CLUBHOUSE

Il social delle chiacchiere

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In Italia è ancora in fase sperimentale, ovvero in quella che in gergo tecnico è chiamata fase beta, ma a detta di molti esperti del settore potrebbe presto ottenere un vasto successo di pubblico anche in Europa. Clubhouse è il nuovo nato nel variegato mondo dei social network e sul sito ufficiale è descritto come “un nuovo prodotto social basato sulla voce che permette alle persone, ovunque si trovino, di chiacchierare, raccontare storie, sviluppare idee, approfondire amicizie e incontrare nuove persone interessanti in tutto il mondo”. La piattaforma, sviluppata dall’imprenditore Paul Davison e dall’ex impiegato di Google Rohan Seth, ha ricevuto un finanziamento di 12 milioni di dollari dalla società Andreessen Horowitz e a maggio dello scorso anno è stata valutata attorno ai 100 milioni di dollari. Il clamore attorno a questa app è anche merito delle tante celebrità statunitensi subito sbarcate sul nuovo social alla ricerca di notorietà e qualcosa di nuovo. Un’altra caratteristica e peculiarità di Clubhouse è che può essere utilizzato solo da chi riceve un invito tramite qualche conoscente già iscritto: aperta l’app, Clubhouse mostra l’elenco delle conversazioni che stanno avvenendo in quel momento, di quelle programmate e da chi sono moderate. Sarà poi un algoritmo a scegliere quali stanze mostrare a ogni utente, sulla base degli interessi o delle amicizie strette all’interno di Clubhouse.

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Ognuno potrà dunque scegliere se partecipare a dibattiti su film, politica, tecnologia, musica o qualsiasi altro argomento disponibile. All’interno di ogni conversazione, l’utente ha la facoltà di scegliere se fare un intervento o limitarsi semplicemente all’ascolto di ciò che dicono gli altri partecipanti alla stanza. Clubhouse, come si può evincere dal nome, è un social esclusivo, un salotto mondano dove alla presenza di tanti invitati, sorseggiando virtualmente un drink, si fa la spola da un gruppo di persone a un altro a seconda del tipo di conversazioni poste in essere. La nuova app ha suscitato subito interesse da parte degli addetti ai lavori non solo per la sua originalità e per l’altro numero di utenti già iscritti, ma anche per problematiche legate alla gestione della privacy degli utenti e per casi di molestie. La policy di Clubhouse affida la gestione dei contenuti delle conversazioni ai moderatori, unici a segnalare casi di cattiva gestione delle regole interne, un problema che però a lungo andare, con l’aumentare progressivo e inevitabile del numero degli utenti, diverrà sempre più problematico da gestire e controllare efficacemente.

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Intanto Clubhouse si presenta al mondo per l’innovazione dei contenuti proposti, le clip audio e l’esclusività: se Instagram punta sulla condivisione delle foto, TikTok sui video e Twitter sui commenti delle notizie del momento, Clubhouse mixa la vecchia chat con la funzionalità del podcast. La nuova piattaforma della Silicon Valley punta su un nuovo prodotto social basato sulla voce, uno dei fondamentali canali della comunicazione umana lasciato in disparte dal resto del mondo social maggiormente orientato a solleticare la parte visiva degli utenti e di conseguenza un narcisismo dilagante. Clubhouse allora ha perlomeno il merito di eliminare la bulimia di foto e video a cui siamo costretti da alcuni anni a questa parte e che ci hanno trasformati in homo videns; tutto si basa nella nuova piattaforma in stanze sonore, dove a predominare vi è solo la parte audio, e in cui le persone si riuniscono per discutere e per ascoltare. Nulla viene registrato, niente fuoriesce dall’app, tutto avviene in rigorosa presa diretta, ciò che si dice rimane all’interno del ristretto club a cui si è aderito, un club in cui, parafrasando Oscar Wilde, “niente è più necessario del superfluo”.

Andrea Alessandrino

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