BORGHI D’ITALIA

Vico Pancellorum e la lingua Arivaresca

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A 555 metri di altezza, 15 km da Bagni di Lucca circondato da una vegetazione selvaggia e rigogliosa, si erge il piccolo paese di Vico Pancellorum: 108 abitanti, l’ultimo dei paesi sul versante destro del fiume Lima e una storia unica al mondo.

Il nome

L’etimologia del nome non è ben definita: la tradizione popolare vuole che il nome derivi da panis celorum, pane dei cieli con riferimento all’Eucarestia. Pare più probabile invece che derivi da panicellum, diminutivo di panicum, cioè panìco, un tipo di biada.

Castruccio Castracani degli Antelminelli

cms_22516/1v.jpgVico Pancellorum sovrasta Bagni di Lucca con il suo borgo antico, scrigno di leggende e misteri ancora da svelare. Il primo nucleo abitativo sorse sulle pendici del Monte Erto, dove rimangono i resti dell’antica fortificazione romana. Dalla parte alta del Paese, detta Arce, si gode un panorama mozzafiato. Qui si trova l’antica dimora storica del Vicario della Val di Lima con annesse le spaventose prigioni. Su una delle porte è scolpita una testa di guerriero cinta di alloro, che i paesani dicono rappresentare Castruccio Castracani degli Antelminelli, condottiero lucchese Ghibellino, cacciato dai Guelfi nel 1300. Rientrò poi a Lucca e Combatté come comandante di una parte dell’esercito ghibellino nella battaglia di Montecatini (29 agosto 1315) in cui, con l’aiuto dei soldati dell’imperatore, risultò il principale artefice della vittoria sui fiorentini della Lega Guelfa.

La storia del Paese è molto travagliata: fu dei Romani, poi dei Longobardi, infine possedimento del Comune di Lucca e poi di Pistoia. Nel 1437 venne incendiato e distrutto dagli Sforza. Vico Pancellorum ritornò quindi nelle mani di Lucca e nel 1493, a seguito di un accordo con Firenze, venne concesso un podestà. Nella seconda metà dell’Ottocento il borgo subì un progressivo abbandono.

L’enigma indecifrato della Pieve di San Polo

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Imboccata la strada principale si incontra la bellissima Pieve di San Polo, le cui prime notizie si trovano in un documento dell’873 in cui il vescovo Gherardo cede per un certo periodo la pieve al sacerdote Alpari in cambio di denaro. All’interno la Pieve nasconde enigmi difficili da decifrare. Sul portale d’ingresso sormontato da un architrave si trovano immagini simboliche: un crocifisso, un albero della vita, un cavaliere con in mano una spada, una scacchiera e la Madonna in trono. Il cavaliere con la spada è stato però cancellato. E il mistero della Pieve aumenta: il rebus allegorico che non è stato ancora decifrato, ma ha una chiara connotazione esoterica. Le misteriose simbologie potrebbero essere legate ai Templari, soprattutto per la raffigurazione della scacchiera, una delle prime in Italia.

La leggenda dei fratelli Pancelli

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Un’altra “leggenda” ci racconta che Vico Pancellorum fu fondato dai due fratelli Pancelli, (da cui il nome Pancellorum) esuli da Roma. E’ certo che durante il XV e il XVI gli abitanti di Vico viaggiassero frequentemente verso l’Agro romano per scambi commerciali o in cerca di lavoro. Queste assidue frequentazioni hanno modificato nel tempo alcuni accenti e modi di dire del parlare di Vico, il cui dialetto, unico in tutta la zona, non è immune da influssi laziali.

Ma per quanto riguarda la lingua Vico Pancellorum ha da raccontare un’altra storia, questa si, veramente unica e singolare.

La lingua arivaresca di Vico Pancellorum: “Ucciavano la moccosa sulla pregiana e scorzavano” (stendevano la cera sulla toppa e si facevano ben pagare).

A Vico è nata una lingua vera e propria, che non è un dialetto e non è italiano. E arivaresco, perché parlata dagli stagnini chiamati anche arivari. Fino alla metà del novecento a Vico Pancellorum era ben viva l’arte degli stagnini. Da Vico andavano in tutta l’Italia centrale, in Emilia, nel Lazio, in Umbria, nel resto della Toscana per stendere lo stagno all’interno di pentole, paioli e caldaie di rame e riparare le toppe. Un’arte difficile, che richiedeva esperienza. Ma non tutti ce l’avevano e per questo alcuni invece dello stagno stendevano la cera. Quando l’inganno veniva scoperto, lo stagnino era già lontano, forse di ritorno a Vico, oppure verso altre riparazioni. Erano furbi e furbescamente inventarono una lingua per non farsi capire dagli altri e intendersi al volo fra loro, stagnini di Vico Pancellorum. Lessico italiano, con parole giocate in ambiguità espressive: Bello si dice calio e brutto storno. La gallina ips calia, la cipolla ips storna.

Tastacanali è il medico, stampariella è la mano e bori è il contadino. Proprio come la lingua zerga, dei nomadi e vagabondi del XV secolo che per difendersi e sopravvivere meglio non si facevano capire in quel che dicevano. L’arivaresco è stato recentemente oggetto di tesi di laurea e ancora vive a Vico Pancellorum. Oggi grazie all’Associazione Risveglio di Vico Pancellorum guidata da un abitante, Claudio Stefanini, questa lingua è stata salvata e continua a tramandarsi in alcune famiglie di Vico. Per esempio in quella di Manuel Mingazzini, che l’ha imparata da suo nonno e la parla tutti i giorni in casa con la moglie e le figlie piccole, che faranno altrettanto con i loro bambini… E l’arivaresco continua a vivere.

Diana Filippi

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