C’E’ UN GIGOLO’ DENTRO TUTTI NOI – (I parte)

(Andrea D’Urso, Just a Gigolò)

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Nomi, cose e città

cms_20208/1.jpgL’intenso e particolare romanzo, dallo stile diaristico, di Andrea D’Urso Just a Gigolò aveva già avuto l’apprezzamento della critica, giungendo nel 2013 tra gli otto finalisti della XXVI edizione del prestigioso “Premio Calvino”.

Il libro recava, peraltro, in tale “competizione” il diverso titolo di Nomi, cose e città, a motivo probabilmente di uno dei giochi d’infanzia, quello dall’omonima intitolazione, cui erano dediti il protagonista Pino e la sorella Franca:

“Nel letto inoltre ci nascondevamo, soprattutto quando alla sera mia madre cominciava con le scenate di gelosia, mio padre cominciava a bere ed entrambi cominciavamo a urlare […]

E allora ci mettevamo a giocare a nomi, cose e città. Un nome con la t, una città con la s, dall’altra parte del muro botte, insulti e grida, ma noi pensavamo al nome con la t e alla città con la s.”

(Cap. 2, Nizza, pag. 17).

Elemento questo ripreso nell’ultimo capitolo del romanzo:

“potremmo [con Elena] giocare a Risiko, potremmo giocare a nomi, cose e città (no, forse meglio di no)”

(Cap. 22, Elena, pag. 165).

Ulteriore ragione dell’originario titolo dovrebbe attribuirsi inoltre all’andamento “tripartito” dei capitoli, fornito dai tre elementi in questione: sette gruppi di triadi (per un totale di 21 capitoli), ad eccezione del capitolo conclusivo (il 22°, su cui torneremo più avanti), dedicato ad un nome, quello di Elena.

In verità la sequenza effettiva sarebbe, per la precisione, Nomi (di donna), Città (italiane e straniere) e Cose (“oggetti” estremamente significativi nei quali il protagonista fa rientrare anche l’amore, il treno e la palestra).

Tale aspetto della “partitura ternaria” del romanzo merita una particolare riflessione.

Si tratta di tre “blocchi” tematici, tre filoni, sentieri, di lettura: “Nomi”, “Cose” e “Città”, che sono, da una parte, autonomi. Addirittura si potrebbe immaginare una lettura “trasversale”, non “cronologica”, sequenziale, dei capitoli, bensì per area tematica, del libro, accorpando i capitoli aventi la medesima tipologia (penso sarebbe una bella esperienza di lettura).

Ma dall’altra, come si accennava, i tre elementi tematici sono perfettamente funzionali al racconto e forniscono unitarietà, dal loro insieme complessivo, al romanzo, poiché ogni area tematica è collegata con le altre per via dei riferimenti che affluiscono al lettore ai fini della costruzione delle vicende e la vita del protagonista (forza “centripeta” dei tre elementi che potrebbero essere considerati, sotto certi versi, anche “centrifughi”, avendo ognuno strade e percorsi propri). In ogni capitolo, infatti, da ciascuna tranche tematica pervengono frammenti che vanno a comporre un quadro che man mano si delinea sotto ai nostri occhi, evidenziando anche un preciso “spaccato sociale”, che pur sullo sfondo emerge ugualmente.

E, a tal punto, il riferimento al D’Urso poeta, cui accennavo all’inizio, diventa essenziale.

cms_20208/0.jpgLa scrittura del romanzo infatti scorre piacevole e arguta ed echeggia, per l’appunto, con il suo sguardo di disincanto sull’esistenza, sul mondo e le sue immagini, di fronte alla vita, insomma, quella del D’Urso poeta, similmente allo sguardo di Pino, figura principale del romanzo e narratore, accattivante e apparentemente cinica, sprezzante dell’ovvio, ma anche malinconica, senza però alcuna resa di fronte alla vita, da affrontare senza veli, senza infingimenti, senza ipocrisie.

L’autore infatti, accanto a vari racconti, ha pubblicato poesie in diverse riviste francesi, canadesi e statunitensi, dando alle stampe la raccolta poetica Occidente Express (Imperia, Edizioni Ennepilibri, 2007), poi ripubblicata in Francia (Le grand os, 2010). Sempre in Francia è stato pubblicato il suo testo poetico Hier est un autre jour (Collection Manos, 2010). Un’ultima raccolta poetica dello scrittore Rubinetterie ha avuto le stampe nel 2016 (Eretica Libri).

E sui contenuti, sulle immagini, sentimenti, sensazioni, che fluiscono via via innanzi ai nostri occhi nello scorre le pagine (ben calibrate nelle varie parti) del romanzo, l’esperienza poetica è da ritenersi fondamentale in Andrea D’Urso romanziere.

Come è stato notato, “la modernità ha reso estraneo a sé il poetico”, ma in questa “distanza estrema dalla sapienza antica”, in questo “tempo ‘impoetico’ ” in cui viviamo, l’esperienza del poeta, e più in generale dello scrittore, “può stare in ogni forma di sapere, in ogni forma di linguaggio [… in ] un affinamento della sensibilità: questo per chi, come D’Urso, vuole “guardare nel ‘deserto della vita’ senza l’ombra riposante dell’utopia e senza l’adeguazione alle ideologie del ‘secolo’. Scrutare, corrosivamente e caldamente, i modi del sapere e le forme del potere.”

(le annotazioni riportate si collocano all’interno dello splendido saggio di Antonio Prete su Leopardi, Il pensiero poetante, Milano, Feltrinelli, 2006, pag. 192 e pagg. 9-10).

In linea con l’atmosfera, con il pathos, che scorre, nel continuo flusso di pensieri del protagonista Pino di Just a Gigolò, riflessioni che attraversano luoghi, personaggi, oggetti, ben possono attagliarsi le note poetiche dello scrittore, quali: “siamo solo un insieme di parti che non fanno un tutto, ma un’altra ennesima parte”, in un mondo ove “i computers non sbagliano mai/gli errori li hanno già fatti tutti gli uomini”, una vita nella quale “non serve un senso, ma un movente”, in questo “contrasto, o contraddizione, tra il desiderio della felicità – costitutivo dell’essere, connaturale, biologico – e l’impossibilità di essere felici.”

(Antonio Prete, Il pensiero poetante, cit., pag. 193; i versi in precedenza riportati sono tratti dalla menzionata raccolta poetica di Andrea D’Urso, Occidente Express, e rispettivamente nei componimenti: La camera oscura, fol. 13; I computers non sbagliano mai, fol. 135; Non serve, fol. 167).

Ma è pur vero che si può “sperare che due vite sbagliate/sommate assieme ne facciamo una giusta”, perché può venire “il momento giusto/per tirare su con la cannuccia l’ultimo rimasuglio di ghiaccio,/togliersi gli occhiali a specchio/e guardare lontano

(Occidente Express, Tutto sta, fol. 139 e Gli ultimi giorni della mia vita (Il momento giusto), fol. 84).

Movimento in tre passi

Accanto a quest’aspetto, forse più immediato, che mette in rapporto, in simbiosi, le due anime dello scrittore, passando dal livello “contenutistico” del romanzo, sostanziale, a quello stilistico, possiamo rilevare come la struttura triadica, la simmetria nello svolgersi del cammino, dia una scansione tutta particolare all’andamento del romanzo, un ritmo che ritorna come un refrain prezioso.

Paradossalmente, mentre le poesie di D’Urso sembrano, in apparenza, prive di metrica, perché il ritmo, in realtà, è dato dallo sguardo del poeta e dalle immagini, dalle sensazioni, dalla profondità dell’intimità ricreata nel verso: come sembra far trasparire Cristina Babino nella sua introduzione alla raccolta poetica dell’autore Occidente express:

“C’è un modo di fare poesia che sta tutto nell’occhio. C’è una poesia che si fa sostanza di uno sguardo nuovo, di un punto di vista eccentrico, ricalibrato, telescopico. Che annulla le distanze, o ne instaura di nuove. Che magnifica i particolari, o li ridimensiona. C’è un modo di fare poesia che sta tutto nel modo di guardare le cose fuori. Come dal vetro di un finestrino, su un veicolo in movimento. La poesia di Andrea D’Urso - col suo verso lungo e lunghissimo che quasi va a capo per necessità, più che per scelta – è uno scorrere senza soluzione di continuità di immagini viste da dietro un finestrino.”

(Cristina Babino, Quel che mi ha detto il tram. Sulla poesia di Andrea D’Urso, introduzione alla raccolta di poesie Occidente Express, fol. 5),

il romanzo risulta, per la caratteristica “tripartita” che si diceva un libro – direi – poetico, con una precisa metrica, fornita proprio da questa tripartizione derivante dal famoso gioco. E probabilmente dal gioco, nel quale tanti di noi si sono intrattenuti da ragazzi, comincia proprio l’avventura del D’Urso romanziere, che non può essere distinto, ma riceve una preziosità tutta particolare, dal D’Urso poeta.

Fabrizio Oddi

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