Come è difficile staccarsi dai social

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Il tempo dei social tradizionali sembra avere i giorni contati. Gli utenti più giovani cominciano a lanciare chiari segnali di disaffezione soprattutto verso Facebook, il grande tiranno social dei nostri tempi. Ad ammettere un calo verticale degli afecionados del più grande social network del mondo è lo stesso Zuckerberg attraverso i suoi portavoce. Se è vero che gli utenti attivi giornalmente sono in media 1,40 miliardi, e quelli attivi mensilmente sono a quota 2,13 miliardi, è anche vero che il tempo trascorso sulla piattaforma è calato di 50 milioni di ore al giorno negli ultimi tre mesi del 2017. Sembrano ormai uno sbiadito ricordo i tempi in cui l’ossessione da controllo delle notifiche, messaggi e richieste di amicizia iniziava sin da quando suonava la sveglia. In termini temporali dovremmo cominciare a parlare di social network ormai al passato, cominciando a domandarci perché abbiamo cominciato a usarli.

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La sbornia iniziale composta da bisogni più o meno reali e desideri indotti, come svago, informazioni, promozione di prodotti commerciali, interazioni sociali, oggi sembra proprio defluire verso una sensazione di nausea e noia generale. Le grandi spinte iniziali stimolate in particolar modo da Facebook, ovvero il bisogno di appartenenza e l’auto rappresentazione, col tempo si sono affievolite sotto la massa di un numero infinito di messaggi, immagini e commenti che hanno alla lunga creato disaffezione e sollevato conseguenze negative sulle nostre e altrui vite social. Quantità di tempo e tipologia di attività svolte all’interno dei social avrebbero inciso profondamente sullo stato d’animo degli utenti, come la qualità delle interazioni e il tempo speso nella connessione. Un uso prolungato dei social rischia di alterare paradossalmente proprio quelle iniziali e positive sensazioni provate al momento di un’iscrizione a una qualunque piattaforma di condivisione. Infelicità, tristezza e generale insoddisfazione cominciano a palesarsi nella misura in cui a un iniziale uso attivo dei social comincia a prevalere un uso passivo della piattaforma, cioè si finisce di interagire con gli altri e ci si limita piuttosto al consumo di contenuti che aumenterebbe l’insoddisfazione e il senso di solitudine. Per capirci, limitarsi a leggere i post degli altri senza commentare, o scorrere le news feed senza uno scopo preciso, farebbe crescere la sensazione di aver sprecato il proprio tempo in qualcosa di poca importanza. Come se non bastasse, l’utilizzo in particolar modo di un social come Facebook può inizialmente aumentare il senso di essere connessi e in contatto con gli altri, ma può anche far crescere la paura di essere ignorati ed esclusi, una specie di cyberostracismo ai danni in particolar modo di coloro i quali hanno una bassa autostima di sè.

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L’essenza di un social network, l’interattività, viene meno nel momento in cui gli utenti dedicano una percentuale molto bassa del loro tempo speso su queste piattaforme a comunicare con altri utenti, preferendo di gran lunga il consumo di contenuti, ovvero un tipo di approccio foriero poi di infelicità. La soluzione alle nostre ansie sembrerebbe quella di cominciare a tirarci fuori da questo reticolo di relazioni pericolose e controproducenti. Pochi ci riescono perché spesso a legarci ai social è solo l’abitudine, un automatismo routinario caratterizzato da uno sforzo cognitivo a scartamento ridotto che ci porta a passare e sprecare tempo a rincorrere e consumare contenuti visivi senza però interagire. A questo si aggiunga che un’altra àncora che ci lega ai social senza darci il coraggio di abbandonarli è il senso di gratificazione provato quando parliamo di noi stessi.

cms_8475/4_v.jpgFacebook sotto questo punto di vista può apparire come una vera e propria droga e creare dipendenza. Lo spazio infinito di pseudo relazioni creato artificiosamente dai social, mescola aspetti individuali, sociali e neurali che rendono poi difficile annullare la propria iscrizione e staccarsene. La capacità dei social media di riempire bisogni iniziali come la voglia di comunicare con più persone, la condivisione di immagini, foto, video ed emozioni, la possibilità di dare libero sfogo alle proprie emozioni e ai propri sentimenti, la creazione di inedite forme di autocompiacimento e derive narcisistiche, ha lasciato via via spazio a forme di gratificazione, nuovi algoritmi e modelli di profilazione sempre più invasivi, con l’unico scopo di tenere dentro la maggior parte di utenti possibile, di non far sfuggire nessuno da questa gabbia dorata in cui siamo insieme ma terribilmente soli.

Andrea Alessandrino

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