Calcio in lutto: il “Mondo” se ne va

Emiliano Mondonico scomparso dopo una lunga malattia

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Era il 13 maggio del 1992, quando al Toro di Martin Vasquez, Cravero e Lentini sfuggì sul più bello il sogno di conquistare la Coppa Uefa. Emiliano Mondonico dalla panchina, con un gesto che diverrà il simbolo del “granatismo”, sollevò al cielo di Amsterdam una sedia, in segno di protesta, essendo furibondo a causa dei tre legni colpiti dal Toro e degli errori arbitrali in favore dell’Ajax.

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“È il simbolo di chi non ci sta e che reagisce con i mezzi che ha a disposizione”, dirà in seguito.

Da quella sera, il gesto del ct del Torino è diventato per i granata un simbolo di protesta; così, dopo ogni colpo di sfortuna, dopo ogni ingiustizia subita dalla loro squadra, i tifosi del Toro cantano in coro: «Emiliano alza la sedia, alza la sedia per noi».

Emiliano Mondonico non ce l’ha fatta: quando nel 2012 riportò il Torino in serie A, tutti avevamo sperato che quella vittoria potesse sancire anche la sconfitta della grave malattia che lo aveva colpito. Tutti, non soltanto noi tifosi granata, avevano voluto credere che fosse riuscito a debellare il male. Ma “la bestia” è tornata a colpire l’allenatore, causandone la morte a 71 anni.

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Mondonico era “granata” nell’anima, e chi gli ha voluto bene davvero non poteva che augurargli ogni giorno di ripetere l’esaltante vittoria della Coppa Italia contro la Roma, nel 1993, quando l’arbitro Carlo Sguizzato “regalò” ben tre rigori agli avversari. Fu una battaglia contro il destino, lo stesso destino che, come i tifosi del Toro sanno bene, spesso è avverso tanto da rendere vana qualsiasi illusione.

Nel “Dizionario del calcio italiano” (Baldini & Castoldi), Mondonico è così descritto: «Allenatore dal carattere forte e dalla parlantina meditata, il “Mondo” è un personaggio anche da giocatore: ma, come spesso capita, in senso opposto a ciò che diventerà da tecnico. Ala destra estrosa e di talento, è uno dei primi giocatori che vivono da veri ragazzi degli anni ‘60: capelli lunghi, spirito contestatore, vita non proprio da atleta. Al Torino, nel ‘68, dovrebbe raccogliere l’eredità di Meroni, il suo idolo. Ma non sfonda e trova una dimensione più consona all’Atalanta».

Ma tra le doti che il “Mondo” possedeva, e che lo hanno consegnato alla storia del calcio come allenatore ideale, la più preziosa è sicuramente il cuore.

Il vecchio cuore granata.

Lucia D’Amore - Roberto Pedron

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