BREXIT: PROTESTE DILAGANTI CONTRO LA PROROGATION

Johnson provoca un terremoto nella politica dell’Isola

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Chissà come verrà definita nei libri di storia la situazione incredibile che si sta verificando dal 2016 in Gran Bretagna. Ultimo capitolo di questo emozionante romanzo di Franz Kafka (o magari di George Orwell, per i più pessimisti), è la decisione del premier Boris Johnson di giocare un clamoroso all-in per aggirare il Parlamento quando siamo a solo due mesi dal 31 ottobre, giorno previsto per l’esecutività della Brexit. La prorogation, ovvero la chiusura dei lavori parlamentari attuali, per poi aprire un nuovo corso legislativo dopo il discorso della Regina, è una prassi in Inghilterra: la sessione parlamentare corrente, che prosegue dal 2017, è la più lunga di sempre. Questo, però, stava accadendo anche per via della Brexit incombente, che ha obbligato i politici britannici ad un incessante lavoro in modo tale da scongiurare disastri. Poi è arrivato Boris Johnson, il vulcanico presidente che sembra aver trovato una scappatoia per costringere tutti a fare ciò che vuole lui. Nemmeno la Regina ha potuto fare nulla per fermarlo: la Costituzione inglese è molto particolare, in quanto si basa su un insieme di usanze convenzionali, e Elisabetta II non ha potuto fare altro che firmare la richiesta di prorogation. Quella che dovrebbe iniziare nella seconda settimana di settembre sarà però la più lunga da 40 anni a questa parte: è infatti da allora che lo stop ai lavori parlamentari dura tipicamente meno di una settimana, mentre questa volta si protrarrà per oltre un mese, durante il quale sarà ovviamente impossibile legiferare per trovare una soluzione alla questione dell’uscita dall’UE. Ma quindi, la mossa spiazzante del primo ministro è ineluttabile? Non del tutto! Davanti al clamoroso all-in di Johnson per impedire alla Camera di discutere un accordo per la Brexit, infatti, le reazioni sono state immediate ed incisive, sia da parte della società civile sia da parte della politica, inclusi diversi esponenti del conservatorismo britannico. Per esempio, il Financial Times, tipicamente conservative, ha pubblicato un editoriale in cui parla “bomba nel sistema costituzionale britannico” ed “insulto alla democrazia”. Il quotidiano di economia continua definendo Boris Johnson un “despota” e richiedendo l’immediata mozione di sfiducia. La leader dei conservatori scozzesi, Ruth Davidson, si è dimessa dopo la notizia della prorogation, anche se nella motivazione ufficiale si parla di motivi familiari.

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Nella conferenza stampa di presentazione delle dimissioni, Davidson ha intimato il Parlamento a votare un accordo. Forse ancora più illustri sono le dimissioni giunte dal capogruppo Tory alla Camera dei Lord, George Young, al servizio di ogni governo conservatore sin dai tempi di Margaret Thatcher. Lo speaker della Camera, John Bercow, anch’egli conservatore, ha parlato di “oltraggio costituzionale”. “È possibile che il Parlamento invii un umile appello alla Regina per affermare che non dovremmo prorogare”, ha poi consigliato Bercow. Intanto, i parlamentari avversi al premier si stanno mobilitando per usare gli strumenti legislativi in modo tale da fermare, o almeno rendere innocua, l’iniziativa di Johnson. In primis, sarà sfruttata la settimana precedente alla prorogation, ovvero quella che inizierà il 3 settembre, per tentare di “legiferare rapidamente”, come ha dichiarato il leader del Labour Party, Jeremy Corbyn. Se si riuscisse nel miracolo di trovare un accordo convincente in una sola settimana, la mossa di Johnson risulterebbe vana. Se però così non dovesse essere, cosa non certo improbabile, c’è anche l’opzione estrema di una mozione di sfiducia. Il governo si regge su una maggioranza di un solo voto, e già alcune settimane fa Corbyn si era proposto per guidare un governo ad interim con il compito di scongiurare il no-deal e tornare a elezioni. La cosa sembrava difficile, in quanto il leader laburista è malvisto da gran parte del Parlamento, ma davanti a un attacco diretto contro la democrazia più antica del mondo, non è più da escludere, soprattutto dopo le aperture da parte di alcuni importanti media conservatori.

Infine, trapela addirittura l’ipotesi della formazione di un Parlamento-ombra durante le 5 settimane di sospensione: una soluzione ai limiti della legalità. Intanto, diversi manifestanti si sono radunati davanti a Westminster per protestare contro lo stop dei lavori parlamentari in un momento così cruciale. Una petizione, lanciata praticamente in contemporanea alla firma della Regina sulla richiesta di prorogation, ha abbondantemente superato il milione di firme. L’istanza chiede che il Parlamento non sia “sospeso o sciolto a meno che e fino a quando il periodo dell’articolo 50 non sia stato sufficientemente esteso” (in riferimento alla parte del Trattato di Lisbona sulle modalità con cui un paese può lasciare l’Ue, ndr), “o l’intenzione del Regno Unito di ritirarsi dall’Ue sia stata annullata”. Si attendono grandi mobilitazioni per questo weekend. Dal canto suo, Johnson nega che si tratti di una mossa per impedire un dibattito sulla Brexit e favorire il ’no deal’. “Serve ad andare avanti con i piani per far progredire il Paese, ha affermato in tv. La situazione politica britannica è ormai nel caos totale, ed è impossibile effettuare previsioni al momento, dato che praticamente ogni scenario è ancora verosimile.

Giulio Negri

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