Facebook e i suoi figli

Se fosse una questione di responsabilità?

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Abbiamo seguito la piacevole onda dell’interconnessione globale, dell’accesso libero, del disincanto del villaggio globale, e nonostante i piaceri del digitale e della vita su piattaforme di condivisione continua e istantanea, emerge ora quasi una pesante consapevolezza come se stessimo perdendo qualcosa nel trambusto delle informazioni senza verifica e della comunicazione in tempo reale: la responsabilità individuale. Si tratta forse ora di iniziare a lavorare a un faticoso e lento recupero di qualcosa che ci è sfuggito troppo rapidamente di mano, sia come figure genitoriali, sia come educatori-formatori, sia come professionisti dell’informazione. “Stare” in rete è il mood imperante del nuovo secolo, seguitare a vivere in un soggiorno senza tempo e apparentemente senza costi come fossimo in un grande albergo all’interno del quale non mancano i benefit. I possessori della più grande catena alberghiera del mondo (internet e i suoi succedanei) ora però ci presentano il conto dopo anni di gozzoviglie e politiche del laissez-faire.

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Gli utenti globali devono ora affrontare quelli che sono i rischi reali e i marosi conseguenti a un navigare senza meta e senza bussola. Disinvolti abbiamo ceduto la parte più importante del nostro es ovvero ciò che ancora i mercati non erano riusciti ad acquistare, l’identità, la riservatezza, l’intimità, brandizzando in un certo qual modo i nostri profili attraverso l’indelebile marchio Facebook o di altri social di cui giornalmente disponiamo. È ciò che facciamo, per esempio, appena decidiamo di scaricare qualche app o abbonarci a qualche gestore di servizi, accedendo per abbreviare la via, tramite appunto i nostri miliardi di profili facebookiani. Parte così un’infinita catena di Sant’Antonio, composta di rimbalzi di dati da una parte all’altra, consegnati a decine di nuove piattaforme. Sono i tanti e quotidiani gesti come questi a rendere le nostre vite sempre più soggette a controllo, verifica e customerizzazione.

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Ed è verso questi (insani) gesti che deve rivolgersi la nostra responsabilità, il nostro senso civico e propriamente umano di sopravvivenza. Solo dopo questo lento ed essenziale recupero delle nostre peculiari facoltà umane e civili, possiamo ragionare poi sulle altrettanto necessarie battaglie legali e politiche verso i magnati dell’industria tecnologica e i tycoon dei social con in mano le nostre vite. Per anni si è pensato a Facebook e ad altri luoghi simili, come territori anarchici e privi di controlli. L’apparente nuova democrazia di rete ha reso di conseguenza i miliardi di abitanti del virtuale meno responsabili delle loro azioni, per la ragione che la stessa rete sia come un ritorno allo stato di natura, un luogo ovvero privo di regole e scevro da ogni intrusione del legislatore, intromissione non autorizzata e vista come un tentativo di imbavagliare la finalmente libera informazione via web. Se per il mondo degli adulti il percorso di riabilitazione finalizzato a un recupero di quello che è il senso etico delle loro azioni è demandato a un recupero della consapevolezza soggettiva di ognuno di loro, per i minori è giusto avviare un’opera di sensibilizzazione sui problemi causati da un utilizzo deresponsabilizzato di internet. Prima che sia troppo tardi.

Andrea Alessandrino

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