Francia: costrette ad abbandonare la chiesa perché… pregavano troppo

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Il novecento fu un secolo d’incredibili progressi sociali per Laval, la città sorta sul fiume Mayenne e distante pochi chilometri dalla Normandia e dall’Anjou. Dopo oltre seicento anni in cui l’aristocrazia locale aveva incoraggiato la solida e fiorente industria tessile, la città parve d’improvviso convertirsi ad un’economia maggiormente basata sugli allevamenti e sulla vendita di latte. Il celebre pittore postmodernista Henri Rousseau guadagnò sempre più fama e rispetto tra gli intellettuali della sua epoca e, sebbene egli avesse trascorso gran parte della sua vita a Parigi, nessuno nel piccolo comune della Mayenne dimenticò che era stata proprio Laval a dargli i natali. In particolar modo, tuttavia, l’evento che maggiormente caratterizzò la vita ecclesiastica dell’allegra cittadina fu l’arrivo dalla campagna circostante di una giovane e carismatica donna di nome Maria Nault. Ben presto la personalità della coscienziosa ragazzina, unita alla sua incrollabile fede religiosa e ad un altrettanto incrollabile amore verso le tradizioni liturgiche, spinsero Maria e numerose altre donne del luogo, affascinate dalla sua determinazione, a fondare nel 1939 una piccola comunità religiosa che sarebbe divenuta nota col nome di “Le Piccole sorelle di Maria del Redentore”.

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Con lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’iniziale difficoltà di farsi conoscere e apprezzare tipica di qualunque giovane organizzazione, gli inizi si rivelarono più difficili del previsto per le piccole sorelle di Maria; ben presto, però, la loro notevole resilienza le portò dapprima ad ottenere lo stato di “associazione dei fedeli” ed in seguito ad istituire numerose comunità in tutta la Francia. Nel 1989, l’allora vescovo di Laval Louis-Marie Billè eresse il gruppo a “istituto di vita consacrata”, un prestigioso riconoscimento delle opere compiute in favore degli anziani e dei più deboli nonché di un infaticabile lavoro che sarebbe proseguito anche dopo la morte, dieci anni più tardi, della propria storica e preziosa fondatrice.

Nulla sembrava poter frenare la brillante ascesa delle sorelle, almeno fino a quando a Billé non subentrò un nuovo Vescovo dalle vedute ben più progressiste, Thierry Scharrer. Quasi subito, il Monsignore giudicò troppo arcaica la visione del gruppo di suore, sostenendo che per rimanere al passo coi tempi e per adattarsi alle peculiarità della teologia contemporanea esse avrebbero dovuto dedicare meno tempo all’adorazione eucaristica in favore di atti, se così si può dire, maggiormente concreti. Ciò che è peggio, tuttavia, è che egli segnalò quanto riscontrato all’allora responsabile della congregazione sovrintendente agli istituti religiosi, il Cardinale brasiliano Joao Braz de Aviz, sancendo la metamorfosi di quello che fino ad allora era stato un semplice dibattito locale in una questione che da lì in poi avrebbe seriamente coinvolto i più importanti dirigenti vaticani.

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Dopo aver preso atto della situazione, non occorse molto tempo prima che i vertici romani ammonissero le “Piccole sorelle di Maria” sottoponendole ad una serie d’ispezioni ed esortandole, tra le altre cose, ad abbandonare le ormai anacronistiche abitudini di eseguire la celebrazione delle messe col rito trentino e d’indossare il guimpe, un copricapo d’origine rinascimentale in grado di coprire parte del volto. Dal canto loro, le suore non solo rifiutarono la proposta, bollandola come un’inaccettabile ingerenza, ma ribadirono che la rigorosa ortodossia con la quale esercitavano la propria fede non interferiva in alcun modo con le proprie costanti opere di bene o col desiderio d’incarnare i valori cristiani ed evangelici nella vita reale.

Il Vaticano a sua volta sembrò non gradire tale reazione, disponendo che in futuro per assicurarsi un rimodernamento dell’ordine sarebbe stato ad esso inviato un commissario laico e riformista le cui disposizioni dovevano essere accettate dalle suore senza riserve: Geneviève Mèdevielle. Le Piccole sorelle di Maria hanno dunque discusso internamente riguardo la possibilità di accettare o meno tale soluzione, decidendo quasi all’unanimità (34 voti su 39) che anziché ubbidire preferivano lasciare i voti: “Non facciamo questo sacrificio alla leggera: desideriamo rimanere in piena comunione con la Chiesa ma non possiamo dimostrare più chiaramente né più dolorosamente la nostra impossibilità, in coscienza, ad obbedire a ciò che è imposto” si legge in una nota. In realtà, secondo numerose indiscrezioni inizialmente tale scelta sarebbe stata legata principalmente al desiderio di lanciare un forte messaggio alla congregazione degli istituti religiosi, costringendola a rinunciare alle proprie posizioni. Nell’idea delle suore, in altre parole, i vertici cattolici avrebbero dovuto quasi certamente respingere le loro “dimissioni” facendo sì che tutto potesse presto tornare alla normalità. Purtroppo per loro, tuttavia, le cose non sono affatto andate così e, al contrario, in settimana non solo il Vaticano ha formalizzato il loro definitivo addio alla Chiesa ma ha perfino sciolto l’ordine con l’accusa di “disconoscere il nuovo sistema della vita consacrata, di avere al proprio interno gravi problemi di autoritarismo e di pregare troppo”.

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Un’accusa talmente curiosa da aver spinto le sorelle ad annunciare una serie di azioni legali contro le autorità ecclesiastiche per diffamazione e molestie morali. Nel frattempo, in Francia è nata un’organizzazione finalizzata a difendere l’ormai defunto ordine, il che ha fatto sì che ancora una volta tornasse in voga il controverso dibattito fra coloro che vorrebbero una chiesa più ancorata alla modernità e coloro che invece vorrebbero recuperare il fascino ed il valore delle tradizioni. Quest’ultimi non hanno di certo esitato prima di esprimere tutta la propria perplessità innanzi alla linea politica di un Vaticano che sempre più spesso tende a limitare l’autonomia di monasteri, conventi e ordini di stampo novecentesco in favore di altre associazioni che pongono al centro della propria esistenza obiettivi filantropici ben differenti (su tutti, quello in favore dell’accoglienza dei migranti e dei più poveri). Eppure, se la questione non fosse incredibilmente complessa, verrebbe quasi la tentazione di semplificare il tutto asserendo che, in fin dei conti, la preghiera e la filantropia non devono necessariamente escludersi a vicenda. Verrebbe la tentazione, ancora una volta, d’interrogarsi sulla reale esigenza di creare una dicotomia fra il tradizionalismo e la modernità, quando in fondo, entrambe queste correnti dovrebbero essere accomunate dai medesimi valori religiosi e morali: valori nati con l’intento di unire anziché di dividere.

Gianmatteo Ercolino

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