CAMEL CONDANNATA A MAXIRISARCIMENTO DI 23,6 MILIARDI

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Il vizio della sigaretta uccide una persona nel mondo ogni sei secondi. E’ questo l’allarmate bilancio che il fumo miete ogni anno secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Nonostante le tante campagne di dissuasione, il tabacco resta la principale causa di morte evitabile. Ancora, il fumo è responsabile anche di centinaia di miliardi di dollari di danni. Così, le compagnie di tabacco diventano le dirette responsabili dei danni causati dal fumo e, come è accaduto in Florida nei giorni appena passati, a volte ne pagano caramente le conseguenze.

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Ammonta, infatti, a ben 23,6 miliardi di dollari il risarcimento stabilito da una giuria della Florida a favore di Cynthia Robinson, la vedova di un fumatore morto per cancro ai polmoni nel 1996. Se poi a questa somma si aggiungono altri 16,8 milioni di dollari di danni per compensare la grave perdita della donna e le conseguenze che questa ha poi determinato, allora si può ben comprendere come ci troviamo dinanzi ad una cifra sorprendente che potrebbe, per di più, avere un impatto non indifferente sui conti della RJ Reynolds Tobacco Company, il colosso che produce le sigarette Camel.

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Il defunto si chiamava Michael Johnson. Era un fumatore incallito ed è morto a soli 36 anni, dopo aver fallito diversi tentativi di smettere. Secondo il legale della vedova, la RJ Reynolds Tobacco Company non informava con sufficiente chiarezza i fumatori circa i pericoli del fumo e questa negligenza è stata la causa che ha portato come conseguenza estrema il cancro ai polmoni che ha ucciso il sig. Johnson. Il verdetto arriva al termine di un processo durato quattro settimane e che potrebbe ancora prolungarsi, viste le intenzioni di presentare appello da parte del colosso americano contro una decisione, a suo avviso, “oltre ogni concetto di giustizia e ragionevolezza”. Intanto, con questo verdetto, la giuria della Florida ha voluto inviare un messaggio chiaro alle compagnie di tabacco, un monito contro quella che è una negligenza – il nascondere le informazioni sui pericoli reali del fumo - che costa cara, in termini di salute, ai fumatori.

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Viene allora spontaneo chiedersi se davvero possono, da sole, una maggiore chiarezza e una maggiore informazione sui danni del fumo, riuscire a dissuadere gli accaniti fumatori dallo smettere di fumare o i giovani dal cominciare a farlo. O se serve molto di più. L’Organizzazione Mondiale della sanità ha esortato tutti i Paesi ad aumentare le tasse sul tabacco per incoraggiare i fumatori a smettere e per impedire ad altre persone di diventare dipendenti dal fumo. Secondo l’Oms, con un aumento delle tasse sul tabacco del 50 % , il numero dei fumatori si ridurrebbe, nell’arco di tre anni, di circa 50 milioni e si salverebbero molte vite umane.

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A nulla, o quasi, è servito invece l’inserimento sul mercato della tanto discussa sigaretta elettronica: dopo il boom iniziale e nonostante il suo illustre sostenitore, Umberto Veronesi, infatti, non solo l’uso di questa in un anno risulta più che dimezzato, ma secondo alcune indagini, tra gli utilizzatori della sigaretta elettronica c’è chi ha dichiarato di aver aumentato poi l’uso della sigaretta tradizionale.

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Che fare, allora? Esistono davvero misure per scoraggiare al vizio del fumo e, quindi, capaci di diminuire le morti causate da questo? Forse. Tuttavia, a fronte di tutto, credo che si debba soprattutto sperare in un agire consapevole dei governi, le cui politiche devono diventare sempre meno interessate a “incassare” e sempre più interessate al bene comune, anche se questo può significare avere ricadute economiche.

Mary Divella

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