DAL TEATRO GRECO A M¥SS KETA

La psicologia della maschera

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cms_21835/1.jpgNelle lingue europee è uso comune l’utilizzo del termine persona per indicare l’individuo umano.

Mai scelta fu più opportuna. Etimologicamente parlando, “persona” in latino indica la maschera indossata dagli attori e rinvia direttamente al tema dell’identità, al gioco contorto dell’essere e dell’apparire.

La stessa parola maschera racchiude un’anima ambivalente, e nell’immaginario collettivo può avere un doppio significato.

In essa convivono da una parte l’aspetto goliardico, carnevalesco e festoso e dall’altra il senso di finzione, inteso come mascheramento, inganno e arteficio.

Anche se oggi siamo forse più abituati a sentir parlare delle mascherine per proteggerci dal temuto COVID-19, l’archetipo della maschera compare in ogni epoca e cultura e a distanza di millenni continua ad affascinare. Difficile dire se l’accezione sia positiva o negativa: i contorni sono sfumati a tal punto che, ad esempio, nella cultura pop, ormai sono mascherati sia i supereroi che “i cattivi”.

Tornando all’etimologia di persona come maschera teatrale emerge un aspetto interessante. L’impiego di tali maschere, testimoniato fin dall’antica Grecia, consentiva non solo di caratterizzare il personaggio, ma fungeva per gli attori da vera e propria cassa di risonanza (vista la totale assenza di dispositivi elettronici come microfoni e altoparlanti). Da qui la possibilità di utilizzare maschere per amplificare la propria voce, anche solo metaforicamente, e approfittare della visibilità acquisita per dire la propria, rimanendo pur sempre tutelati.

cms_21835/2.jpgDiceva Oscar Wilde «ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero».

Forse dire la verità è più facile sotto mentite spoglie. In una recente intervista, M¥SS KETA, la rapper milanese che ha fatto della maschera il suo tratto distintivo, afferma: «L’anonimato rende liberi, datemi una maschera e vi dirò la verità, è vero. I pagliacci, i giullari di corte… Erano gli unici che potevano dire la verità, erano gli unici a cui era permesso. Erano gli unici a cui veniva data voce per le critiche».

Le potenzialità espressive di questo strumento sono quindi davvero uniche: oltre a porre maggiore enfasi sul messaggio, consente di depersonalizzarlo, slegarlo dal contesto originale e in qualche modo renderlo universale.

Ma usare maschere ci rende più liberi o soltanto più ipocriti?

Per Pirandello l’uomo vive «sempre mascherato, senza volerlo, senza saperlo», non solo in presenza degli altri, come prerogativa rispetto alle imposizioni del vivere sociale, ma anche con sé stesso. Proprio dall’idea della doppia maschera, (interiore ed esteriore) si sviluppa poi la poetica dell’umorismo, intesa come arte della contraddizione, della visione straniata e straniante.

In questa prospettiva la dualità e la molteplicità diventano caratteristiche intrinseche dell’essere umano, e al contempo lo condannano alla perenne disarmonia con sé stesso.

Quella della maschera è una metafora ampiamente utilizzata in ambito psicologico. L’approccio drammaturgico, per esempio, richiede di interpretare ogni evento sociale come una rappresentazione teatrale che si svolge su un palcoscenico e di fronte a un pubblico, secondo un copione che prevede, più o meno rigidamente, parti differenti affidate ad attori diversi.

cms_21835/3.jpgIndossiamo maschere non solo nell’interazione sociale, ma in ogni situazione in cui occorre ricoprire ruoli specifici. Non c’è nulla di male in questo, funzioniamo così. Il problema sorge quando c’è alla base una totale mancanza di consapevolezza rispetto all’esistenza della maschera, quando non si mantiene un contatto profondo con i nostri bisogni ed emozioni.

L’arteficio così costruito (spesso inconsapevolmente) riduce le nostre forme espressive ad una sola e ci costringe a modalità di funzionamento rigide, inflessive e spesso maladattive.

Anche se esiti così patologici possono essere meno comuni, tutti indossiamo maschere. Nell’eterno gioco delle parti, mascherarsi è un’arte che impariamo molto presto. È vero, è solo una maschera, ma se è facile metterla, a volte vi accorgerete che è altrettanto difficile toglierla.

Quello che c’è sotto potrebbe non piacervi, ma proprio per questo vogliategli bene ancora di più…perché se c’è una cosa che tutti meritiamo, è proprio amare noi stessi per come siamo davvero.

Ludovico Aniballi

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