Filippine, dove lo “Stato” di diritto non esiste

Continuano gli attacchi alla libertà di stampa

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Il regime del Presidente Duterte, instauratosi nelle Filippine nel 2016, e contraddistintosi fin da subito per un certo grado di spietatezza, continua a non smentirsi nella sua politica minatoria verso le fondamenta dello stato di diritto. L’ultimo esempio verace del contesto in cui le Filippine riversano da anni, è la vicenda della giornalista e dissidente Maria Ressa, a cui è stata rivolta l’accusa di diffamazione online, da parte del tribunale di Manila, in seguito all’inchiesta giornalistica condotta nel 2012, che avrebbe rivelato il coinvolgimento di un noto uomo d’affari in traffici illeciti di droga ed esseri umani, e la collusione in tali questioni, di un giudice, all’epoca membro del più alto Tribunale delle Filippine. La legge circa la diffamazione online varata dal governo Duterte quattro mesi dopo la pubblicazione dell’inchiesta, secondo i principi generali del diritto internazionale, non avrebbe dovuto riportare effetti con carattere retroattivo, se non fosse che nonostante l’anteriorità della fattispecie attribuita all’imputata, il tribunale ha potuto pronunciarsi a riguardo, facendo riferimento a delle correzioni apportate all’articolo, nel 2014. Maria Ressa, 56 anni, una delle voci più autorevoli in ambito giornalistico nelle Filippine, per lungo tempo giornalista investigativa e corrispondente all’estero per la tv americana CNN, nonché cofondatrice della Rappler, risponde all’accusa, facendo appello al buon senso della popolazione oppressa delle Filippine, affermando: «A tutti i filippini, questo non riguarda solo Rappler, riguarda ognuno di noi. La libertà di stampa è il fondamento di ogni singolo diritto che avete come cittadini filippini».

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Nel caso della Ressa, l’autorità giudiziaria, attribuendole l’accusa di non aver sottoposto all’attenzione del giudice prove sufficienti a supporto della propria pubblicazione, avrebbe riportato nell’accusa che “la libertà di stampa non può essere usata come protezione contro il reato di diffamazione”, cercando di avanzare una ponderazione tra gli interessi legittimi in gioco, non si può trascurare che il contesto all’interno del quale si inserisce questa vicenda; contesto sicuramente caratterizzato dalla repressione più totale di ogni forma di libera espressione della volontà popolare e di conseguenza della libertà di stampa, che non fa altro che costituirsi come voce di quest’ultima , permettendo di accrescere una certa consapevolezza.

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Si pensi ad esempio alla vicenda legata all’uccisione, lo scorso 30 aprile, di Jory Porquia, l’architetto che ha progettato i mulini da cui nasce lo zucchero biologico Mascobado del Panay Fair Trade Center , diventato uno dei primi esportatori di zucchero dell’Isola di Panay, producendo lavoro per intere famiglie e sottraendo la manodopera allo sfruttamento dei grandi latifondisti; tale avvenimento ha spinto molti attivisti per i diritti umani a protestare contro la sistematica violazione di diritti fondamentali riconosciuti in convenzioni e trattati internazionali, con carattere universalistico; in particolar modo rivendicando: L’Articolo 10 della “Convenzione europea dei diritti dell’uomo”, così come l’articolo 19 della “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite” dichiarano che "ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione, e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e frontiera". Il risultato? L’arresto diretto di 30 attivisti che manifestavano pacificamente; per non parlare dell’attitudine presentata da Duterte circa le misure di contenimento della pandemia, con l’assurdo ordine di sparare a vista coloro i quali avessero violato il confinamento; ordine fortunatamente ritirato dal buon senso dai vertici delle forze armate.

Federica Scippa

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