E-STATE IN ITALIA - VI^

Tra castelli e fortezze le orme inquietanti di storie sinistre

STATE_IN_ITALIA_VI.jpg

Il nostro viaggio tra i castelli in Emilia Romagna ci conduce in un forziere di meraviglie, molte delle quali centro di attrazione mondiale perché recano le impronte indelebili degli uomini che vi vissero. A chi ha paura dei fantasmi consiglio vivamente di avvalersi di ghostbusters di comprovata esperienza e… tanto, tanto coraggio.

Castello Rocchetta Mattei

cms_23086/1.jpg

Lungo la S.P. 62 Riola Ponte a Grizzana Morandi (BO) svetta con le sue torri arabesche il castello edificato a partire dal 1850 dal Conte Cesare Mattei sulle rovine di un antico castello con annessa chiesa e cimitero risalente al 1200. E’ una costruzione stranissima realizzata con più corpi, in modo asimmetrico, con torrette a cipolla, guglie, minareti e simboli per ogni dove, nonché con un intreccio di tre stili molto diversi – tardomedievale, liberty, moresco. Stranissimo come strano era considerato Mattei. Uomo di lettere, imprenditore, aiutante papale, medico autodidatta, uomo di successo e di fama, tanto da venire citato da Dostoevskij nel romanzo ‘I fratelli Karamazov’. Divenne anche Conte, titolo conferitogli dal Papa per ringraziarlo di avergli donato delle terre politicamente e militarmente strategiche vicino Comacchio. Sicuramente un paranoico: tra ‘parenti serpenti’ e medici tradizionali che lo avversavano per la sua elettromeopatia visse ossessionato dalla paura di essere avvelenato e per questo fece costruire la sua camera da letto in modo che vi si potesse accedere solo tramite un ponte levatoio.

Nel suo castello si dedicò allo studio dell’Omeopatia e della Medicina, elaborando una nuova scienza medica che chiamò Elettromeopatia, basata sull’abbinamento di granuli simil-omeopatici con 5 liquidi elettrici per ristabilire il corretto equilibrio delle cariche elettriche del corpo e riportarlo alla neutralità. I principi erano estratti da piante officinali e lavorati con una metodologia segreta, e proprio la metodologia conferiva ai semplici elementi la loro efficacia terapeutica.

Benché avversato dalla Medicina ufficiale, egli iniziò a produrre i suoi rimedi esportandoli anche all’estero con grande successo anche presso le corti europee.

Nel 1896 il castello è passato al figlio adottivo Mario Venturoli Mattei che l’ha abitato (e anch’egli modificato) fino al 1956, quando, a causa delle difficoltà di mantenimento dovute agli anni della guerra è stato venduto a Primo Stefanelli, un commerciante di Vergato (detto il Mercantone). Precedentemente, però, non riuscendo a trovare un acquirente, era stato offerto gratuitamente al Comune di Bologna, il quale, impegnato nella ricostruzione del dopoguerra, l’aveva rifiutato.

Nel 1986 il castello fu chiuso perché non vi erano le condizioni di sicurezza necessarie per l’accesso da parte dei visitatori e fino al 2005 è rimasto nel più totale abbandono.

L’ Archivio-Museo del Conte Mattei, attualmente situato presso i Fienili del Campiaro ( Loc. Campiaro n.112, Grizzana Morandi), è l’ unico museo sulla medicina elettromeopatica al mondo.

Castello Estense

cms_23086/2_1630988527.jpg

Il Castello Estense, simbolo di Ferrara, venne edificato nel 1385 come strumento di controllo politico e militare per volere del marchese Nicolò II d’Este su progetto di Bartolino da Novara. Divenuto la residenza degli Estensi, una delle più prestigiose famiglie dell’epoca rinascimentale, subì una serie di modifiche che lo trasformarono in una sfarzosa dimora di corte, ricca di collezioni importanti per valore e consistenza (dipinti, arazzi, raffinati oggetti, codici miniati, monete, armi). A seguito della devoluzione del Ducato allo Stato della Chiesa nel 1598, gli Estensi lasciarono Ferrara e da quel momento ebbe inizio la dispersione del loro patrimonio nel mondo.

Dotato di quattro potenti torri riunite in quadrilatero da voluminosi corpi di fabbrica, circondato da un ampio fossato e difeso da avancorpi e rivellini collegati con ponti levatoi, il Castello Estense costituisce un raro esempio architettonico al centro delle vicende politiche e culturali della città di Ferrara.

Il Castello Estense è noto anche per una triste storia d’amore consumatasi nella Torre dei Leoni tra Ugo e Parisina. La storia ci racconta che nel 1418 Parisina Malatesta sposò Niccolò III d’Este. Dopo il matrimonio, uno dei figli di Niccolò, avuto dalla prima moglie Stella Tolomei, con il nome di Ugo e di 14 anni, prese in antipatia la nuova moglie Parisina che all’epoca di anni ne aveva 15. Niccolò, preoccupato per i continui litigi fra i due ragazzi, cercando di mettere pace, ordinò alla moglie di farsi accompagnare da Ugo a Loreto per visitare i genitori. Tra i due l’amore divenne passione. Niccolò non sospettava nulla ma qualcuno rivelò il tradimento a Niccolò che si precipitò di nascosto alla villa e li sorprese assieme. Furioso come una belva, li fece rinchiudere nella Torre dei Leoni per dodici ore, in attesa di condannarli a morte. Non pago quel giorno Niccolò radunò tutte le donne adultere di Ferrara, e le fece uccidere e alla fine di queste esecuzioni fece tagliare la testa ai due amanti. Si dice che i loro fantasmi piangano ancora all’interno della cella, insieme alle anime delle donne morte a causa del loro adulterio.

Castello Malaspina dal Verme Bobbio

cms_23086/3.jpg

Il castello Malaspina Dal Verme, è una struttura fortificata costituita da più corpi di fabbrica racchiusi entro la cinta muraria interna in pietra. Attualmente il castello presenta la sola cinta muraria interna, essendo stata quella esterna demolita, unitamente al torrione di Porta Nuova, nel 1858, quando si aprì il rettifilo detto di Porta Nuova. Il castello è dotato di mastio con muratura in pietra sbozzata apparecchiata con disegno pseudo isodomo. Sul lato ovest del fortilizio s’individuano resti di quella che è indicata come torre del Vescovo. Sul lato est, in angolo del muro di cinta, è presente una torre circolare, dotata di due ambienti. Due gli ingressi che consentono l’accesso al mastio, a sud est e a nord ovest. La parte inquietante è rappresentata dal pozzo dei coltelli

Ubicato presso il castello nei sotterranei della torre circolare di sud-est, oggi riempito e chiuso; si sarebbe trattato di un pozzo con il condotto rivestito da numerosissime lame affilate, sporgenti e messe orizzontalmente e comunicante con una segreta senza via di uscita. Chi ci finisse dentro non è dato a sapere, verosimilmente nemici del signore e gente sgradita, ma si narra anche di giovani donne rapite dai vari castellani. Nei racconti anche degli ultimi proprietari del castello si fa riferimento al fatto che coloro che venivano scaraventati nel pozzo in parola preferissero buttarsi contro le lame sui bordi, al fine di evitare l’agonia nella segreta; si narra pure di “fantasmi”, c’è chi giura di averli visti sopra le mura, forse dei condannati a questo supplizio.

L’articolazione e la distribuzione degli ambienti interni del mastio, il cui primo piano risulta notevolmente rialzato e molto trasformato rispetto all’originario presupposto assetto, soprattutto a seguito degli interventi promossi dall’ultimo proprietario tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, si presenta piuttosto funzionale. Un intervento di restauro e di consolidamento è stato condotto nel 1973 e ha comportato il rifacimento di tutti gli intonaci, dei pavimenti, della copertura, il consolidamento delle strutture e di parte della scala.

Castello di Rivalta

cms_23086/4.jpg

Nel castello di Rivalta (Borgo di Rivalta, Gazzola (PC) sono custodite tre bandiere con gli stemmi degli Scotti di Sarmato, che sventolarono sui pennoni delle navi cristiane partecipanti alla battaglia di Lepanto del 1571 culminata con la sconfitta dei Saraceni da parte degli Europei. Si possono ammirare anche le esotiche e rare testimonianze antropologiche raccolte dall’esploratore Ermanno Stradelli alla fine del secolo scorso in Amazzonia. Nella sala delle armi, oltre ad importanti cimeli della battaglia di Lepanto si conserva una raccolta di spade, di sciabole (del XVIII e XIX secolo), di fucili e di uniformi dell’Ottocento. Fra i numerosi e truculenti episodi che ospitò il castello vi riporto quella di Bianchina. Nel 1322 Galeazzo I Visconti, lubrico signore di Piacenza, cercò con uno stratagemma di violentare Ermellina Bagarotti detta Bianchina, dama di straordinaria bellezza ma moglie di Obizzo Landi di Cerreto detto il Verzuso, feudatario del Visconti e signore del castello di Rivalta. La dama Bianchina (bella ma ma usa agli intrighi di palazzo) riuscì a sottrarsi allo stupro. Galeazzo, furente per il desiderio disatteso e l’onta subita, attaccò allora il castello alla testa delle sue truppe. Dopo 11 mesi di cruento assedio e centinaia di morti Galeazzo conquistò il castello ma il Verzuso e Bianchina riuscirono fortunosamente a scappare. Alcuni mesi dopo il Verzuso tornò in forze a Rivalta e riuscì a sconfiggere e trucidare Galeazzo diventando signore di Piacenza. All’inizio del XIX secolo la proprietà del castello si trovò contesa fra due fratelli, Pietro Zanardi Landi e Galvano Landi. Pietro Zanardi Landi venne assassinato. Avido di vendetta, si tramutò in spettro e terrorizzò gli abitanti del castello fino al 1890 quando esso ritornò nelle mani dei legittimi eredi di Pietro. Dopo anni di calma si risvegliò, nel 1970, quando un erede di Galvano prese dimora a Rivalta. Non incline al perdono il fantasma si mise a perseguitare l’ignaro discendente del fratello fratricida rendendogli la vita impossibile. Anche semplici plebei furono presi di mira: nel corso del XVIII secolo il maggiordomo del castello uccise il cuoco reo di averne insidiato la moglie. Questi si tramutò in orrendo fantasma e si mise a terrorizzare i castellani a proprio piacimento. Ancora oggi esso si manifesta soprattutto nei pressi dell’antica cucina dando origine a inquietanti fenomeni . Negli anni 80 l’ormai rivoluzionario fantasma scelse di vessare una vittima d’eccezione nella reale persona di Margherita d’Inghilterra durante i suoi soggiorni a Rivalta.

Castello di San Leo

cms_23086/5.jpg

Il castello fortezza di San Leo rappresenta la principale bellezza architettonica dell’omonimo borgo. Le origini dell’abitato fortificato sono certamente pre-cristiane, anche se le prime notizie documentate di un reale insediamento sono legate alla presenza di San Leone (fra IV e V secolo). La posizione strategica fece di San Leo un luogo conteso per tutto l’alto medioevo: dai Goti ai Bizantini, passando per i Longobardi (Desiderio realizzò il primo presidio difensivo in muratura) fino alla dominazione della Chiesa (dalla metà dell’VIII fino a buona parte del X secolo). Dopo la Signoria dei Montefeltro, estesa fino al Seicento, San Leo passò ai Della Rovere e, alla loro estinzione, allo Stato Pontificio (fino al 1860). Utilizzata per lungo tempo come carcere - notissima è la vicenda del conte di Cagliostro, qui recluso fra il 1791 e il 1795 - la rocca è stata poi impiegata come caserma militare fino al 1915.

Al suo interno, la fortezza ospita oggetti d’arte e “strumenti d’uso”: nel torrione maggiore, accessibile dall’ampia piazza d’Armi sono custoditi cannoni, alabarde, balestre e armature; il torrione nord, di dimensioni ridotte, è frutto di un rifacimento ottocentesco - progettato dall’architetto Giuseppe Valadier - a seguito del crollo di due preesistenti torrioni, a sua volta causato dai dissesti della rupe di sostegno. Dalla piazza d’Armi, percorrendo una gradinata e superando un portale gotico, si raggiunge il cortile che dà accesso al mastio medievale e alla residenza ducale. Il luogo più celebre è il cosiddetto "pozzetto", ossia la cella che si trova in una delle tre torrette quadrate del mastio e dove per quattro anni fu recluso l’alchimista Cagliostro, condannato per eresia dalla Santa Inquisizione e morto proprio a San Leo nel 1795. Dopo il passaggio alla Chiesa, il forte fu utilizzato come prigione dell’Inquisizione. Estorcere le confessioni dei prigionieri era un’attività altamente professionale che veniva svolta con attenta perizia avvalendosi degli strumenti di tortura ora ospitati nel museo dedicato: la garrota, la panca dello stiramento, la sedia delle confessioni e non vado oltre per non vellicare l’ingegno di chi fosse a corto di idee.

Giuseppe Balsamo, meglio noto come Cagliostro, trovò qui la sua morte, dopo quattro anni di reclusione in una cella appositamente costruita per lui, la "cagliostrina" o "cella del pozzetto": una botola con una sola apertura sul soffitto, di 2 metri quadrati, con un unico punto d’aria rappresentato da una finestra.

cms_23086/6.jpg

Sfuggito alla prigionia della Bastiglia e poi rinchiuso a Castel Sant’Angelo, trascorse gli ultimi 4 anni e 5 giorni della sua vita praticamente murato vivo.

Qualcuno giura di aver visto il suo fantasma aggirarsi per le stanze del castello, dicono che sia disponibile a rilasciare interviste.

Antonella Giordano

Tags:

Lascia un commento



<<Pagina Precedente | Stampa | Torna Su


Meteo


News by ADNkronos


Politica by ADNkronos


Salute by ADNkronos