COVID-19

Quanto dura l’immunità per chi lo ha avuto?

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L’ultimo report sulla Pandemia in Italia, relativo alla scorsa settimana, denuncia un peggioramento del rischio epidemico con una incidenza oltre la soglia di 250 casi/settimana per 100.000 abitanti e un Rt medio di 1,16 (dati del ministero della salute). Lo stato di tensione emotiva per il dilagare del virus si nutre di altri fattori di preoccupazione e ricorrenti diventano le domande. Quanto è frequente la reinfezione? Chi è più a rischio?

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Lo studio SIREN (SARS-CoV-2 Immunity and Reinfection Evaluation), pubblicato in versione non sottoposta a peer-review un paio di mesi fa, affermava che l’infezione, una volta contratta, riduce dell’83% il rischio di infettarsi nuovamente e che la protezione dura almeno 5 mesi.

La risposta immunitaria all’infezione contratta rende, dunque, più difficile un secondo contagio.

Cosa cambia tra prima e seconda infezione?

I dati provenienti da una ricerca danese confermano che l’80% di chi era risultato positivo al tampone è protetto dal rischio di reinfezione. Per gli ultrasessantacinquenni, tuttavia, il livello di protezione è sotto il 50 per cento. Il sesso è ininfluente e non sono stati riscontrati significativi cali della protezione dopo 3-6 mesi dalla prima infezione (Hansen 2021).

È interessante evidenziare che la maggior parte delle seconde infezioni da SARS-CoV-2 si rivelano essere più leggere rispetto alle prime. «Quasi certamente, l’immunità acquisita dopo una infezione lieve non dura a lungo, ma la maggior parte delle reinfezioni è destinata ad essere meno grave per via di un certo livello di memoria immunitaria e di cellule T» afferma Paul Hunter, professore di medicina alla University of East Anglia.

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Joël Mossong, della Luxembourg National Health Authority, ritiene che «le persone con sintomi lievi nell’infezione iniziale hanno maggiore probabilità di infettarsi nuovamente, probabilmente perché non hanno mai sviluppato immunità. E lo stesso avviene per i soggetti immunodepressi». Inoltre, egli precisa che alcune di quelle che vengono classificate come reinfezioni in realtà possono essere riattivazioni del virus ancora presente nell’organismo.

La precedente infezione da SARS-CoV-2 modifica anche la risposta ai vaccini oggi disponibili, che prevedono due somministrazioni a distanze di alcune settimane.

cms_21371/2_Min_Sanita.jpgIn Italia con la Circolare 8284 del 3 marzo 2021, il Ministero della Salute ha infatti stabilito che «è possibile considerare la somministrazione di un’unica dose di vaccino anti-SARS- CoV-2/COVID-19 nei soggetti con pregressa infezione da SARS-CoV-2 (decorsa in maniera sintomatica o asintomatica), purché la vaccinazione venga eseguita ad almeno 3 mesi di distanza dalla documentata infezione e preferibilmente entro i 6 mesi dalla stessa». Le misure cambiano per i pazienti con immunodeficienza, primitiva o secondaria a trattamenti farmacologici: «in questi soggetti, non essendo prevedibile la protezione immunologica conferita dall’infezione da SARS-CoV-2 e la durata della stessa, si raccomanda di proseguire con la schedula vaccinale proposta (doppia dose per i tre vaccini a oggi disponibili)», si legge nella circolare ministeriale.

Il problema delle varianti

cms_21371/4.jpgLa presenza delle varianti – inglese, brasiliana, sudafricana, e non solo – ha fatto sollevare molti dubbi sul possibile calo di efficacia dei vaccini. «Non so quanto sia probabile un aumento delle possibilità di reinfezione», sostiene Hunter riferendosi in particolare alla variante inglese. «Le varianti di SARS-CoV-2 con diverse potenzialità di eludere l’immunità naturale e vaccinale complicano notevolmente la situazione […] le nuove varianti potrebbero portare la risposta immunitaria a livelli non sufficienti, rendendo necessari vaccini aggiornati» scrivono l’infettivologa Rosemary Boyton e l’immunologo Daniel Altmann in un articolo pubblicato su Science.

Francesco Leccese

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