Felici e contenti

L’usabilità dell’utente nell’internet of things

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L’impressione generale che si ha quando si discutono e si analizzano sempre più a fondo i fenomeni provenienti dalla rete e dai social, e che la discussione sia già vecchia prima di essere giunti a una conclusione. Si prenda per esempio il tema della privacy: esso, prima che venisse affrontato dal legislatore, dai governi, dalle lobby del web e dalle piattaforme online, era già un campo di discussione sorpassato, di retroguardia. È diventato arduo intavolare una discussione su un certo tipo di argomento che riguardi il mondo del web perché è la natura stessa della tecnologia ad apparire sfuggente, liquida, basata com’è su un’essenza magmatica e informe del suo corpus conosciuto come algoritmo.

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La plenipotenzialità algoritmica è in grado sia di accumulare ricchezza per ogni tipo di azienda online nel giro di pochissimo tempo sia di riempire i database delle industrie digitali con il più prezioso dei beni moderni, le informazioni sulla vita delle persone. E se qualcuna di queste informazioni dovesse essere nel frattempo sfuggita o non fosse passata dalle fitte maglie di social e siti di e-commerce, è ora giunta l’intelligenza artificiale, il prodotto di punta dell’internet of things, basata su complicati sistemi algoritmici che si nutrono tutti i giorni e tutte le ore di nostri dati, autodidatti nell’apprendere e altrettanto veloci nello sfornare profili da vendere poi come preziosissime banche dati ad aziende, agenzie assicurative, istituti di mutuo. Sarà, come spesso accade nel mondo digitale, direttamente e/o indirettamente l’utente stesso a fornire gratuitamente dati del suo comportamento e del suo stato di salute, mentale o familiare a chi ne fosse interessato per fini molto spesso di lucro. È un sistema profilazionistico tout court che stavolta non lascia scampo, in cui a fronte di una prestazione di un servizio, per esempio un hub per rendere la casa intelligente, il consumatore viene trasformato in mero prodotto, perdendo ogni tipo di riservatezza persino all’interno della propria vita in casa.

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Qualcuno potrebbe obiettare e dire che nessuno ci obbliga ad acquistare questi oggetti-spia, introdurli nelle nostre case ed essere al nostro servizio con il semplice comando vocale, ma è anche vero che a spingere milioni di persone a dotarsene è una buona dose di fascinazione verso questi oggetti: un prodotto contenuto (nelle dimensioni e nel prezzo) che diviene un fondamentale cavallo di Troia per operazioni di microtargeting. I velocissimi cambiamenti alla base della tecnologia dapprima si sono rivolti ai gruppi, poi sui profili social e adesso il cerchio si stringe sempre di più attorno al singolo mentre opera nella quotidianità e per questo si rivela per quello che è, per la sua spontaneità, senza neppure l’artificio dei device o di uno schermo. Le persone prese nella loro concretezza sono un boccone troppo ghiotto per non essere preda delle nuove frontiere del marketing. In cui stiamo entrando, neanche troppo lentamente. È l’era del post-like, di un’accelerazione vorticosa e continua che comporta di conseguenza anche cambiamenti repentini di regole del gioco appena discusse e già vecchie, da rivedere e correggere perché piano piano intanto ci siamo circondati di apparecchi, micro processori portatili, device di ogni tipo e foggia in grado di conoscere all’istante cosa facciamo, cosa vogliamo e finalmente cosa desideriamo. È tardi per tornare indietro, per tornare al vecchio mondo, alle chiusure, ai territori, alle enclavi e alle ideologie di un Novecento presto e volentieri dimenticato. Il fatto è che le cose intanto ci sono sfuggite di mano, la rivoluzione è corsa troppo velocemente e non ha avuto spargimenti di sangue, anzi, i rivoluzionari sotto vesti di visionari provenienti da quella regione del mondo che poi sarebbe stata la culla della Silicon Valley e ancor prima dell’eldorado, sono stati accolti come salvatori, i nuovi creatori di un mondo finalmente unito e interconnesso h24.

Andrea Alessandrino

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