COP27: BILANCIO, TRA LUCI E OMBRE DI UN FUTURO INCERTO

Si stimano già solo in Asia danni per 35,6 miliardi di dollari causati dal riscaldamento globale

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cms_28384/0.jpgIl principale forum mondiale per la lotta al cambiamento climatico (COP27) si è concluso domenica a Sharm El-Sheikh, in Egitto. È stata concordata l’istituzione di un fondo per aiutare i paesi poveri colpiti dai disastri climatici, ma molti osservatori hanno trovato deludente tale accordo al fine di ridurre le emissioni globali di gas serra.

Durante la COP26 a Glasgow, un anno fa, quasi 200 nazioni del mondo avevano promesso di aggiornare i loro piani di decarbonizzazione nel 2022. Da allora però i progressi sono stati molto lenti.

Nel tentativo di accelerare il processo, delegati come Alok Sharma, portavoce del Regno Unito per la COP26, speravano che l’accordo COP27 imponesse un picco delle emissioni globali entro il 2025, il consolidamento della fine dell’utilizzo del carbone e un percorso per eliminare gradualmente petrolio e gas.

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Tuttavia, la conferenza ha compiuto progressi quasi nulli nel suo compito principale: dimezzare le emissioni entro il 2030. Il riscaldamento globale, infatti, può rimanere gestibile solo se le temperature medie non salgono oltre 1,5 gradi Celsius rispetto ai livelli preindustriali. Il riferimento nel testo finale della COP27 alle fonti energetiche “a basse emissioni”, che potrebbero favorire il crescente utilizzo di gas ad emissione di metano, può addirittura rappresentare un passo indietro.

Vi è solo una nota positiva: l’impegno ad istituire un fondo “perdite e danni”. I paesi ricchi responsabili della maggior parte delle emissioni mondo dovrebbero versare dei risarcimenti per arginare gli effetti reali del cambiamento climatico che si sta verificando in questo momento. La Cina e l’India hanno sostenuto il cambiamento a favore dei paesi più poveri, temendo implicazioni legali; gli Stati Uniti, invece, hanno sempre resistito a tali iniziative. La stima dei danni già soltanto per il continente asiatico ammonterebbe a 35,6 miliardi di dollari, laddove il Global Shield varato dai paesi ricchi del G7 mette a disposizione appena 200 milioni di dollari.

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Detto ciò, la principale crescita delle emissioni nei prossimi due decenni si avrà in regioni diverse da Europa, Stati Uniti e Cina.

Troppe parti non sono pronte a fare ulteriori progressi oggi nella lotta contro la crisi climatica”, ha commentato Frans Timmermans, il capo della politica climatica dell’Unione Europea, descrivendo l’accordo come “un passo avanti non sufficiente per le persone e il pianeta”.

Alla COP26 era ovvio che una percepita mancanza di generosità da parte delle nazioni più ricche stava frenando gli sforzi per mitigare e adattarsi al cambiamento climatico. Pertanto, anche una moderata dimostrazione di buona volontà da parte dei paesi più ricchi potrà incentivare le controparti economicamente meno sviluppate a porsi obiettivi più rigorosi.

Marlen Cirignaco

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