CAFFE’ LETTERARI D’ITALIA E D’EUROPA

Arte, psicoanalisi e cultura al servizio di una società “disumanizzata”

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Martedì scorso, nella raffinata cornice del Palace Hotel, a Bari, si è tenuto l’ultimo incontro dei “Caffè letterari d’Italia e d’Europa”, evento nato in nome della cultura letteraria e poetica, ma anche tecnico-scientifica. Presentate da Antonio Lera, scrittore e critico artistico, nonché Presidente incoming del Rotary Club Teramo est, si sono avvicendate nel corso della serata le voci di autori, studiosi, giornalisti – tra cui una rappresentanza dell’International Web Post -, poeti e attori. L’animato dialogo ha saputo spaziare nei molteplici ambiti del sapere, in una commistione unica dal sapore vagamente settecentesco, quando i maggiori esponenti della cultura mondiale si ritrovavano a discutere di filosofia, scienza e letteratura davanti a una fumante tazza di caffè.

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Proprio con una poesia dedicata al caffè, “privilegio dei sensi”, Lera ha aperto l’incontro volgendo l’attenzione verso la magia dell’arte che, in tutte le sue forme, spinge l’uomo a cogliere la felicità nei gesti quotidiani, in quella sensorialità spesso trascurata e superata dall’ormai dilagante materialismo dei nostri tempi. “La società è più sana se gode degli effetti positivi dell’arte. – ha esordito l’autore – Dal punto di vista psicoanalitico, la forma d’arte certamente più costruttiva in questo senso risulta essere proprio la scrittura, in particolar modo la poesia. Quest’ultima riesce infatti a produrre effetti sublimati e catartici, quasi ‘terapeutici’ per l’animo umano”. Dal dibattito, che ha coinvolto anche Maria Sinatra, Ordinario di Psicologia Generale presso l’Università degli Studi di Bari, e Franca Pinto Minerva, Prof. Emerito di Pedagogia presso l’Università degli Studi di Foggia, è emerso il profondo valore dell’arte nella psicoanalisi e nella cura della depressione: ogni espressione artistica consente all’individuo che si ritrova a contemplarla di porre in secondo piano le emozioni negative, vivendo un momento di pace e godimento che spazza via la memoria di un passato oscuro e il timore di un futuro tempestoso. Chiara Dell’Acqua, scrittrice e insegnante di latino e greco presso il liceo Orazio Flacco di Bari, ha richiamato al valore della tragedia nella cultura antica, in cui i dialoghi tra i personaggi ricoprivano una funzione catartica per l’appassionato uditorio. “La tragedia fu una delle forme più belle e più libere di un’arte aperta a tutti gli strati della società. Dai più umili ai grandi nomi della cultura, tutti si immedesimavano nei personaggi messi in scena, in un lavoro di introspezione non indifferente” ha spiegato la docente. A farle eco le parole dell’attrice Antonella Radicci: “Nell’ambito del progetto Teatro-Scuola, che sto curando personalmente, puntiamo proprio all’esaltazione dell’arte, seppur percepita quasi come un gioco dai più giovani. Il mestiere dell’attore viene spesso sottovalutato, ma assume un ruolo fondamentale per la scoperta e l’esplorazione del sé”.

cms_7866/3p.jpgUno dei tanti argomenti su cui si è dibattuto ha visto protagonista la donna, nelle sua “capacità d’amare e di essere amata”, come scrive lo stesso Lera in una delle sue liriche. Le fonti bibliche insegnano che Adamo ed Eva nascono l’uno a supporto e in funzione dell’altra, portatori di pari dignità e di pari diritti. Tralasciando le necessità primarie, si può dire che il principale diritto di ogni individuo, indipendentemente dal sesso, dall’età e dall’etnia, è quello di vivere un’esistenza che sia portatrice di poesia in ogni sua sfumatura, negli angoli d’ombra così come nei coni di luce che illuminano il “grande palcoscenico” che appartiene a ciascuno di noi.

Tornando al mondo della psicoanalisi, la poetessa e docente universitaria Daniela Porcelli ha posto l’attenzione sul pensiero junghiano, in particolare sugli archetipi che guidano la vita dell’uomo fin dalla notte dei tempi, orientando il comportamento dei gruppi e della società tutta. La lettura di due poesie sulle psicanalisi ha aperto la discussione sul tema dell’Amore, inteso come sentimento universale che ci lega gli uni agli altri, attraverso le fitte trame dell’inconscio. Un Amore che è ricomposizione degli opposti, chiusura di quel cerchio meraviglioso che è la vita. Come testimoniato da una delle sue liriche, Daniela Porcelli individua proprio nell’Amore un nuovo archetipo, capace di dare slancio a una società che sembra aver perso ogni accenno di umanità e di valore morale. Un sentimento che si nutre di consapevolezza e di attenzione verso l’Io, in cui è riposto il perduto “senso civico” che conduce alla sanità e al benessere collettivo. Il rispetto dell’altro passa attraverso l’amore per se stessi, nella sua accezione più profonda, lontana forse dalla più diffusa definizione di amore. Tutte le forme di cultura, in particolar modo l’arte e la psicoanalisi, non fanno altro che alimentare tale sentimento, e sono pertanto da diffondere ampiamente in ogni intervento sociale, nella vita pubblica così come in quella privata. A tal proposito, Cosimo Luca Chionna, giovane studente del Liceo Classico barese “Orazio Flacco”, ha fornito un’innovativa interpretazione del concetto di cultura: “La nostra generazione viene spesso denigrata perché attaccata al cellulare e, in generale, alle nuove tecnologie. Non tutti comprendono, però, che i social, se adoperati con cognizione e senza morbosità, costituiscono un valido strumento di nobile condivisione di idee, di cultura e, perché no, anche di arte. Purtroppo - ha proseguito – subiamo la presenza di un profondo abisso tra la generazione dei nostri nonni, in cui la tecnologia era agli albori, e la nostra, che ha fatto enormi progressi nell’arco di soli 50 anni”. Quel “purtroppo” ha scatenato un dibattito colmo di speranza, volto a spronare i giovani a una corsa verso la libertà dagli stereotipi, dalle catene di un’omologazione che ci vorrebbe silenti e rassegnati, asserviti al potere del più forte o del più popolare.

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Per poter essere adeguatamente “seminata” e poterne presto raccogliere i frutti, la consapevolezza del sé - che si traduce in amore, rispetto, positività vitale – dovrebbe essere impartita fin dalla tenera età, coinvolgendo anche i più piccoli. Questi ultimi sono pertanto da avviare alla meditazione, alla scoperta del piacere di “fermarsi un attimo” e visualizzare colori, situazioni piene di luce e pace interiore. Tale necessità è stata sottolineata dalla scrittrice e insegnante Paola De Marzo, che ha sottoposto all’uditorio una testimonianza diretta parlando della sua esperienza in uno degli istituti più “difficili” di Bari. “Ero alla mia prima esperienza lavorativa - ha spiegato - il più grande ostacolo è stato quello di educare i ragazzi a fermarsi, respirare e infine meditare. All’inizio non riuscivano a star fermi, si dimenavano nei loro banchi, poi hanno saputo apprezzare ciò che di più bello la meditazione potesse regalare. E’ una pratica che ci insegna a prendere del tempo per noi stessi, un tempo che sappia donare, in termini scientifici, un’abbondante scarica di endorfine”. “Inizialmente, i miei colleghi mi guardavano con sospetto, quasi fossi un’aliena. Ora la meditazione si sta diffondendo nella scuola, tanto che terrò lezione in tutte le classi. Stanno inoltre nascendo appositi progetti PON che ne esaltano i benefici” ha concluso l’autrice.

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E’ emersa, nelle ultime battute, la necessità di avvicinare i più piccoli all’immaginazione, alla fantasia e dunque all’arte, rivisitata in chiave elementare ma non per questo priva di contenuti. Si rivelano preziose, in questo frangente, le care vecchie favole, interpretate alla luce degli avvenimenti che caratterizzano l’epoca storica che stiamo vivendo. Le nuove tecnologie, se intese come una presenza massiccia nel quotidiano dei bambini, possono pericolosamente allontanarli dalla realtà autentica e colma di benefica sensorialità, proiettandoli in un mondo tutto virtuale e “disumanizzato”, “de-realizzato”. Le favole di Chiara Dell’Acqua, raccolte nell’opera intitolata emblematicamente “Come faccio senza di te?”, educano i bambini a riscoprire il piacere della lettura come riflessione sulla propria quotidianità e sui propri timori, ad esempio la paura del distacco dai genitori nel corso della notte.

L’incontro, più che costruttivo nelle intenzioni e nelle idee emerse dalla rielaborazione collettiva, si è chiuso con la convinzione che, citando Dostoevskij, la bellezza e l’arte “salveranno il mondo”, purché ciascuno di noi si faccia carico di diffonderle con amore e profondo rispetto della natura umana.

Federica Marocchino

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