLTRE 200 MANIFESTANTI UCCISI”

Ma le proteste contro il colpo di Stato non si fermano

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In Birmania la repressione delle manifestazioni contro il governo golpista sta raggiungendo le dimensioni di una strage di massa. Come dichiarato dall’Ong AAPP (Associazione per l’assistenza dei prigionieri politici), sono oltre 200 le persone uccise dalle forze dell’ordine birmane dall’inizio delle proteste, avvenuto l’1° febbraio scorso. Tutto questo mentre è stato rinviato il processo contro il premio Nobel e legittima leader birmana Aung San Suu Kyi, che proprio lo scorso primo febbraio avrebbe dovuto giurare da capo del governo, salvo essere arrestata dai militari che hanno preso il potere con la forza. Risulta evidente, semmai ce ne fosse stato bisogno, che le promesse del governo militare di indire elezioni democratiche entro un anno (al termine, cioè, dello Stato di emergenza dichiarato) non sia in alcun modo credibile: se la giunta militare fosse stata davvero disposta a consentire una transizione dei poteri, non solo non avrebbe arrestato San Suu Kyi, ma di certo non avrebbe operato una repressione così feroce delle proteste.

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Da un Paese ormai blindato, dove con la scusa della pandemia è stato anche impedito l’accesso ai giornalisti, poche informazioni trapelano: i (moltissimi) dissidenti, però, quelle poche volte che sono riusciti a comunicare all’esterno della Birmania, hanno denunciato orrori indicibili, considerabili a tutti gli effetti come crimini contro l’umanità da parte dei militari. Non solo i 200 morti tra i manifestanti: si tratta di torture, sia fisiche che psicologiche, operate in maniera sistematica. Una testimonianza pubblicata il 15 marzo dal quotidiano britannico The Guardian racconta la storia di Zaw Myatt Lynn, insegnante di 46 anni ed esponente attivo della Lega nazionale per la democrazia di Aung San Suu Kyi. Una sera i militari sono andati a cercarlo nella sede della sua scuola alla periferia di Rangoon. Pochi giorni dopo, la moglie di Lynn è stata invitata a recuperarne il corpo in un ospedale militare. Secondo la versione ufficiale l’uomo è morto tentando la fuga, ma un giornalista del Guardian ha potuto vedere le foto del cadavere, atrocemente torturato, bruciato e sfigurato con agenti chimici.

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Tutto ciò non sarebbe probabilmente possibile, se non fosse che la Cina sta bloccando, grazie al diritto di veto, ogni risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU contro il regime dittatoriale guidato dal generale Min Aung Hlaing. Ancora una volta, si rende evidente l’assurdità del diritto di veto in seno all’unica istituzione internazionale che avrebbe il potere di fermare simili situazioni, specie se il suddetto diritto di veto è accordato a una delle dittature più feroci (nonché decisamente la più influente) al mondo. Le sanzioni americane ed europee non serviranno a nulla, finché la Cina garantirà il proprio sostegno ai militari birmani. Nonostante la situazione disperata, i cittadini che si sono appena visti sottrarre la democrazia continuano a manifestare, mostrando un coraggio che ha dell’incredibile. Sprezzanti delle conseguenze atroci che attendono i dissidenti, essi continuano a scendere in massa nelle piazze del Paese, alzando la voce e chiedendo che la comunità internazionale ascolti il grido d’aiuto. Richiesta, questa, accolta da quasi tutti i Paesi, ad eccezione, appunto, del governo cinese, che ancora una volta fa quello che vuole, contribuendo nuovamente a rendere il Mondo un posto peggiore.

Giulio Negri

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