GALLERIA NAZIONALE DI PALAZZO SPINOSA

Alla scoperta dei Musei d’Italia

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Le Gallerie Nazionali di Palazzo Spinola (palazzo Spinola di Pellicceria o palazzo di Francesco Grimaldi) sono un museo statale collocato in un palazzo nobiliare edificato alla fine del Cinquecento, sito nel cuore del centro storico di Genova. Sito in piazza di Pellicceria al civico 1, è stata inserita il 13 luglio del 2006 nella lista dei 42 palazzi iscritti ai Rolli di Genova dichiarati in tale data dall’UNESCO Patrimonio dell’umanità.

Splendido esempio della civiltà dell’abitare tra Seicento e Settecento dell’aristocrazia genovese, il museo ospita opere di eccezionale valore come l’Ecce Homo di Antonello da Messina, il Ritratto di Ansaldo Pallavicino di Antoon van Dyck e il Ritratto di Gio. Carlo Doria di Pieter Paul Rubens.

Il terzo piano è occupato dalla Galleria Nazionale della Liguria, dove sono esposte le acquisizioni statali, secondo la volontà degli ultimi due proprietari privati, i marchesi Paolo e Franco Spinola, che nel 1958 donarono la loro residenza allo Stato Italiano perché divenisse un sito espositivo destinato alla pubblica fruizione.

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Realizzato per volontà di Francesco Grimaldi prima del 1593, viene subito inserito nei Rolli di prima categoria (primo bussolo) e riportato ne “I palazzi di Genova” di Pier Paolo Rubens, che ne inserisce il prospetto affacciato su piazza Superiore di Pellicceria[2]. Del periodo di proprietà Grimaldi, rimangono gli affreschi collocati sui soffitti dei saloni dei due piani nobili realizzati nella prima metà del seicento da Lazzaro Tavarone e raffiguranti in particolare al primo piano La città di Lisbona assediata dall’esercito del duca d’Alba e, al secondo piano Trionfo di Renato Grimaldi e Imprese per l’espugnazione della città di Zierikzee .

Il palazzo ospita la famiglia Grimaldi fino al 1650, anno in cui viene venduto ad Ansaldo Pallavicino che acquista la dimora dal cognato Tommaso Grimaldi per sanare un ingente debito contratto da quest’ultimo[3]. Si tratta dell’unico passaggio di proprietà dovuto a una compravendita. Al Pallavicino si devono alcuni interventi architettonici, tra cui la chiusura del loggiato al primo piano documentata dall’incisione di Rubens, nonché un sensibile accrescimento della quadreria con i dipinti ereditati dal padre Agostino Pallavicini, Doge della Repubblica nel biennio 1637-1639, tra cui si segnalano il Ritratto di Ansaldo Pallavicino di Anton van Dyck, diverse tele del Grechetto e il bozzetto con l’Ultima cena di Giulio Cesare Procaccini. Alla morte di Ansaldo avvenuta nel 1660, la proprietà della dimora passa al figlio Niccolò Agostino che a sua volta lascerà la cospicua eredità alla sorella Anna Maria Pallavicino sposata con Gerolamo Doria[4].

L’erede di Anna Maria Pallavicino e di Gerolamo Doria è il primogenito Paolo Francesco Doria che muore precocemente nel 1734 e cede il patrimonio alla sorella Maddalena Doria, sposata con Niccolò Spinola del ramo di San Luca. Divenuta proprietaria del palazzo, la nobildonna avvia un ampio programma di ristrutturazione che interessa soprattutto il secondo piano nobile, costituito da una sequenza di ambienti caratterizzati da uno sfarzoso utilizzo delle dorature in sintonia con lo stile rococò. Maddalena provvede a ingaggiare i più rinomati quadraturisti e pittori dell’epoca (Lorenzo De Ferrari, Giovanni Battista Natali e Sebastiano Galeotti) per conferire un aspetto à la page alla sua dimora con la costruzione di una Galleria degli specchi, collocata sopra la gallerietta fatta edificare da Ansaldo Pallavicino, assecondando i più aggiornati dettami della moda impartiti da Versailles[5].

Il matrimonio tra Maddalena e Niccolò Spinola, Doge della Repubblica nel biennio 1740-1742, sancisce il passaggio di proprietà alla famiglia di cui ancora oggi il palazzo porta il nome. Il figlio di Maddalena, Francesco Maria Spinola, sopravvive alla madre solo nove anni e, alla sua morte, il palazzo viene ereditato dal figlio Paolo Francesco. Quest’ultimo, destinato a vivere durante uno dei periodi più bui per l’aristocrazia con la rivoluzione francese prima e la fine della Repubblica di Genova in pieno periodo napoleonico poi, è suo malgrado protagonista di un’intensa fase di dispersione del patrimonio. Costretto infatti a numerose alienazioni per finanziare insieme agli altri nobili le campagne napoleoniche, non rinuncia ad alcuni importanti acquisti di opere d’arte tra cui il suo Ritratto commissionato alla pittrice Angelica Kauffman[6].

Alla morte di Paolo Francesco, deceduto senza figli nel 1824, l’eredità viene spartita tra tre cugini materni: Giovanni Battista, Ugo e Giacomo Spinola di Luccoli, a cui tocca il palazzo in oggetto, con la clausola che abbandoni la secolare dimora di via Luccoli (Palazzo della Catena) a favore di quella di Pellicceria. Si tratta di uno dei momenti più rilevanti per la storia della quadreria del palazzo che, con questo passaggio di proprietà, vede arrivare tra le proprie sale la ricchissima collezione di Giacomo Spinola che, a sua volta, aveva ereditato parte della raccolta di Costantino Balbi. Si ricordano a questo proposito la Madonna orante di Joos van Cleve, l’Allegoria della Pace di Luca Giordano e il Ritratto femminile di Bernardo Strozzi. A Giacomo Spinola si deve un’ampia campagna di restauri, nonché la completa ristrutturazione delle cucine storiche site nell’ammezzato tra il primo e secondo piano.

Alla morte di Giacomo Spinola, 1858, il palazzo passa prima al figlio Francesco Gaetano e poi al nipote Ugo, il padre dei due donatori Paolo e Franco Spinola. Dal carattere schivo e dotati di una grande sensibilità culturale, grazie anche ai suggerimenti dell’allora Soprintendente Pasquale Rotondi, i due marchesi, eredi di una secolare dimora che purtroppo durante la seconda guerra mondiale aveva perso il terzo e il quarto piano, decidono di destinare alla pubblica fruizione il palazzo con tutto il suo contenuto, frutto di un accumularsi di dipinti, mobili e decorazioni.

Con una non comune lungimiranza, Paolo e Franco vincolano la donazione al “mantenimento dell’aspetto di dimora storica”, conferendo già alla nascita dell’istituzione museale il carattere di museo-dimora. Contestualmente i due fratelli donano al Sovrano Ordine dei Cavalieri di Malta la loro residenza rivierasca di San Michele di Pagana perché diventi sede di rappresentanza.

La Galleria Nazionale della Liguria

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Data la perdita del carattere storico degli ultimi due piani, i due marchesi suggeriscono di collocare al terzo piano la Galleria Nazionale della Liguria, ovvero un sito in cui esporre le acquisizione che il Ministero decide di destinare alla Liguria. In questi ambienti sono esposti capolavori del massimo rilievo provenienti dalla donazione Spinola ma che per ragioni conservative non potevano essere collocati negli ambienti storici, insieme a opere altrettanto di pregio acquisite negli anni dallo Stato al fine di documentare la ricchezza della pittura ligure.

Dell’aspetto cinquecentesco del palazzo, documentato dall’incisione di Rubens, rimangono oggi solo i due portali cinquecenteschi inseriti nelle facciate tardobarocche del palazzo, ornati da protomi mostruose di gusto manierista, recentemente restaurati[7]. Sia la facciata Nord che la facciata Sud furono ridecorate a stucco durante la ristrutturazione settecentesca. L’entrata del palazzo è oggi situata in piazza Pellicceria Superiore, ed immette direttamente all’atrio, mentre una volta l’ingresso principale era posizionato sulla piazza Inferiore, attraverso cui si accedeva al cortile interno, in quanto la costruzione iniziale presentava una forma a “U” con due ali collegate da un porticato, in seguito chiuso.

cms_26516/2_1655869189.jpgAttualmente, nell’atrio coperto, di fronte allo scalone monumentale è presente il Monumento funerario del Capitano Francesco Spinola, realizzato nella seconda metà del Quattrocento e proveniente dalla distrutta chiesa di San Domenico. Sempre nel cortile è possibile ammirare due esempi di portantine, utilizzate dai nobili per spostarsi tra i carruggi genovesi.

A piano terra, la Sala dei donatori è così chiamata perché conserva oggetti e fotografie antiche appartenute ai marchesi Paolo e Franco Spinola. È inoltre presente uno schema, simile a un albero genealogico, che mostra i passaggi di proprietà della dimora.

Scalone monumentale

cms_26516/3.jpgPercorrendo lo scalone che conduce all’interno de museo è possibile ammirare antiche carte geografiche, realizzate ad Amsterdam, nella seconda metà del Seicento, nella prestigiosa stamperia di Joan Bleau e di Frederick De Witt.

Le sale collocate nel primo ammezzato sono chiamate l’"Appartamento del Marchese" poiché Paolo Spinola, sopravvissuto alla donazione del 1958 se ne era riservato l’utilizzo. Qui è esposta una eccezionale serie di sette tele di soggetto mitologico, realizzate da Gregorio De Ferrari, acquisite dal Ministero nel 2012 per la loro straordinaria forza espressiva. Si tratta di quattro tele dedicate al Mito di Ercole e di tre monumentali dipinti tratti dalle Metamorfosi di Ovidio, cioè Pan e Siringa, Mercurio e Argo, e Perseo e Andromeda[8]. Le tele provengono da un salone di Palazzo Cattaneo Adorno in Strada Nuova, dove Perseo e Andromeda risultava inserita al centro della parete di sinistra, tra i due episodi con Ercole e l’Idra e Ercole e il toro; Pan e Siringa era invece inserita a soffitto mentre, sulla parete sinistra, trovava sede Mercurio e Argo con ai lati Ercole e Anteo e Ercole sul rogo. Dallo stesso palazzo provengono anche le tele con il Sacrificio di Isacco di Orazio Gentileschi e il Ratto delle sabine di Luca Giordano, anch’esse acquisite dal MiBACT ed esposte in altre sale[9].

Primo piano nobile

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Mantiene l’aspetto di una dimora aristocratica genovese della prima metà del Seicento.

Un grande affresco raffigurante l’Assedio di Lisbona del duca d’Alba occupa l’intero soffitto. È opera di Lazzaro Tavarone, dipinta nel 1614 su commissione dii Tommaso Grimaldi per celebrare le gesta del padre, Francesco, il fondatore del palazzo. Le pareti sono impreziosite da decori tipici del Seicento con ornamenti trompe l’oeil e con riquadri a marmorino. Nel salone e nei salotti successivi, oltre ai mobili originali seicenteschi, sono esposte alcune opere acquistate o ereditate da Ansaldo Pallavicino. È il caso del Ritratto di Agostino Pallavicino con il figlio di Domenico Fiasella, dove compare il piccolo Ansaldo effigiato all’età di sette anni, accanto al padre raffigurato come Ambasciatore della Repubblica presso il re di Francia[10]. Sorte più sfortunata ebbe il dipinto con lo stesso soggetto eseguito da Antoon Van Dyck, smembrato, di cui oggi sopravvive soltanto il frammento con il Ritratto di Ansaldo Pallavicino. La sala ospita anche una recente acquisizione: il Ratto delle Sabine di Luca Giordano, appena restaurato.

Anche questo ambiente presenta lo stesso tipo di decoro alle pareti, ma l’integrità stilistica è qui interrotta da un cornicione in stucco del Settecento, situato tra le pareti e il soffitto. Nella sala sono esposte tre grandi tele, di cui due rappresentano episodi della "Gerusalemme Liberata", mentre la terza raffigura Diana e Endimione.

Vi si trova una piccola cappella a scomparsa, aggiunta nel 1709 dal figlio di Ansaldo, Nicolò Agostino. All’interno, sopra l’altare, sono presenti una tela ovale di Anton Maria Piola e alcuni argenti da messa del Settecento. Nella sala sono presenti inoltre il Ritratto di Ansaldo Pallavicino di Antoon van Dyck, dal singolare formato conseguente a un drastico taglio in seguito a una divisione ereditaria settecentesca, e tre bozzetti raffiguranti episodi della Vita di san Pietro, realizzati da Giovanni Battista Carlone come preparatori degli affreschi della navata centrale della vicina chiesa di San Siro, commissionati anch’essi da Ansaldo Pallavicino.

Anche i mobili, originali del Seicento, sono tipici delle dimore aristocratiche genovesi, tra i quali si segnalano quelli chiamati "a bamboccio" per le teste barbute intagliate negli spigoli e come pomelli dei cassetti.

La stanza successiva ospita l’archivio storico che è parte del patrimonio di Palazzo Spinola. Ci sono centinaia di libri di conto e documenti inerenti non soltanto le grandi transazioni finanziarie, ma anche l’acquisto di cibi e vestiario. La visita al piano termina con la piccola galleria ricavata nel 1650 dalla chiusura dell’originario loggiato aperto.e successivamente modificata nel Settecento con l’inserimento di una parete che divide a metà la "gallerietta".

Secondo piano nobile

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Maddalena Doria, la nipote di Ansaldo Pallavicino, ereditò il palazzo nel 1734. Moglie del doge Nicolò Spinola, dama di grande gusto e cultura, e volle che la decorazione fosse aggiornata al più moderno stile rococò (probabilmente in occasione del matrimonio di suo figlio Francesco Maria con Lilla Fieschi). L’intero progetto fu supervisionato dal pittore Lorenzo de Ferrari, che portò avanti un completo rinnovamento tra il 1734 e il 1736 grazie a un ben organizzato team di artigiani e decoratori. Qui l’artista creò un percorso di rappresentanza che si sviluppa attorno al cortile interno del Palazzo[11].

La sequenza di spazi inizia nel salone dove il seicentesco affresco di Lazzaro Tavarone – come quello del salone del primo piano – è stato completamente rinnovato per creare un aspetto omogeneo con il più aggiornato gusto settecentesco. Le quadrature ad affresco, le composizioni foloreali, i vasi e le nicchie create da Giovani Battista Natali collegano le pareti decorate nel Settecento con la volta affrescata all’inizio del secolo precedente. L’affresco celebra la storia della famiglia Grimaldi, in particolare di Ranieri Grimaldi che è raffigurato in trionfo dopo la conquista della città di Zieriksee nelle Fiandre nel 1304. L’affresco è stato danneggiato al centro dai bombardamenti sulla città durante la Seconda Guerra Mondiale.

cms_26516/6v.jpgIn questa stanza si può trovare uno dei più monumentali esempi di mobile Genovese del Settecento, un’imponente specchiera realizzata da Filippo Maria Mongiardino su commissione di Maddalena Doria[12]. Il grande specchio venne acquistato a Parigi e giunse a Genova dopo un avventuroso trasporto via terra, da Parigi a Cadice, e via mare fino a Genova. Sulle pareti la quadratura realizzata da Giovanni Battista Natali ha fatto sì che molti dipinti, per adattarsi a tale decoro, vennero ingranditi o ritagliati. Sulla volta si può ammirare l’affresco raffigurante le Nozze di Amore e Psiche del bolognese Sebastiano Galeotti.

Sulla volta si può ammirare l’affresco di Lorenzo de Ferrari rappresentante l’Amor di Virtù e, attorno, a monocromo, episodi della Vita di Achille. Sulle pareti sono visibili degli spazi vuoti dovuti ad alcune vendite di dipinti effettuate nel XIX secolo dai proprietari o al fatto che, con l’apertura del palazzo al pubblico, sono state eliminate le aggiunte che permettevano il loro inserimento nelle quadrature ad affresco. Le opere presenti, comunque, sono una testimonianza dell’antica quadreria, ordinata senza rispettare i soggetti, l’epoca o lo stile delle opere. Tra essi vi sono capolavori della pittura italiana tra Cinquecento e Settecento: da Luca Cambiaso a Guido Reni, da Valerio Castello a Luca Giordano, da Bernardo Strozzi alla cerchia di Anton van Dyck.

Nel terzo salotto la decorazione ad affresco delle pareti è stata largamente compromessa dall’acqua utilizzata per spegnere l’incendio che distrusse i piani superiori durante l’ultima guerra. I dipinti comprendono differenti periodi e stili, dalla Vergine orante del fiammingo Joos Van Cleve all’Ultima cena del pittore emiliano Giulio Cesare Procaccini, bozzetto per la monumentale opera conservata nella Santissima Annunziata del Vastato.

Con la galleria degli specchi si arriva al culmine del percorso di rappresentanza voluto da Maddalena Doria. Per questo spazio Lorenzo de Ferrari utilizzò una straordinaria profusione di diversi elementi decorativi in stucco dorato che creano un’eccezionale vibrazione di luce attorno alle scene dell’affresco sulla volta, con Bacco, Venere e Amore al centro, e il trionfo di Galatea e Amore e Pan sopra le porte[11]. I quattro reggi-torcia agli angoli con delfini e serpenti marini sono l’unico arredo originario rimasto (1734-36). L’inserimento delle console neoclassiche e delle sedie sono datati alla fine del Settecento, mentre le tende e i cuscini furono realizzati a metà Ottocento in occasione del matrimonio tra il proprietario del Palazzo, Francesco Gaetano Spinola e Teresa Centurione.

Gli arredi in questa stanza ne testimoniano l’utilizzo come sala da pranzo, uso che si affermò nell’Ottocento (probabilmente per ragioni pratiche), quando la sala venne collegata alle cucine sottostanti tramite il montavivande, che arrivava dietro la porticina nell’angolo. Sulle pareti, le figure di Dogi sono un esempio dello sviluppo del ritratto a Genova in età moderna. Sopra la porta si trova il Ritratto di Agostino Pallavicino, che fu il primo Doge della Repubblica di Genova ad indossare scettro e a reggere lo scettro, le insegne del potere monarchico. Il Doge così garantiva a se stesso privilegi reali dopo aver proclamato la Vergine Maria “Regina di Genova” (nel 1637) al fine di risolvere problemi di cerimoniale che relegavano la Repubblica di Genova in una posizione secondaria rispetto alle grandi monarchie europee, che nel cinque-seicento dipendevano economicamente dai prestiti che Genova faceva loro.

L’ultimo salotto storico che completa il percorso circolare ospita cinque opere di Marcantonio Franceschini, un pittore classicista Bolognese del Settecento. Ai piedi della scala che porta ai piani superiori si trova un altro esempio della raffinata produzione genovese: una portiera settecentesca ricamata con l’arma Spinola al centro di volute vegetali e foglie di alloro.

Grazia De Marco

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