DANTE E IL CASENTINO

DANTE_E_IL_CASENTINO_01_ITALIA_MERAVIGLIOSA.jpg

cms_20440/1v.jpgIl Casentino è una delle più belle e amene vallate del territorio aretino ed è caratterizzato da un paesaggio edenico, quello stesso a cui Dante spesso si ispira nella descrizione di alcuni canti del suo poema, in particolare nel canto XXX dell’Inferno, nel canto V del Purgatorio e nel canto XI del Paradiso, quest’ultimo dedicato a san Francesco ricorda il monte della Verna dove il santo “da Cristo prese l’ultimo sigillo”. Procediamo con ordine: nel primo canto citato Dante si trova nell’ottavo cerchio di Malebolge, quello dei fraudolenti. Le pene sono terribili, l’atmosfera sempre più cupa. Nella decima e ultima bolgia, quella dei falsari, Dante vede un dannato che presenta un corpo talmente deformato da sembrare un liuto. Questi è maestro Adamo, falsario di denari, condannato all’idropisia che lo sforma e gli causa una implacabile arsura inducendolo a desiderare “un gocciol d’acqua” e a protendere invano le labbra senza poterla mai avere. Ripensa il dannato alla bellezza della vita e le parole che pronuncia si contrappongono all’orrore di Malebolge.

“Li ruscelletti che de’ verdi colli/del Casentin discendon giuso in Arno, /faccendo i lor canali freddi e molli/

sempre mi stanno innanzi e non indarno,/ ché l’imagine lor vie più m’asciuga/che ‘l male ond’io nel volto mi discarno.”

Infine dirà ancora:

“Ivi è Romena, là dov’io falsai/ la lega suggellata del Batista;/per ch’io il corpo su arso lasciai”

Il castello di Romena è infatti scenario di questo episodio. Raccontano le cronache del tempo, che tale maestro Adamo, forestiero, forse di origine inglese, Adam Anglicus, come trascrive Sapegno citando documenti del 1273, “fu tirato in Casentino nel castello di Romena, al tempo che i conti di quello lato stavano male col comune di Firenze. Erano allora signori di Romena e d’attorno in quello paese tre fratelli, il conte Aghinolfo, il conte Guido e il conte Alessandro. Il maestro Adamo riduttosi con loro, costoro il misono in sul salto e feciongli battere fiorini sotto il conio del Comune di Firenze ch’erano buoni di peso, ma non di lega…” (Anonimo fiorentino).

La vendetta di Firenze non tardò a venire: essendosi Adamo recato proprio a Firenze a spendere quei fiorini che furono presto riconosciuti come falsi, fu preso ed arso vivo.

La bellezza del castello di Romena incanta ancor oggi per la sua posizione nel paesaggio casentinese facendo sì che la sua fama sia pari a quella di altri famosi castelli della storia medievale italiana.

cms_20440/3.jpgIl Casentino con i suoi castelli, le sue foreste, i suoi corsi d’acqua fu ben descritto nella Commedia proprio perché Alighieri vi soggiornò tra il 1302 e il 1313, non in modo stabile, ma ricorrente. E non si dimentichi la partecipazione di un giovane Dante tra i feditori a cavallo alla famosa battaglia di Campaldino del 1289, epico scontro tra le forze guelfe fiorentine e i ghibellini di Arezzo che vide la sconfitta di questi ultimi nell’11 giugno di quell’anno. È il nuovo mondo dei Comuni rappresentato da banchieri e commercianti ad avere il sopravvento sulle forze dell’antica nobiltà feudale e proprio a Campaldino si attua questo passaggio epocale. Il castello di Poppi dei conti Guidi domina dall’alto il teatro della battaglia che fu molto cruenta come appare nelle descrizioni degli storici del tempo. È un bellissimo castello con una torre imponente, finestre bifore nella facciata e merli guelfi di forma quadrata, diversi da quelli originali di foggia ghibellina. Oggi ci appare in ottima conservazione e si erge ben visibile nel magnifico paesaggio casentinese. Dante Alighieri vi fu ospitato nel 1310.Il poeta aveva, come ho già scritto, una particolare propensione per questi luoghi, ma dove il richiamo si fa più forte è proprio qui, nei posti che lo videro feditore in prima linea nel corso della battaglia. Nel canto V del Purgatorio il poeta dedica all’aretino Buonconte da Montefeltro, sfortunato cavaliere caduto a Campaldino, versi che celebrano per sempre questi nomi e gli eventi storici ad essi legati. Buonconte è nell’antipurgatorio, fra coloro che prima di morire si sono riscattati attraverso il perdono. Il cavaliere si avvicina a Dante, si racconta e chiede preghiere che possano affrettare la sua purificazione. I versi che raccontano la sua fine sono così eloquenti da meritare di essere riletti:

“Oh” rispuos’elli “a piè del Casentino/ traversa un’acqua c’ha nome l’Archiano, / che sovra l’Ermo nasce in Appennino/

Là ‘ve ‘l vocabol suo diventa vano, arriva’ io forato nella gola/fuggendo a piede e sanguinando il piano. /

Quivi perdei la vista e la parola / nel nome di Maria finì/ e quivi rimase la mia carne sola.

Il racconto di Buonconte continua a lungo impegnando tutta la fine del canto fino all’apparizione di un altro spirito che chiede anch’esso preghiere.

È lo spirito di Pia dei Tolomei.

Ma questa è tutta un’altra storia.

Carla Malerba

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


Meteo


News by ADNkronos


Politica by ADNkronos


Salute by ADNkronos