CASTELLO d’ALBERTIS

Alla scoperta dei Musei d’Italia

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cms_26601/1v.jpgIl castello D’Albertis è una dimora storica di Genova, sede del Museo delle culture del mondo e del Museo delle musiche dei popoli. Fatto edificare nel 1886 su di un antico bastione delle Mura trecentesche dal capitano di mare Enrico Alberto D’Albertis, il castello è oggi una delle case-museo più apprezzate del capoluogo ligure.

Situato sulla collina di Montegalletto (o Monte Galletto) nel quartiere di Castelletto, al pari dell’omologo castello Mackenzie domina la città di Genova affacciandosi con una vista aperta sul mar Ligure.

Scrisse il cronista del Supplemento al giornale "Il Caffaro" il giorno 1º maggio 1892:

Il castello è raggiungibile da piazza Acquaverde-via Balbi (stazione ferroviaria di Piazza Principe) con l’ascensore Castello d’Albertis-Montegalletto, oppure con le linee di autobus AMT n. 36, 39 e 40. Un particolare servizio favorisce il trasporto e la visita al museo da parte di persone disabili. In auto è raggiungibile per chi proviene dalle autostrade uscendo al casello di Genova-Ovest.

Il toponimo Montegalletto è da intendersi come "monte delle ginestre", una zona un tempo brulla e priva di alberi per il passaggio delle Mura trecentesche della città, che faceva parte della parrocchia di San Tommaso e chiudeva a monte il sestiere di Prè. Quando fu edificato il castello, vi era stata recentemente aperta la parte finale della Circonvallazione a Monte, una lunga concatenazione di viali a mezza costa destinati dall’espansione urbanistica ottocentesca alle abitazioni signorili per l’agiata borghesia cittadina.

Ideato dallo stesso capitano D’Albertis, che ne fece la sua dimora, con un gusto del collage architettonico in grado di mescolare castelli valdostani e palazzi fiorentini, il castello si richiama prevalentemente allo stile medioevale revival architettura neogotica ottocentesca, riprendendo e sintetizzando i particolari degli edifici medioevali di Genova (tra cui la torre degli Embriaci e le polifore del Palazzo San Giorgio).

Fu edificato sui resti delle antiche fortificazioni trecentesche rinforzate nel XVI secolo (la torre a pianta quadrata era stata sostituita dal bastione cinquecentesco) dagli ingegneri Graziani e Francesco Parodi, con il supporto degli scultori Allegro e Marc’Aurelio Crotta per la parte decorativa, con la supervisione dell’architetto Alfredo d’Andrade. Le opere di edificazione avvennero tra il 1886 e il 1892 e l’inaugurazione fu fatta coincidere con le celebrazioni per il quattrocentesimo anniversario della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo.

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Loggiato superiore del Castello

Il capitano D’Albertis, alla sua morte avvenuta nel 1932, donò il castello e le sue collezioni alla città di Genova, che poté così beneficiare della dimora del capitano fantasiosamente arricchita di rimandi esotici, neogotici ed ispano-moreschi; delle collezioni etnografiche frutto dei suoi numerosi viaggi; e del bastione della cinta muraria cinquecentesca contenente i resti basamentali di una torre della precedente cinta medievale, su cui è andata a poggiarsi la costruzione del castello stesso.

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Una copia della Venere di Milo nel piazzale d’ingresso del castello-museo

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Castello d’Albertis interno della torre (scala)

Dopo anni di semi-abbandono (durante gli anni settanta il parco veniva utilizzato nella stagione estiva, sull’onda delle serate romane a Massenzio, come café chantant), il castello è stato oggetto di un accurato intervento di restauro edilizio per l’adeguamento della struttura alle esigenze di una fruizione pubblica moderna.

In corrispondenza dell’apice geometrico del bastione è stata sostituita la copertura del tetto con una struttura in vetro ed è stato svuotato il bastione cinquecentesco dal riempimento di terra, liberando le strutture murarie al suo interno e recuperando in questo modo non solo un nuovo spazio espositivo, ma anche le diverse componenti architettoniche dell’intero complesso. Questo ha permesso inoltre di afferrare in un solo colpo d’occhio i resti trecenteschi, la sobria spazialità dell’architettura rinascimentale e, in alto, bene stagliate contro il cielo, le merlature e la torre di invenzione ottocentesca.

Circolano alcune leggende sul castello. Pare ci sia una porta che, anche se lasciata sempre chiusa a chiave dai gestori del castello, di tanto in tanto, sempre di notte, sbatte violentemente e si apre, costringendo i custodi a tornare a chiuderla a chiave. Un’altra leggenda dice che il capitano D’Albertis avesse fatto costruire un tunnel sotterraneo che conduceva dalle sue stanze direttamente al porto, alla sua nave, nel caso avesse dovuto fuggire improvvisamente. Tale tunnel sarebbe poi stato usato dalla resistenza durante la seconda guerra mondiale[1].

Le collezioni del Museo delle Culture del Mondo

Il Museo delle Culture del Mondo è uno dei musei di Genova. È stato aperto in occasione di Genova capitale europea della cultura 2004 all’interno del castello D’Albertis, antica dimora del capitano Enrico Alberto d’Albertis sul colle di Montegalletto. Situato nel quartiere di Castelletto, ospita manifestazioni culturali e l’esposizione permanente delle collezioni raccolte dallo stesso d’Albertis, integrate da altre acquisizioni più recenti.

Annesso al polo museale vi è il Museo delle musiche dei popoli.

Il percorso di visita attraversa l’abitazione del capitano per approdare ai veri soggetti della rappresentazione museale: le popolazioni indigene di Africa, America e Oceania.

Lungo due itinerari strettamente collegati tra loro - uno proprio del castello e del suo ideatore, ovvero Enrico Alberto d’Albertis; l’altro tipicamente museale riguardante le culture di ogni parte del mondo - è possibile compiere un viaggio nello spazio e nel tempo. Il capitano appare quindi non solo come l’ideatore della dimora neogotica, sospesa tra influenze esotiche e spunti marinareschi, ma funge anche da filo conduttore di un percorso che, attraverso la sala Colombiana, la sala Gotica, la sala Turca, la Cabina e la sala Nautica, conduce ai popoli visitati in tutto il mondo.

cms_26601/5v.jpgInsieme alle collezioni etnografiche e archeologiche raccolte dal capitano d’Albertis nei suoi viaggi in Africa, nelle Americhe e in Oceania, il museo ospita collezioni marinaresche (modellini di imbarcazioni, strumenti e carte nautiche) e fotografiche, gli spolveri delle meridiane, i volumi della sua biblioteca e le centinaia di disegni per la costruzione del complesso neogotico.

Raccoglie testimonianze e souvenir delle popolazioni incontrate, formando così le collezioni del museo, allestito in stile di gabinetto di curiosità, tra bacheche, panoplie e trofei coloniali e di caccia.

Spiccano, per quantità e varietà, le armi africane sudanesi e dello Zambesi, le lance cinesi e le alabarde europee che via via decorano lo scalone dal piano terra al secondo piano, quasi in un percorso evoluzionistico, secondo i criteri dell’epoca.

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Un’elegante sala adibita a biblioteca

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Reperti della cultura azteca

cms_26601/8v.jpgL’arredo neogotico, ricco di influssi esotici, particolarmente ispano-moreschi ed orientali, culmina nella sala Turca dove centinaia tra suppellettili, monili, armi, vasi, divani e lampade occhieggiano sotto il pesante tendaggio del soffitto che simula una tenda tra narghilè e uova di struzzo.

Alle collezioni oceaniane raccolte dal capitano si aggiungono quelle del cugino Luigi Maria d’Albertis, primo esploratore del fiume Fly in Nuova Guinea (1872-1878).
Fa parte delle collezioni del museo anche il materiale etnografico e archeologico proveniente dall’estremo settentrionale del Canada, fino a quello meridionale dell’arcipelago della Terra del Fuoco che le Missioni cattoliche americane hanno esposto a Genova in occasione delle celebrazioni colombiane del 1992 e poi donato alla città.

Fra queste spiccano per quantità ed importanza i manufatti degli Indiani delle pianure di Canada e Stati Uniti, realizzati in pelle di bisonte e cervide e ricoperti di aculei di porcospino e perline di vetro grazie al paziente lavoro femminile, poiché erano le donne a dedicarsi alla conciatura delle pelli e alla loro decorazione.

Si tratta di mocassini, indumenti, giocattoli, sonagli per la danza, una culla a sospensione, borse per il trasporto e una serie di oggetti legati alla sfera della guerra, della caccia e del fumo della pipa. Il materiale raccolto dai missionari salesiani in Patagonia e Terra del Fuoco fornisce una notevole possibilità di avvicinamento alle culture ormai estinte all’impatto con l’Occidente degli indigeni dell’estrema punta meridionale dell’America del Sud.

Tra il materiale archeologico, sono da ricordare i frammenti maya in tufo vulcanico provenienti dall’acropoli di Copán in Honduras, le cui copie sono state recentemente eseguite in collaborazione con il Peabody Museum of Archaeology and Ethnology dell’Università di Harvard a Cambridge (Massachusetts) e collocate sul sito e nel museo ivi costruito. Ornamenti messicani aztechi e di Teotihuacan, insieme a reperti fittili mayodi dall’Honduras, documentano le tecniche precolombiane mesoamericane di lavorazione della pietra, della conchiglia, della terracotta e dell’ossidiana.

Una grande quantità di reperti archeologici precolombiani fittili e tessili e collezioni etnografiche africane sono state successivamente acquisite dal Comune ed integrate al fondo del capitano poco dopo la sua morte. Nel corso di questi ultimi anni il museo si è arricchito ulteriormente grazie alla donazione di materiale etnografico sudamericano e degli indigeni dell’Arizona.
Nell’estate del 2003 è stata donata una ricchissima collezione di reperti precolombiani dell’Ecuador, che risalgono dalla cultura Valdivia.

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La possente silhouette della torre di guardia del castello affiancata dalle mura merlate

La dimora di un uomo di mare genovese, qual era appunto il capitano d’Albertis, diventa il punto di partenza per un viaggio che conduce direttamente - attraverso la serie di sale (Sala nautica, Salotto turco, Sala colombiana e Sala delle meridiane) - ai popoli che egli visitò mosso dallo spirito di conoscenza proprio dell’esploratore.

Allo sguardo ottocentesco - carico di suggestione per l’esotico - del capitano, nello spazio del bastione fortificato portato interamente alla luce dal restauro del castello, viene affiancato uno sguardo rinnovato e contemporaneo sul mondo extraeuropeo, in grado di fornire spunti per una riflessione sulla cultura europea e sulle altre culture, con la partecipazione diretta dei veri protagonisti e legittimi attori, le popolazioni native che produssero i reperti raccolti.

L’allestimento espositivo ribalta, in questo senso, la visione corrente del mondo e della rappresentazione museale, avvalendosi del coinvolgimento delle comunità locali ed internazionali, di accorgimenti multimediali e soprattutto di un design che evidenzia la valenza segnica e la pregnanza culturale dei materiali.

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Stanza navigatore nel Museo delle culture del mondo

Museo delle musiche dei popoli

Infine, in collaborazione con la cooperativa Echo Art, il Castello d’Albertis offre, accanto al Museo delle culture del mondo, anche un Museo delle musiche dei popoli, forte di strumenti, laboratori, spettacoli, mostre, e ascolti dal mondo e intorno al mondo.

L’esposizione permanente di strumenti musicali che rappresentano tradizioni colte e popolari al tempo stesso, consente di attraversare - esaminando da vicino le migrazioni e le esplorazioni, ma anche gli incontri e gli scontri fra culture e poli diversi - il sentiero maestro della musica, nel suo divenire attraverso i secoli.

L’indagine sonora di valenza etnografica si appoggia - e non poteva essere diversamente, in pura epoca telematica - a suoni e immagini arricchiti da testi e video raccolti attraverso i cinque continenti.

Alla parte museale si affiancano concerti, stages, convegni, attività didattiche, conferenze di musicisti e ricercatori.

Grazia De Marco

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