Creatività sotto attacco, l’involuzione dei nativi digitali

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In principio fu il saggio di Nicholas Carr Is Google making us stupid? tradotto in Italia nel 2011 come Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello ad aprire il dibattito in cui schiere di studiosi, giornalisti ed esperti si interrogavano sugli effetti che l’utilizzo della rete può avere sulla mente umana. Lo scrittore americano guadagnandosi con il suo libro una nomination al Pulitzer, ebbe il merito di aprire un dibattito che per la verità si era già creato ma ancora faticava a emergere concretamente in quell’intellighentia che si occupava degli studi sui media. Con stile asciutto e certamente provocatorio, l’autore non si poneva né dalla parte degli entusiasti del cyberspazio né dalla parte dei cosiddetti apocalittici del web, ma invitava a riflettere su come l’uso distratto e leggero di enormi quantità di informazione finisca poi per farci perdere la capacità di concentrazione e di necessario ragionamento sui fatti e sugli accadimenti del mondo.

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La rete in tutti questi anni ha modificato la percezione del tempo dedicato al lavoro e di quello invece dedicato al tempo libero, rendendo più stimolante e accattivante quest’ultimo. La frenesia con cui scorriamo, e scrolliamo, le centinaia di informazioni che ci provengono dal web, sacrifica sull’altare della velocità la nostra innata capacità di riflessione fino al punto di plasmare la nostra attività celebrale. Il problema posto allora da Carr e oggi ancora attualissimo, è non solo di carattere creativo-cognitivo, ma addirittura evolutivo, in quanto la forza rivoluzionaria della tecnologia, soprattutto quella mobile, non ha fatto altro che rendere più rapido il processo di trasferimento delle capacità umane in direzione di un certo lassismo culturale e debolezza riflessiva.

cms_6248/3.jpgUn dato su cui riflettere si può a titolo esemplificativo riferire all’abbandono graduale e inesorabile della scrittura a mano. La Finlandia, uno dei paesi europei più competitivi e con un sistema scolastico tra i migliori al mondo, già dall’anno scorso ha introdotto una riforma che prevede la non obbligatorietà della scrittura a mano nelle scuole elementari. Alfabeto, lettere e numeri compariranno solo su tablet e schermi touch screen, abbandonando lavagne e quaderni degli alunni. L’insegnamento della scrittura sia chiaro non scomparirà del tutto dai programmi del ministero, ma non sarà più obbligatorio bensì facoltativo. In fondo, si saranno chiesti i politici finnici, a cosa serve la scrittura a mano se oggi tutti scrivono utilizzando una tastiera? È il trionfo della scrittura liquida, ancora un tassello decisivo in direzione di quella che Bauman aveva preconizzato come società liquida. L’assalto alla nostra sfera creativa da parte della rete non si ferma però solo alla scrittura a mano, ma prosegue anche grazie a software e app in grado di riprodurre al posto nostro ogni tipo di funzione che richieda creatività e sforzo cognitivo.

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La sostituzione uomo-macchina sta avvenendo dunque senza che noi ce ne rendiamo pienamente conto, facilitata dall’uso smodato delle nuove tecnologie e dalla nostra frenesia. Bambini che crescono senza nessun tipo di confidenza e familiarità con oggetti un tempo altamente creativi come una penna o un pennello, tenderanno mano a mano a essere sempre più facilmente preda di noia e sempre più carenti di stimoli interiori, supinamente e passivamente affascinati invece da schermi sempre illuminati pronti a far loro da pifferaio magico.

Andrea Alessandrino

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