C’E’ UN GIGOLO’ DENTRO TUTTI NOI (II parte)

(Andrea D’Urso, Just a Gigolò)

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Il nuovo titolo del libro, Just a Gigolò, molto probabilmente dovuto alle “pressioni” della casa editrice (Edizioni e/o), per un nome ritenuto più accattivante per i lettori, richiama la famosa canzone, magistralmente interpretata dal grande Louis Armstrong, autore della musica Leonello Casucci nel 1929; a comporre il primo testo in italiano il paroliere Enrico Frati, poi Bruno Pallesi; la traduzione successiva in inglese della canzone da parte di Irving Caesar: di lì il grandissimo successo del brano, cantato, oltreché da Armstrong, anche da Bing Crosby e Ted Lewis).

La canzone viene evocata da Natalia, una delle tante donne incontrate lungo il cammino da Pino, il protagonista del romanzo, calciatore mancato ma perfetto gigolò:

“All’improvviso [Natalia] mi sorride in silenzio, un sorriso prolungato e risoluto.

«Che c’è?».

«La musica … non la senti?».

«Sì, la sento».

«Be’, parla di te».

Non ci avevo fatto caso. Mi spiega tutto, per filo e per segno. La musica che la radio sta mandando è Just a Gigolò. La voce è quella di Louis Armstrong, ma la canzone è italiana e il testo originale racconta di un giovane ussaro che si guadagna da vivere facendo ballare le donne, perché fare il gigolò non aveva proprio lo stesso significato di oggi.

«In fondo anche tu fai ballare le donne, giusto?».

«Se intendi metaforicamente è compreso nel prezzo, mentre se intendi proprio alla lettera, devo applicarti un supplemento».

Pensavo di farla ridere [...]”.

(Cap. 16, Natalia, pag. 121).

Mi rimproverano sempre di avere, nella lettura dei testi, il pallino delle ricorrenze. A tal proposito, detto per inciso, il termine “gigolò” ricorre in particolare nel capitolo 16° (vale a dire verso i due terzi del libro che consta di 22 capitoli).

Il titolo definitivo del romanzo, probabilmente, può anche ricordare una famosa pellicola cinematografica del 1980 sul tema: American Gigolò, il noto film al tempo immortalò l’attore Richard Gere, regista Paul Schrader).

Altre pellicole, d’altro canto, vengono evocate nel romanzo (da Risvegli, a Blade runner, a Il grande freddo) come pure, ritornando all’alveo poetico, vari riferimenti possono essere riscontrati ad un’attenta lettura.

A partire dal prezioso esergo montaliano al romanzo:

Occorrono troppe vite per farne una.

(Eugenio Montale, L’estate, componimento della raccolta poetica del 1939 Le occasioni),

per passare alle Poesie esoteriche di Fernando Pessoa:

Dio non ha unità, come potrei averla io?

(Cap. 10, Virginia, pag. 68 e 70).

Versi “incontrati” e svelati dalle donne nelle quali si imbatte Pino (in questo caso la donna è Natalia), come quelli di un grande poeta del novecento italiano

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita.

(Cap. 16, Natalia, pag. 120)

“Sono andato a vedere di chi erano queste parole. Sono di un poeta che si chiama Sandro Penna. Non lo conoscevo.”

(Cap. 17, Tokio, pag. 124

viene da chiedersi rispetto alla sincerità del protagonista: ma quanta parte della critica letteraria italiana lo conosce veramente?).

Altri ancora i riferimenti letterari, poi “riscontrati” dal protagonista, quali Il Profumo di Patrick Süskind:

“Una manager un giorno mi regalò pure un libro, che secondo lei mi avrebbe fatto cambiare idea [sul profumo]. Guarda caso s’intitolava Il Profumo, non mi ricordo di chi è, aveva un nome strano. Una sera ci provai, a leggerlo. Non sono riuscito a superare le prime tre pagine. Lei ci rimase male e non mi chiamò più.”

(Cap. 3, Il profumo, pag. 25).

Similmente non del tutto gradite dal protagonista sono anche le poesie di Pessoa (Poesie di Àlvaro de Campos):

“Il libro mi ha un po’ deluso. La maggior parte delle poesie sono troppo lunghe, quasi estenuanti, non ce la faccio a finirle. A volte non capisco dove vuole arrivare, con chi ce l’ha, cosa vuol dire. Meglio quelle corte, dove ho trovato un altro paio di frasi interessanti. E me le faccio bastare, pe chi come me nella vita non ha mai trovato nulla”

(Cap. 10, Virginia, pagg. 70-71).

E non manca sempre in tale ambito letterario un riferimento veramente illustre, che prende spunto da una festa a Ibiza organizzata da una “contessa”:

“Nel pomeriggio cominciano ad arrivare gli invitati e io mi calo nella mia parte, con il bicchiere in mano. Nulla che non abbia già visto, ce n’è per tutte le latitudini e tutte le tasche. Giovani, vecchi, belli, brutti, reazionari e fricchettoni.

C’è il pezzo grosso dell’esercito con la signora e c’è pure lo scrittore anarchico con il signore, anche se mi sarei aspettato un maggior numero di gay. Abbondano invece artisti, artistoidi e artistelli. Ci sono anche, come dire, persone apparentemente normali.

È una versione aggiornata della Divina Commedia. Non so precisamente in che girone ci troviamo, ma siamo certamente nel Purgatorio, nonostante non veda ancora nessuno, me compreso, puro e disposto a salire alle stelle.”

(Cap. 11, Ibiza, pag. 76).

Anche se il nostro amico Pino si affretta poi a dire:

“No, non è che ho letto la Divina Commedia, mi sono solo un po’ divertito a spizzicarla qua e là, soprattutto i finali dei canti.”

(ibidem, pag. 77. Difatti quello citato è l’ultimo verso dell’ultimo canto del Purgatorio: il verso 145° del canto trentatreesimo).

S’era accennato prima all’elemento relativo alla struttura “triadica” dei capitoli.

Altra particolarità, diciamo “strutturale”, ma, come l’altra, nel contempo sostanziale, è la circostanza osservata nell’excipit di ogni capitolo: l’ultima parola infatti è sempre il vocabolo “nulla”.

E al “nulla” esistenziale (così almeno ritenuto dal protagonista) rimanda un riferimento, questa volta interno e non finale, nel menzionato capitolo dedicato a Il Profumo (riguardo ai particolari “problemi” incontrati nella peculiare professione di Pino):

“È come spegnere un interruttore, un clic e non sento più nulla.”

(Cap. 3, Il profumo, pag. 24).

E proprio in riferimento al vuoto provato ed espresso dal protagonista nella sua vita (quel “nulla” continuamente evocato nella chiusa di ogni capitolo del romanzo) risulta del tutto condivisibile la riflessione che il linguaggio del poeta, dello scrittore è “la terra di un azzardo, di un’avventura estrema: dire l’infinito nell’impossibilità di dirlo […] Perché l’infinito, come il nulla, il linguaggio non lo può raccogliere: ed è questa infigurabilità e intransitabilità dell’infinito che la poesia assume come miraggio della sua avventura” (Antonio Prete, Il pensiero poetante, op. cit., pag. 199).

E al disincanto fa da pendant un sorriso, anche amaro, del protagonista e nostro, che ci accompagna sfogliando le pagine del libro e come Laurence Sterne nell’epistola dedicatoria del libro The Life and Times of Laurence Sterne afferma che

“Un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della vita”, così, similmente, la “lettura di un pezzo di vera, contemporanea poesia, in versi o in prosa […] aggiunge un filo alla tela brevissima della nostra vita.” (Leopardi, Zibaldone di pensieri, 1° febbraio 1829; per il riferimento a Sterne v. anche in Ugo Foscolo, la prefazione di Didimo Chierico in Notizia intorno a Didimo Chierico pubblicata nel 1813 insieme alla traduzione da parte dello scrittore italiano del romanzo di Sterne).

Fabrizio Oddi

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