Datagate e fiducia tradita

L’era post social network è iniziata

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Il sogno visionario del migliore dei mondi possibili costruito attraverso la condivisione di amici, interessi, foto, e quant’altro sembra stia inesorabilmente svanendo con un’improvvisa quanto veloce discesa tra uno scandalo e l’altro.

cms_8824/2v.jpgL’ambizioso Mark Zuckerberg nonostante si sia prodigato negli ultimi mesi per porre riparo ai pericolosi scricchiolii del suo giocattolo preferito dalle uova d’oro (novità negli algoritmi, campagne per combattere le fake news, razzismo e xenofobia), nulla ha potuto contro la realtà dei fatti e soprattutto contro quello che tutti sapevano ma che per pigrizia e assuefazione a un social con poteri oppiacei si sono rifiutati di ammettere: una manifesta violazione della privacy degli utenti. Cambridge Analytica può essere probabilmente l’ultimo dei colpi mortali inferti alle vaghe certezze di chi ancora crede che gli algoritmi siano neutrali e non, come nella realtà delle cose, piegati a una certa visione del mondo e del potere, oggi rappresentato dalla post democrazia dei social network.

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Eppure l’idea iniziale con cui Facebook era nato mostrava tutte le bontà di un progetto finalizzato allo sviluppo di una comunità in rete retta da regole politically correct, nella quale ognuno si sarebbe potuto esprimere in quasi totale libertà senza paura di ferire la dignità degli altri utenti. Il sogno di una democrazia finalmente compiuta nella sua totale accezione verbale e la forma compiuta di un cosmopolitismo aggregante ha prodotto come risultato più evidente un aumento colossale del profitto di Facebook, alla faccia della moralità e alla trasparenza con le quali è stato ed è gestito il social network più famoso e abitato al mondo. D’altronde quanti si sono interessati a quale fine facessero le enormi quantità di dati individuali che ogni giorno spingiamo a forza di post, video e foto? Supini e poco accorti abbiamo accettato di mettere una firma alla policy del social che, tra le altre cose, prevede la gratuita cessione dei nostri preziosissimi dati personali affinché il giovane Zuckerberg possa liberamente venderli al miglior offerente, cosa che poi è accaduta.

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Frotte di business men ed esperti di propaganda politica non hanno evidentemente perso tempo per trarre profitto (anche loro) da una massa di dati così succulenta e dalla disponibilità immediata. Personalizzare la propria campagna elettorale in seguito alla conoscenza delle opinioni “profilate” su Facebook è stato il cavallo di Troia per vincere l’ultima campagna elettorale statunitense? Molto probabile. Quel che è certo è che ora rimangono sul terreno i cocci di un rapporto di fiducia tra Zuckerberg e i suoi milioni di utenti americani ormai compromesso, rapporto che Facebook ha pagato con perdite secche in borsa e la sfiducia degli utenti più giovani che già da tempo avevano abbandonato la barca. Si apre ora uno scenario post apocalittico in cui è necessario discutere, soprattutto nelle democrazie europee, delle tecnologie di controllo sociale da parte delle grandi imprese del web, di gestione dei big data, su come è costruito il consenso dell’opinione pubblica (o di rete?) e sui reali rischi per la democrazia. La materia prima su cui i poteri economici e politici esercitano infatti maggior pressione sono le informazioni provenienti (gratuitamente) dai meccanismi di profilazione in rete, pacchetti di dati venduti per fare pubblicità e conoscere umori e pensieri di milioni di persone fintamente inconsapevoli. La rete è il nuovo e territorio in cui si sta ridefinendo un rapporto e un intreccio pericoloso tra potenze economiche, politiche e del web in cui l’incontrollata pervasività dei colossi dell’economia digitale nelle nostre vite, necessita di leggi speciali per la tutela della privacy online e di un’azione regolatoria e di vigilanza su tutti i social network.

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Intanto il titolo del colosso californiano crolla in Borsa e voci di corridoio danno per dimissionari alcuni esponenti dei vertici dell’azienda di Zuckerberg. Lo scandalo Cambridge Analytica rischia di diventare la Caporetto di una visione del mondo altamente sorvegliato e non è detto che questa sia una cattiva notizia, perché basta solo farci l’abitudine e tornare a riappropriarci delle nostre vite. Saremo capaci di farlo?

Andrea Alessandrino

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