Come il coronavirus penetra negli occhi. Oms: "Test sierologici dicono che maggioranza popolazione è a rischio".

In Italia,i morti dall’inizio dell’emergenza salgono a 30.739. Baldanti:"Con plasma mortalità ridotta al 6%"

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Attenti agli occhi: scienziati statunitensi affermano che il coronavirus può penetrare nel corpo anche per questa via, attraverso le lacrime o il contatto con mani infette, dopo aver scoperto che proprio gli occhi contengono una proteina ’chiave’ utilizzata dal virus per legarsi alle cellule. I risultati dello studio condotto da un team della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora - pubblicato su MedRxiv e non ancora sottoposto a revisione - arrivano dopo le segnalazioni di irritazione agli occhi e congiuntivite da parte dei pazienti. Ma anche dopo che, qualche settimana fa, i ricercatori dello Spallanzani di Roma hanno scoperto che Sars-CoV-2 è attivo anche nelle lacrime e nelle secrezioni oculari dei pazienti positivi.

Il virus è in grado di agganciarsi a particolari cellule all’interno dell’organismo note come recettori Ace. Questi recettori sono nei polmoni e nel sistema respiratorio, ma ora gli scienziati Usa hanno scoperto che anche gli occhi producono Ace2, cosa che li rende un bersaglio. "La superficie oculare potrebbe fungere da porta di accesso" per il virus "attraverso l’esposizione a goccioline aerosolizzate o il contatto occhio-mano. Allo stesso modo, la superficie oculare potrebbe fungere da importante serbatoio del virus", scrive il team di Lingli Zhou del Department of Ophthalmology della Johns Hopkins University School of Medicine di Baltimora.

Per testare questa teoria, il gruppo ha prelevato e analizzato campioni epiteliali corneali ottenuti da 10 pazienti morti non in seguito a Covid. Nello studio i ricercatori affermano di aver rilevato l’espressione di Ace2 in tutti i campioni testati, insieme a Tmprss2, una proteina che aiuta il virus a penetrare nell’organismo. Per gli autori "questi risultati indicano che la superficie oculare è effettivamente suscettibile alle infezioni da Sars-CoV-2. Particolarmente notevole è l’espressione di Ace2 sull’epitelio corneale e congiuntivale più superficiale, il sito di maggiore esposizione".

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"I primi studi sierologici dicono che una percentuale relativamente bassa della popolazione ha anticorpi contro Covid-19, il che significa che la maggior parte della popolazione è ancora suscettibile al virus". Lo ribadisce il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, in conferenza stampa a Ginevra. "Sono stati registrati più di quattro milioni di casi di Covid19 in tutto il mondo. La scorsa settimana - continua Ghebreyesus - diversi Paesi hanno iniziato a revocare l’obbligo di stare in casa e altre restrizioni in modo graduale. Per proteggere vite e mezzi di sussistenza, una lenta riapertura è la chiave per stimolare le economie, tenendo anche un occhio vigile sul virus in modo che le misure di controllo possano essere rapidamente implementate se si registrasse una ripresa dei casi".

cms_17452/OMS.jpg"I Paesi - ha proseguito - hanno messo in atto queste misure rigorose, a volte chiamate lockdown, in risposta a un’intensa trasmissione del virus. Molti hanno usato questo tempo per aumentare la loro capacità di testare, rintracciare, isolare e curare i pazienti, che è il modo migliore per rintracciare il virus, rallentarne la diffusione e ridurre la pressione sui sistemi sanitari. La buona notizia è che c’è stato un grande successo nel rallentare il virus e nel salvare vite umane. Ma misure così forti hanno avuto un costo e riconosciamo il grave impatto socio-economico dei lockdown, che hanno avuto un effetto dannoso sulla vita di molte persone". "Ho già sottolineato i sei criteri che i Paesi devono considerare - ha aggiunto il Dg Oms - prima di revocare gli ordini di stare a casa e le altre restrizioni. Tre sono le domande chiave che gli Stati dovrebbero porsi prima della revoca del lockdown: l’epidemia è sotto controllo? Il sistema sanitario è in grado di far fronte a una ripresa di casi che possono insorgere dopo l’allentamento di determinate misure? Il sistema di sorveglianza della salute pubblica è in grado di rilevare e gestire i casi e i loro contatti e identificare un aumento di casi? Queste tre domande possono aiutare a determinare se un lockdown può essere lentamente allentato o meno".

"Riflettendo sulla decisione di riaprire le scuole, i governi locali dovrebbero valutare la capacità degli istituti di mantenere le misure di prevenzione e di controllo dell’infezione", sottolinea ancora il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

"Pensando ai bambini che tornano a scuola - ha proseguito - i decisori dovrebbero riflettere su una serie di fattori chiave: occorre una chiara comprensione dell’attuale trasmissione di Covid-19 e della gravità della malattia nei bambini; deve essere presa in considerazione l’epidemiologia di Covid-19 nella zona in cui la scuola è geograficamente localizzata; deve essere valutata la capacità di mantenere le misure di prevenzione e controllo contro Covid-19 all’interno delle scuole".

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cms_17452/LOGO-PROTEZIONE-CIVILE-NAZIONALE.jpgSono meno di mille le persone ancora ricoverate per Coronavirus nei reparti di terapia intensiva in Italia: nelle ultime 24 ore il numero è sceso di altre 28 unità, portando il totale a 999 pazienti. Secondo i dati forniti dalla Protezione Civile, rispetto a ieri si registrano altri 179 decessi. Complessivamente, i morti dall’inizio dell’emergenza salgono quindi a 30.739.Tuttavia, continua a migliorare il dato relativo ai pazienti ricoverati con sintomi (13.539, -79) così come quello sulle persone attualmente positive (82.488, - 836). In isolamento domiciliare si trovano ancora 67.950 persone. In aumento il numero dei pazienti guariti (106.587, +1.401). I casi totali dall’inizio dell’emergenza sono 219.814 (+744). In tutto sono stati eseguiti 2.606.652, i casi testati sono 1.702.283.

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"Tutto è avvenuto nelle prime 3 settimane dall’inizio dell’epidemia. A quell’epoca l’obiettivo principale era la riduzione della mortalità" dei malati Covid in terapia intensiva. E con la terapia del plasma iperimmune "questa mortalità in effetti si è ridotta al 6%". A spiegarlo è stato oggi Fausto Baldanti, direttore dell’Unità di virologia del Policlinico San Matteo di Pavia, durante una conferenza stampa da Palazzo Lombardia, in cui si è fatto il punto sui risultati ottenuti nello studio pilota coordinato dall’Irccs e dall’università di Pavia.

"Dati di origine centrale fissavano la mortalità dei pazienti in ventilazione assistita e ricoverati in terapia intensiva tra il 13% e il 20%. Mediamente in quelle settimane il 15%" moriva. "Il primo obiettivo era verificare se la terapia con plasma iperimmune fosse in grado di ridurre la mortalità. E in effetti si è ridotta al 6%. Significa che da un decesso atteso ogni 6 si è osservato un decesso ogni 16 pazienti. E’ il dato più macroscopico emerso da questo studio pilota". Non solo. Quello che i camici bianchi hanno osservato è stato che miglioravano i polmoni dei malati. E miglioravano tutta una serie di parametri. "I parametri respiratori misurati anche a livello biochimico, cioè la quantità di ossigeno nel sangue, sono migliorati drammaticamente al termine della prima settimana - ha elencato Baldanti - Le immagini radiografiche con aspetti di polmonite bilaterale sono migliorate in maniera significativa entro la prima settimana e contestualmente i tre parametri scelti per verificare il livello infiammazione sono diminuiti in maniera altrettanto drastica al termine della prima settimana di terapia con plasma".

"Abbiamo parlato della terapia con plasma iperimmune all’incirca 2 settimane dopo l’identificazione del primo paziente positivo. A quel tempo non esisteva nessun tipo di test sierologico. Prendendo il siero di pazienti che avevano superato infezione e che erano i primi che stavano guarendo in quel momento", in vitro "abbiamo visto che la distruzione cellulare veniva fermata. Era la dimostrazione che nel siero dei guariti esistono anticorpi neutralizzanti. Non abbiamo scoperto l’acqua calda, ma abbiamo usato la cultura medica", ha detto ancora il virologo raccontando la genesi dello studio pilota sul plasma iperimmune condotto in Lombardia. L’esperto ha spiegato che il primo passo è stato provare l’esistenza di anticorpi neutralizzanti e poi di valutarne la quantità necessaria. "La virologia classica ci insegna che un’infezione si supera quando l’organismo è in grado di costruire anticorpi neutralizzanti che riconoscono la struttura ’spike’ superficiale del virus, quella che usa per entrare nelle cellule umane e infettarle". Disinnescando questo elemento "il virus risulta neutralizzato".

"Sempre la virologia classica - ha proseguito Baldanti - ci insegna che si coltiva il virus e si isola in vitro. L’infezione porta alla distruzione delle cellule umane stesse, come avviene nei polmoni dei pazienti. Noi abbiamo osservato, prendendo il siero dei guariti" e analizzandolo in vitro "che la distruzione cellulare veniva fermata. Per poter immaginare di usare il plasma, però, bisogna anche caratterizzarlo e capire il potere di neutralizzazione che ha. Altrimenti, dalla letteratura si vede che senza questo passaggio si può andare incontro a risultati sconfortanti. Ed è quello che abbiamo fatto".

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