Domus Aurea

Il fascino di un mito

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La Rinascita

In un poemetto del 1500, composto nella cerchia di Leonardo da Vinci, leggiamo: “Hor son spelonche ruinate grotte di stuccho di rilievo altri colore…Dogni stagion son piene dipintori più lastate par chel verno infresche..”. Le spelonche del brano sono gli ambienti della Domus Aurea, ora tornati in voga, e i pittori non son certo da meno trattandosi di alcuni esponenti della scuola di Raffaello.

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Già nel XV secolo il Pinturicchio conosceva talmente bene le decorazioni della Domus neroniana da riproporle a Roma sulle lesene della cappella Bufalini nella chiesa dell’Aracoeli e in quella Della Rovere a S. Maria del Popolo. Egli era in ottima compagnia. Lo seguirono nelle spedizioni Giovanni da Udine, Giulio Romano e moltri altri che lasciarono imperituro, ma anche vandalico ricordo incidendo o dipingendo a nero fumo i loro nomi su affreschi e stucchi. Gli artisti si calavano nel monumento, completamente interrato, dopo aver praticato un foro nella volta, venendosi così a trovare immediatamente al di sotto di questa. E’ per tale motivo che nella produzione artistica coeva non v’è traccia delle decorazioni parietali, rinvenenendosi altresì la riproduzione di particolari che potevano essere ammirati e minutamente riprodotti solo in quella particolare posizione.

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Le stesse volte sono poste attualmente, dopo lo svuotamento degli ambienti, a circa dieci metri di altezza. Possiamo immaginare lo stupore e la meraviglia di trovarsi, carponi, solo a pochi centimetri dalla policromia della volta dorata o della sala di Ettore e Andromaca e poter toccare gli stucchi con copiose tracce di doratura. Il viaggio sotterraneo non era certo comodo, il percorso andava fatto strisciando fra “ ranochi civette e barbaianni e nottoline “. Gli avventurosi pittori strisciando sul ventre con candele ad illuminare le decorazioni mangiavano “ pane con presutto poma e vino per esser più bizarri alle grottesche”. Così in realtà erano denominati i motivi decorativi con un neologismo coniato in quell’occasione e dovuto alla localizzazione ipogea delle pitture. L’etimologia del termine è ben nota al Vasari e al Cellini che, polemizzando come al solito aggiunge, “così quelli artefici facevano con i loro fogliami questa sorte di mostri: e mostri è il vero lor nome e non grottesche “. Durante il Rinascimento in effetti non si era perso il gusto “gotico“ di abbellire con esseri mostruosi aspetti marginali delle opere pittoriche e scultoree, ma è solo con il 1500 che si assiste ad un utilizzo consapevole di questi temi iconografici, non più attributi, ma decorazione centrale.

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E’ infatti con Giovanni da Udine, che si firma nella Domus Aurea “Zuan da Udene firlano”, nella Loggetta vaticana che assistiamo alla consacraziione dei motivi a grottesche trasformati in pittura coerente e non ornamentale. Del resto nella casa dorata non erano presenti soltanto i motivi miniaturistici, simili a tappezzeria, ma anche quadretti di più ampio respiro, quali il celebre addio di Ettore ad Andromaca che ispirò Annibale Carracci. Tale impostazione manterrà anche Giulio Romano nel Palazzo del Tè a Mantova, mentre Perin del Vaga la proporrà a Genova nel Palazzo Doria e a Roma in Castel S. Angelo. Le splendide partiture della Domus Aurea, ora molto lacunose, sono ricostruibili anche in base alle incisioni e alle svariate riproduzioni raccolte ad esempio nel Codex Escurialensis, opera di un’artista della bottega del Ghirlandaio, o ravvisabili negli acquarelli di Francisco de Hollanda, il biografo di Michelangelo. In realtà queste raccolte non erano affatto rare negli ambienti antiquari dell’epoca. Già con Brunelleschi e Donatello, nella prima metà del Quattrocento, c’era stata una formidabile ripresa dell’antico. Il viaggio a Roma era una tappa fondamentale per l’evoluzione artistica ed umana non solo del maestro, ma anche dell’uomo comune cultore della romanità. Ed ecco la necessità di queste raccolte, che in realtà erano il corrispettivo, senz’altro più erudito, delle nostre “guide “.Il viaggiatore poteva inoltre appuntare a margine quello che non trovava più, perché demolito o introvabile, o aggiungere, venendo a costituire tali appunti una vera miniera di informazioni per gli studiosi. Un esempio fra tutti quello della meta Romuli, la Piramide che sorgeva in Vaticano, immortalata da molti e distrutta nel 1499. Il primo nel genere può considerarsi il bizzarro Ciriaco d’Ancona, attivo già alla fine del XIV secolo, mercante girovago (fu anche in Oriente ) e colto, per arrivare infine, seppur con finalità diverse, al Volpato, il cui monumento funerario, opera del Canova, si trova nell’atrio della Basilica dei SS. Apostoli a Roma. Tuttavia per quel che riguarda la Domus Aurea nessuno degli artisti fu consapevole del luogo in cui si trovava, infatti della residenza neroniana si era ormai persa memoria. Cos’era dunque successo e perché?

Storia di un uomo e della sua Domus

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Nero Claudius Caesar Augustus sale al potere nel 54 d.C. poco più che giovinetto, adottato dall’imperatore Claudio zio di sua madre. Nasce quindi in seno alla famiglia giulio-claudia, celebre dinastia funestata da lutti e intrighi come era del resto assai comune a quell’epoca. Va immediatamente chiarito che, con l’avvento di Ottaviano Augusto, il fondatore dell’impero, tutti i sovrani a cominciare da lui si troveranno di fronte ad un dilemma. Legittimare, cioè conservare, la monarchia cercando al contempo di mantenere molte delle istituzioni che avevano caratterizzato la Repubblica e particolarmente i privilegi della casta dei senatori, tradizionalista, riferimento obbligato per qualunque storico. Le cronache che abbiamo letto e leggiamo tuttora sono il frutto di questa corrente di pensiero, chi nel tempo se ne è discostato soffrirà il destino dell’emarginazione e della dimenticanza. Così è stato per Nerone. Egli viene avviato alla “carriera “di imperatore da Agrippina, sua madre, e dal conservatore Seneca. Tuttavia ad un certo punto nel 63 d. C., egli imprimerà una svolta radicale al suo principato varando una rivoluzionaria riforma monetaria, a favore della piccola borghesia risparmiatrice tesa a limitare il luxus senatorio. Lo stesso storico Svetonio, a lui avverso, non riesce nella sua biografia a tacere gli innumerevoli aspetti positivi del suo governo. Quando scoppia l’incendio del 64 d.C., da sempre considerato frutto della sua follia, egli, come scrive Tacito, è ad Anzio. Rientra precipitosamente a Roma si adoperò in tutti i modi per aiutare la popolazione. Innanzi tutto aprì agli sfollati i giardini della parte esquilina della Domus Aurea, già esistente e impose che il grano arrivasse immediatamente dagli horrea (i magazzini) di Ostia. La gravità del disastro, per gestire il quale Nerone si prodigò in ogni modo, colpì anche l’imperatore. Egli venne accusato ingiustamente, rischiando di perdere il favore popolare su cui si basava molto del suo potere. L’accusa era ridicola e infondata: mai in una notte di plenilunio qualcuno avrebbe appiccato un incendio, le cause, ovviamente, andavano imputate alla tipologia delle costruzioni. Negli appartamenti in affitto la povera gente aveva bracieri mobili per cucinare e scaldarsi, con finestre schermate a malapena da pelli (mentre i ricchi avevano vetri), le fiamme libere, spesso incrementate con una sorta di ventagli, producevano frequentemente incendi, che devastarono Roma insieme ai crolli, tanto frequentemente che il conductor (il padrone di casa) si faceva pagare il canone d’affitto con largo anticipo. Del resto un altro spaventoso rogo, meno celebre, è quello dell’80 d. C. in piena età Flavia.

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La genialità di Nerone fu quella di varare, successivamente un piano regolatore (di cui abbiamo traccia archeologica solo nell’area alle pendici del Quirinale), in base al quale doveva esistere un intercapedine fra una casa e l’altra, le costruzioni dovevano essere in materiali ignifughi con sgravi fiscali per chi li utilizzava, fronteggiate da portici, per evitare il propagarsi del fuoco, costruite su vie larghe. Un esempio simile, e ancora visibile, è l’assetto urbanistico di Ostia Antica.Molte famiglie in possesso di fornaci, si arricchirono, ma nessuna era imparentata con Nerone. Il fervore edilizio fu straordinario, fra cui il restauro della sua Domus Aurea. La Domus Aurea è la conferma reale (gran parte dell’edificio sottostante le Terme di Traiano sul Colle Oppio è ancora visibile) del genio neroniano. Ideata dai magistri et machinatores (architetti e ingegneri) Severo e Celere è l’esempio di quel connubio fra natura e architettura che ritroveremo in seguito nelle ville del Palladio affrescate da Paolo Veronese. Severo e Celere crearono spazi inimmaginabili, capaci di autosostenersi, dove la vera decorazione non era costituita dalle decorazioni, ma dalla luce che entrava modulata dai portici antistanti.La ricca decorazione pittorica dovuta a Fabullus (o Famulus), ispirata al ciclo troiano (ricordiamo lo stesso Laocoonte, rinvenuto nelle Terme di Traiano, al cui ritrovamento assistettero anche Michelangelo e Giuliano da Sangallo, proveniente in realtà dalla Domus Aurea) era inferiore a quella marmorea in opus sectile (frammenti di marmi preziosi) che decorava le pareti degli immensi ambienti. Sappiamo da Plinio e da altre fonti che Nerone fu un grande collezionista di sculture e quadri e all’interno della sua Casa Dorata (definita così perché le tegole erano in bronzo dorato) suonava gli organi idraulici di sua invenzione.

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All’interno della Domus Aurea Svetonio annovera anche la celeberrima coenatio rotunda (sala da pranzo rotonda) che girava su sé stessa; in realtà si tratta della sala ottagona, dove la copertura è costituita da uno dei più grandi esempi di architettura a padiglione, poi ripreso da Domiziano e Adriano. Quello che si muoveva era in realtà una sorta di planetario mobile che copriva l’oculo (l’occhio) al centro della volta con scene astrologiche, da ricondursi al patrimonio culturale greco-ellenizzante che aveva, da sempre, caratterizzato la cultura neroniana. Egli era un monarca alla maniera dei sovrani ellenisti e finalmente aveva la residenza degna di un uomo non divinizzato, ma carico di quell’humanitas, che solo un greco poteva cogliere e che non compresero i romani. La descrizione del complesso, pur nell’astio delle fonti, è commovente. Il terreno su cui sorgeva si estendeva dal Palatino al Laterano. Resti sono stati rinvenuti anche al di sotto dell’area di S. Pietro in Vincoli. Nerone fu accusato di aver confiscato l’area esquilina, ma va sottolineato che quest’area era malsana, con magazzini (che furono inclusi nella costruzione), qualche domus repubblicana (allo stesso modo all’interno presente) e che un tempo era adibita a sepolture e poi abbandonata. Va comunque precisato che nel caso della Velia, dove venne fondato l’atrio della Domus Aurea, il terreno era di proprietà dell’imperatore che l’aveva ereditato dal padre, Cneo Domizio Enobarbo. Dopo questa sciagura finalmente Roma avrà l’aspetto che si merita, non più buio paese dalle strade strette e tortuose, ma città con un più regolare impianto urbanistico, come prima di lei gli insediamenti greci e magnogreci. Nerone è uomo sensibile e raffinato più vicino ideologicamente ai sovrani ellenistici e ad Alessandro Magno. Vuole una dimora che sia degna di un uomo, intendendo con questo termine, l’unione di spirito e materia, sintesi di tradizioni greco-orientali e romane.

La residenza sul Palatino.

Il primo nucleo del complesso neroniano si attestò su quel colle deputato ad ospitare gli imperatori secondo il costume iniziato da Augusto con la sua raffinata dimora. Resti cospicui della Domus Transitoria e della successiva Domus Aurea sono stati rinvenuti, già a partire dal 1545 (Pirro Ligorio), nella Domus Augustana, il principesco complesso voluto da Domiziano e progettato dall’architetto Rabirio. Gran parte della Domus Transitoria, che metteva in comunicazione il Palatino con gli Horti dell’Esquilino, venne distrutta dall’incendio del 64 d.C.Avanzi del vestibulum sono venuti in luce presso la Via Sacra, mentre una lunga campagna di scavo ha permesso di indagare le strutture nei pressi dello stagnum dove sorgerà il Colosseo.

Il Palazzo sull’Oppio

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Gli architetti compresero ben presto che era prioritario modificare l’orografia della collina per potervi inserire la grandiosa costruzione. Essi per ricavare un piano d’appoggio tagliano artificialmente il monte e costruiscono ad occidente un muro di contenimento molto resistente inglobando anche edifici preesistenti. La Domus Aurea infatti oltre ad un suo indubbio valore intrinseco, è un palinsesto dove convivono resti di età repubblicana e altomedievale; d’altronde l’Esquilino, dove sorge, ebbe già in età molto antica insediamenti e luoghi di culto. Fra queste preesistenze gli architetti si imbattono in una serie di magazzini, horrea, talmente solidi e ben costruiti, da renderne difficile la demolizione (Svetonio), tanto da essere inglobati nella struttura, rendendo, a prima vista, incomprensibile l’andamento di alcuni ambienti. Inoltre il tempo incalzava ed il complesso andava inaugurato, anche se gran parte della Domus Aurea doveva già esistere prima dell’incendio; non solo quella posta sul Palatino, ma anche l’Esquilina e né Tacito né Svetonio d’altronde precisano i limiti della domus Aurea e della domus Transitoria. L’inaugurazione del complesso, restaurato ed ampliato, è probabilmente commemorata con l’emissione di una serie di monete, nella zecca di Roma e Lione, databili fra il 64 e il 66 d. C., ritenute a torto relative al Macellum Magnum il grande mercato fatto costruire dal principe giulio claudio sul Celio nel 59 d. C., di cui, in fondo, non abbiamo notizie certe. E’ caratteristico che qualche anno dopo Domiziano, spesso accomunato con Nerone, farà rappresentare, sul rovescio di un sesterzio, la sua Domus Augustana. Prima di soffermarci sul settore esquilino, maggiormente conservato, va sottolineato il carattere unico della dimora che si estendeva dal Palatino fin quasi ai possedimenti del Laterano, includendo oltre alla Velia e al Celio anche gli Horti Mecenaziani, Lamiani e Maiani. Tali limiti del resto sono stati confermati lungo il corso dei secoli da innumerevoli rinvenimenti. Senz’altro un’area così vasta dovè essere per lo più occupata da padiglioni sistemati fra boschetti e giardini, in modo simile ad alcune ville rinascimentali e barocche in un perfetto connubio fra natura e architettura.

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Il vestibolo, posto sulla Via Sacra, comprendeva la statua colossale in bronzo dorato dell’imperatore, alta centoventi piedi, mentre la depressione posta fra i brevi rialzi collinari era occupata da uno stagno artificiale alimentato dall’Acquedotto Celimontano tramite il ninfeo del Celio, originariamente tempio dedicato al divo Claudio, circondato da costruzioni scenografiche.Il fulcro palaziale dovette essere costituito dalle costruzioni sul Palatino, ben presto danneggiate dall’incendio, e da quelle sull’Oppio.L’architettura di Severo e Celere supera di gran lunga la decorazione pittorica al suo interno. In realtà le invenzioni degli architetti sono già luce e pittura. Dobbiamo immaginare gli spazi ora scuri e sotterranei, attraversati da fasci luminosi che, modulati dai portici colonnati sulle fronti con volta a botte e a spiovente, percorrevano le stanze espandendosi ad occidente nel grande cortile con fontana, che la convogliava nel ninfeo di Ulisse e Polifemo, per poi riprendere il proprio trionfale cammino dilatandosi ad oriente nei due atri pentagonali affondati nel tessuto fitto di vani posto ai lati del quartiere della sala ottagona. In seguito alle più recenti ricerche possiamo certamente supporre un complesso edilizio, a due piani nel settore orientale, disposto armonicamente attorno ai due grandi cortili saldati in un centro ideale dal quartiere della sala ottagonale. La preminenza di quest’ultima struttura doveva essere ribadita da un ampio e articolato vestibolo anteriore, estroflesso quasi a compensare i vuoti dei cortili. All’interno la sala ottagona, oltre alla sua ardita architettura, presenta singolari effetti luministici che portano a presupporre “l’occhio“(oculo) della volta coperto da una qualche struttura mobile. L’evidente importanza di tale ambiente nella planimetria neroniana e la sua singolarità potrebbero portare a una, non troppo remota identificazione, con la coenatio rotunda di svetoniana memoria.Dunque un portico correva, (con volta a botte?), sul fronte orientale della grande domus, di cui alcune tracce sono ancora in situ, e un secondo piano colonnato è stato rinvenuto qui negli ultimi scavi. Inoltre il prospetto di questo quartiere doveva presentarsi estroflesso e mistilineo come sembra apparire nel dupondio neroniano da riferirsi, forse, all’inaugurazione del complesso. Ancora una volta l’impronta creativa e scenografica degli architetti viene esemplata in questo ambiente dalla copertura a padiglione, la cui spinta viene bilanciata dagli ambienti laterali, due dei quali costituiscono il più antico sistema a crociera del mondo romano. Inoltre accanto all’arditezza delle innovazioni strutturali v’è anche la suggestione del ninfeo collocato nella sua parte retrostante e direttamente collegato con il raffinato sistema di giochi d’acqua del piano superiore.

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Svetonio narra che la coenatio rotunda si muoveva ininterrottamente Tuttavia se vogliamo identificarla con questo ambiente in realtà, in modo molto meno complesso di quello che è stato ipotizzato, il movimento doveva forse concentrarsi nel solo tamburo, probabilmente ligneo, la cui rotazione doveva azionare all’interno della volta, con l’intradosso ancora segnato dall’ impronta dell’armatura lignea, un apparato mobile sontuoso forse in tessuto, magari con figurazioni astrologiche, quasi una sorta di planetario. Le pareti della stanza erano invece decorate con lastrine di marmi preziosi (opus sectile) di cui rimane solo l’allettamento. Qual’era il meccanismo che muoveva il tamburo? Forse un congegno che sfruttava i principi dell’idraulica o, vista l’esiguità della struttura, un portento mosso con rulli o rudimentali cuscinetti a sfera simili a quelli che azionavano le piattaforme delle navi di Nemi, volute da Caligola. Del resto tali invenzioni non erano inusuali nel mondo antico. Varrone descrive una tholos per le caenationes, una sala da pranzo, dove bracci rotanti presentavano vivande ai convitati, mentre una cupola in movimento indicava le ore e i venti, in modo analogo all’ateniese Torre dei Venti. Una di queste è descritta ironicamente anche nel Satyricon. Del resto all’interno della stessa Domus Aurea si trovavano i lacunari versatili, descritti da Svetonio, che lasciavano cadere fiori e profumi sui commensali. La narrazione che ci ha lasciato questo autore, biografo impietoso e parziale (coinvolto nella congiura ordita contro Nerone nel 65 d.C.) rende perfettamente l’idea di quello che dovette essere il Palazzo Imperiale. Conferme puntuali giungono, e sono giunte, dagli scavi e dai restauri. In effetti è veridica ad esempio la descrizione che tutto fosse coperto d’oro; molti i frammenti di stucco dorato trovati all’interno. Anche la cupola girevole poteva essere stata rivestita al suo esterno da lamine in bronzo dorato, tanto da riportarci alla memoria i versi di Marziale, “Invidiosa feri radiabant atria regis…”

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Tuttavia lo straordinario piano architettonico fu in qualche modo smentito dalla decorazione.Sembra evidente che l’ornamento più importante, nelle stanze di rappresentanza, dovette essere costituito dagli straordinari arabeschi marmorei, di cui rimane oggi solo la preparazione, piuttosto che i celebrati quadri pittorici. Il celebre Fabullus o Famulus, secondo la lezione più attendibile, che dipingeva solenne e severo in toga, dovette in realtà essere autore di un’esigua parte delle pitture, ancora conservate nella Domus Aurea. Né del resto si può ipotizzare una gran mano nella tessitura ripetitiva di molte delle superfici. Tale minutissima decorazione si dissolve nell’altezza delle stanze venendo a costituire qualcosa di anorganico, più adatta semmai ad ambienti di servizio simili al lungo criptoportico, interamente affrescato. Esso, ricavato per isolare la domus dal colle, ma anche passaggio per gli addetti alla gigantesca residenza, si snoda sul retro del complesso ad occidente e ad oriente. Tornando al Famulus di Plinio la sua descrizione del pittore che aveva un aspetto solenne e severo, è forse riferibile alla grandiosità dei temi trattati, legati per lo più alle saghe omeriche, permeati di pathos e dramma, mentre il suo dipingere in toga ci riporta alla tradizione aristocratica della pittura romana che risale a Fabius Pictor. L’altra definizione dataci dell’artista è quella di florido e umido, che potrebbe rimandare ad innovazioni nel campo della policromia e della ricchezza creativa tipiche del IV stile di cui fu originale rappresentante. La Domus Aurea è in realtà un mirabile compendio di stili e temi diversi, da relazionare sempre e comunque alle diverse fasi cronologiche del palazzo. Considerando spesso primaria la pittura, si è prestata poca attenzione alle diverse fasi strutturali a detrimento di una corretta datazione. Poco noti ed esclusi spesso dal circuito didattico, i pregevolissimi resti di case, appartenenti all’ultima fase repubblicana, con resti di decorazione pittorica e musiva, inglobate nella domus. L’arco di vita della residenza è in realtà straordinariamente lungo, se pensiamo che negli interri sono stati trovati reperti dell’età del ferro e la zona è ancora intensamente frequentata in età altomedievale, anche per la presenza in loco dell’oratorio di S. Felicita. La dimora era dunque concepita in modo originale, dotata di tutti quelli che oggi chiameremmo “comfort”, tra cui piccole terme private con acque marine ed albule, marmi preziosi, stucchi dorati e trovate scenografiche, sede espositiva inoltre dell’ingente patrimonio statuario che Nerone, fine e colto intenditore, possedeva. La sua era una formazione di tradizione ellenistica, laddove il sovrano non è solo un amministratore, ma l’emanazione stessa del potere divino. Dopo la sua morte, per un certo lasso di tempo, egli fu ancora amato dal popolo e dai principi suoi successori. Otone, che si firmava con l’epiteto di Nerone, stanziò cinquanta milioni di sesterzi per ultimare la Casa Aurea, mentre Vitellio sacrificherà nel Campo Marzio ai Mani dell’imperatore, invitando successivamente un famoso citaredo ad intonare un canto composto da Nerone che lo colmerà di gioia. Un altro storico Cassio Dione scriverà che Vitellio, adottando una politica filo neroniana, decide di abitare nella Domus Aurea, anche se era a tal punto disadorna che la moglie protestò vivacemente. In realtà dobbiamo immaginare che il piano di Severo e Celere fu talmente ardito da rimanere non finito alla morte dell’imperatore.

cms_2131/vespasiano.jpgVespasiano, che subentrò con la sua dinastia a quella giulio claudia, si accanì per cancellarne le opere con una politica tenace e distruttiva convincendo il popolo, dimentico dei benefici ottenuti, ad offuscarne la memoria ottenendo altresì il consenso della classe senatoria. Cosa fecero dunque i Flavi? Basterebbe leggere i versi di Marziale, il cantore per eccellenza di questo nuovo corso, per comprenderne appieno l’ideologia.Comunque sia, la splendida residenza non viene abitata dai principi flavi che torneranno ad occupare il Palatino forse non riuscendo nemmeno a comprendere il geniale piano architettonico neroniano.Del resto il fondatore della dinastia flavia, Vespasiano era soltanto un rude soldato originario di Rieti, un borghese, lontano anni luce dal sofisticato mondo del rivoluzionario Nerone. Egli da uomo duro e pratico restituì al pubblico godimento molti dei terreni inglobati nella Domus Aurea. Il bacino lacustre verrà prosciugato per far posto al grande cantiere del Colosseo, le terme che servivano la Casa Dorata vengono sbrigativamente inaugurate col nome di Terme di Tito, il Colosso di Zenodoros con le fattezze di Nerone viene trasformato in simulacro del Sole, il Claudium riprende la sua primitiva destinazione templare e la rete viaria, circostante il complesso, viene ripristinata. Tuttavia la vita tenacemente continua all’interno della Domus Aurea. I grandi e sontuosi ambienti sono ridotti con tramezzi e soppalchi, vengono chiuse aperture troppo grandi per aprirne di nuove che mettono in comunicazione le nuove stanzette ricavate una nell’altra, come scatole cinesi. Tali interventi sono piuttosto accurati e le tramezzature sono spesso dipinte, creando una bizzarra visione per chi oggi entra nel monumento. In effetti, crollato il soppalco, ci troviamo di fronte ad una parete dipinta con policromia e stile che, improvvisamente, si interrompono a metà mostrandoci una partitura decorativa completamente differente. Piccoli impianti industriali si insediano nei vani abbandonati, ma soprattutto è in questo momento che comincia lo spoglio sistematico del monumento. I marmi preziosi vengono accuratamente divelti ed asportati e così ogni arredo, che doveva trovarsi all’interno della residenza. Lo scempio si perfezionerà con la fine del principato di Nerva (96-98 d.C) quando la Domus ha ormai perso la sua funzione palaziale, ma è comunque oggetto di un fervore edilizio, non solo all’interno, ma anche in quegli ambienti posti nel settore più occidentale, a prima vista esterni e quasi estranei al monumento. Questi piccoli vani, di servizio anche durante il periodo neroniano, costruiti a ridosso del muro di contenimento, sono un vero compendio di epoche diverse conservando al loro interno le tracce di una vita affollata e frenetica. Sulla parete di uno di questi piccoli condomini un ignoto pittore ci ha laciato una rozza raffigurazione con due serpenti ai lati di un tripode, simbolo del culto domestico dei Lari, per evitare che qualcuno più scostumato di altri continuasse ad orinare nel cortile comune. Un tesoretto monetale fu trovato in loco, probabilmente, secondo l’opinione del Visconti, appartenuto ad un gladiatore che qui abitava od era semplicemente di passaggio. Ed è proprio in uno di questi ambienti che fra il IV e l’VIII secolo d.C. verrà ricavato un piccolo oratorio cristiano dedicato al culto della matrona Felicita e dei suoi sette figli martiri durante il principato di Antonino Pio o Marco Aurelio.Con tutta probabilità ci troviamo qui di fronte ad uno dei più antichi luoghi di culto della cristianità, una domus ecclesiae, provvista anche di un secondo piano, forse la custodia privata in attesa del processo. La dimora non fu necessariamente di proprietà dei santi, in modo analogo ad esempio alla domus dove aveva soggiornato S. Lorenzo nel popoloso quartiere della Suburra, divenuta poi la chiesa di S. Lorenzo in Fonte. La vera “damnatio “della Domus Aurea si lega in realtà all’anno 104 d.C. quando un incendio divampò funesto causando seri danni alla residenza, come racconta lo storico Cassio Dione.

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L’imperatore Traiano sfruttò in qualche modo la disgrazia scegliendo questo luogo, centralissimo, per l’edificazione delle sue Terme. L’opera grandiosa durò diversi anni, durante i quali le maestranze dovettero usare la malandata dimora neroniana come abitazione e magazzino, testimoniato dai molti graffiti rinvenuti al suo interno. Dunque la Domus divenne la platea sostruttiva del grande complesso termale. Per far ciò fu completamente rasato il piano superiore, mentre il sottostante venne interessato da parecchi interventi di consolidamento. Si dovettero infatti riempire i molti vuoti, tamponare le aperture, rafforzare le strutture murarie. La casa della luce diverrà oscura e frazionata, talmente diversa dalla concezione originaria da venir scambiata sempre, durante il corso dei secoli, con monumenti minori. Terminati i lavori nel piano soprastante e non servendo più il monumento nemmeno come ricettacolo di servizi e manodopera esso venne interrato. Quello che a prima vista può parere uno scempio costituì la sua salvezza sigillandolo, in parte almeno, per molti secoli. La Domus teatro di esplorazioni almeno fin dal 1400 fu oggetto delle prime vere indagini archeologiche soltanto a partire dal 1706 con il Bartoli, proseguendo poi con quelle del Cameron nel 1758-69 e del Mirri nel 1774. Tali sterri erano in realtà animati dall’unica finalità antiquaria di fare incisioni che poi circolavano nelle botteghe dell’epoca. Soltanto nel 1811 con l’architetto Antonio De Romanis assistiamo alla nascita di un vero studio sistematico del monumento, frutto di un’indagine che durerà all’incirca quattro anni. Si deve inoltre a tale autore l’aver posto interrogativi circa la denominazione Terme di Tito allora attribuita a tutte i resti archeologici del colle Oppio, senza comunque arrivare al riconoscimento della Domus Aurea, operato per primo da Stefano Piale nella sua opera del 1832. Almeno fino agli inizi del XIX secolo la cura della Domus fu di competenza del Camerlengato, l’autorità pontificia preposta alla Commissione delle Belle Arti. Tuttavia è durante il Governo Francese (1810-1814) della città che vengono eseguiti i primi scavi veri e propri come testimonia Camille De Tournon, prefetto del Dipartimento di Roma, nella sua opera pubblicata a Parigi nel 1831. Lo stesso Napoleone stanzierà duecentomila franchi. Sappiamo inoltre che è incaricato per questi lavori, per conto dell’Accademia di S. Luca e del suo presidente Antonio Canova, Giuseppe Valadier, mentre fra il 1812 e il 1813 verranno commissionati al Pinelli riproduzioni delle pitture delle Terme di Tito. Dopo l’Unità d’Italia la giurisdizione sul monumento verrà esercitata dalla Soprintendenza ai Monumenti del Lazio, che promosse scavi archeologici e restauri, particolarmente nel 1911-12, dal 1926 al 1938 e dal 1954 al 1960. Nel 1968 la Domus Aurea e la sua tutela diverranno di competenza della Soprintendenza Archeologica di Roma, a cui si devono importanti lavori di scavo, recupero e restauro degli ambienti. Scorrendo la documentazione relativa ai lavori nel monumento, a partire almeno dai primi del XIX secolo, la preoccupazione assillante per architetti e ingegneri fu quella della conservazione.

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Trattandosi di un monumento ipogeo presentava problematiche troppo complesse per l’epoca, aggravate da un uso improprio della parte soprastante (com’è ancora oggi!), dove si trovavano orti, giardini e costruzioni. Addirittura una parte era occupata dalla celebre fabbrica di salnitro ed il settore occidentale fu adibito agli usi più disparati. L’area era inoltre “mal frequentata”. Vi si inoltravano prostitute ed avvenivano spesso piccoli furti soprattutto ai danni dei custodi e degli operai o atti di vandalismo. Le indagini condotte all’interno hanno inoltre permesso di mettere in luce molti importanti reperti. Degna di rilievo la cronaca dello svuotamento della sala ottagonale attuato dall’architetto Terenzio nel 1938. Come testimoniano le foto d’epoca il soprintendente escogitò un rivoluzionario sistema di vagoncini per l’estrazione della terra e il conseguente scarico esterno. Fu proprio durante gli scavi della sala ottagonale e degli ambienti radiali che venne alla luce la splendida tazza marmorea con anse serpentiformi, conservata presso il piccolo Antiquarium della Domus Aurea. Purtroppo per lungo tempo i reperti furono custoditi in uno dei “grottoni“, in realtà uno dei fornici traianei, adibito a tal uso già dal De Romanis.

cms_2131/tersicore.jpgNonostante il saccheggio perpetrato nei secoli sono giunte fino a noi, seppur mutile e frammentarie, molte pregevoli opere. Fra queste in particolare va ricordata una bella Tersicore in atto di suonare la lira. Si tratta di una statua seduta, in marmo greco, forse di corrente neo attica, copia di un celebre gruppo attribuito alla cerchia dello scultore greco Prassitele. Tale esemplare fu rinvenuto certamente all’interno della Domus Aurea come è documentato dalle foto scattate al momento della scoperta avvenuta alla metà degli anni 50 di questo secolo. L’importanza rivestita da questo reperto è straordinaria, oltre al pregio di carattere squisitamente estetico esso riveste un importante valore documentario. In effetti dei molti materiali conservati odiernamente presso la Domus Aurea è arduo poter stabilire la provenienza certa, solo per la musa e per altri frammenti possiamo stabilirne con quasi assoluta certezza il luogo, che dovette essere una delle nicchie del ninfeo di Polifemo. Questo mirabile ambiente era inizialmente un ninfeo con una decorazione di tondi musivi nella volta di cui quello centrale recava l’immagine di Ulisse che porge al gigante la coppa di vino. La bellezza del vano non risiedeva soltanto nella partitura decorativa, ma nella perfetta proporzione dello spazio suo e di quello degli ambienti limitrofi, in una modulazione di vuoti e di pieni creati dalla luce che aveva la sua fonte originaria nel grande peristilio occidentale. La luce giungendo in tal modo rarefatta si stemperava sulle decorazioni preziose dell’ambiente, le cui finestre furono in un secondo momento tamponate e rivestite di preziosi marmi, di cui rimane oggi l’allettamento. Forse, e questa ipotesi è molto suggestiva, qui poteva trovarsi collocata una serie di statue raffiguranti alcune delle muse. Molti frammenti marmorei ascrivibili a statue di tali divinità sono state trovate, oltre alla succitata Tersicore, negli scavi condotti presso tali vani a partire dal 1954.Presso la Domus Aurea non solo sono stati rinvenuti reperti di età classica, ma molte sono le testimonianze anche di età post classica provenienti forse dai numerosi oratori cristiani che sorsero nei pressi, oltre alle vestigia tardo antiche e alle frequenti sepolture, distrutti per lo più nel corso del XVI secolo. Val la pena infine di ricordare un celebre rinvenimento avvenuto tuttavia nella parte soprastante, cioè nell’area delle Terme di Traiano.

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Si tratta del celebre Laocoonte, conservato ora nei Musei Vaticani, uno dei più importanti gruppi scultorei del mondo greco-romano. Ci rimane a tal proposito una bellissima testimonianza di Francesco da Sangallo, figlio del celebre architetto Giuliano dove si legge fra l’altro, “che io era di pochi anni la prima volta, ch’io fui a Roma, che fu detto al papa, che in una vigna presso a s. Maria Maggiore s’era trovato certe statue molto belle. Il papa comandò a un palafreniere: va, e dì a Giuliano da Sangallo, che subito le vada a vedere. E così subito s’andò. E perché Michelangelo Bonarroti si trovava continuamente in casa, che mio padre l’aveva fatto venire, e gli aveva allogata la sepoltura del papa, volle, che ancor lui andasse; ed io così in groppa a mio padre, e andammo. Scesi dove erano le statue: subito mio padre disse: questo è Laocoonte, di cui fa menzione Plinio. Si fece crescere la buca; e visto, ci tornammo a desinare…”Il rinvenimento era avvenuto nella vigna di Felice de Fredis, che grazie a questa occasionale scoperta divenne ricchissimo ottenendo la gabella relativa alla Porta Celimontana (o di S. Giovanni in Laterano come scrive il Lanciani). Con tutta probabilità il gruppo dovette arredare una delle sontuose stanze della Domus Aurea. Il Papa a cui si riferisce Francesco era Giulio II ed è quasi commovente immaginare i fatti come si svolsero: la corsa precipitosa, Giuliano che chiama il suo amico Michelangelo caricandosi in spalla il figlioletto di pochi anni. Del resto il Laocoonte ben si adattava alla residenza neroniana. L’imperatore fu un collezionista di statue. Plinio narra che egli non si separava mai da un’Amazzone opera di Strongilione, detta “dalle belle gambe “. Molti originali greci furono portati da Nerone a Roma e Plinio ne enumera 365 esposti poi da Vespasiano nel suo Templum Pacis che da sempre sappiamo essere stato sede di pregevoli collezioni scultoree. Anche per la creazione del suo Colosso bronzeo volle il meglio affidandosi a Zenodoros; Plinio visitò l’atelier dello scultore assistendo ai procedimenti tecnici di fusione. Nerone fu l’imperatore delle bizzarrie, vere o presunte. Sterilizzava l’acqua, assisteva alle corse della sua squadra preferita guardando attraverso uno smeraldo (era un tifoso della squadra dei Verdi), comprò coppe di vetro pregiato (cristallo di rocca?) pagandole seimila sesterzi, declamava versi indossando sul petto una lamina di piombo per amplificare la voce, suonava gli organi idraulici (una sua creazione) e fece costruire il tempio della Fortuna, inglobato poi nella Domus Aurea, con una varietà di alabastro chiamato phengites che emanava tanta luce da non aver bisogno di illuminazione aggiuntiva. Tuttavia fu non solo inventore di prodigi e meraviglie meccaniche, ma anche uomo a tutto tondo, colui che cambiò il corso delle cose, un diverso che pagherà non solo con la vita, ma con una spietata damnatio memoriae.Un destino ingiusto a cui nel tempo molti personaggi di rilievo sono stati consegnati, in attesa di un riscatto che, solo con lo studio sincero delle fonti letterarie e dei materiali archeologici, è possibile operare.

Giovanna Arciprete

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