GENIO ITALIANO

Giuseppe Cipriani…l’ideatore del carpaccio

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Carpaccio con grana e rucola

Con questo articolo intendo parlare di “Carpaccio”, e molti forse penseranno ad un piatto di fettine sottilissime di manzo con scaglie di grana e foglioline di rucola, il tutto condito con olio e limone, invece scriverò di un pittore veneziano, oggi un po’ dimenticato. Nel 1950 Giuseppe Cipriani, allora chef dell’Harry’s Bar di Venezia per soddisfare la contessa Amalia Nani Mocenigo, alla quale il medico aveva consigliato di mangiare carne cruda, ideò il “Carpaccio” perché il colore della carne gli ricordava i rossi bruni di Vittore Carpaccio di cui era in corso a Venezia, un’antologica.

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Confronto dei due toni di colore-Vittore Carpaccio e un piatto di Carpaccio

Cipriani non era nuovo a queste creazioni di cibo-arte, due anni prima aveva omaggiato Giovanni Bellini, altro grande artista del XV secolo, con un cocktail, chiamato “Bellini”, a base di polpa di pesca bianca e prosecco, essendo in corso, nel 1948, una grande mostra del pittore ma anche perché il colore del Bellini-aperitivo era ispirato alla stessa tonalità rosata che usava l’artista.

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Confronto dei due toni di colore-Giovanni Bellini e drink Bellini

Il confronto delle tonalità dei colori, è un omaggio fotografico che dimostra la fine sensibilità di Giuseppe Cipriani, che non dà un nome tanto per fare qualcosa: nel Bellini per ottenere il colore somigliante alla nuance del pittore veneziano schiacciava assieme alle pesche anche qualche lampone. Mi piace ricordarvi il perché l’Harry’s bar ha un nome inglese: Cipriani era barman presso un hotel e prestò 10.000 lire a un suo amico, un ricco americano, Harry Pickering che non aveva il denaro per ritornare in patria. Harry non si fece sentire per due anni, forse Cipriani pensava che si era fidato di chi non meritava, ma un giorno Harry tornò, non solo restituì le 10.000 lire, ne aggiunse altre 30.000, così Cipriani ebbe modo di aprire un bar di sua proprietà, e lo chiamò col nome dell’amico.

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Vittore Carpaccio- Commiato di sant’Orsola- Gallerie dell’Accademia- Venezia

Vittore Carpaccio, nasce a Venezia intorno al 1465, cambiò il cognome di famiglia che era Scarpazza; il suo stile è assai particolare, molto diverso dai pittori del suo tempo, pare quasi un miniaturista medievale, i suoi dipinti e teleri sono pieni di storie fantastiche con draghi, basilischi, e leggende di santi e di martiri, ma aldilà delle scenografiche e favolistiche immagini, era un fine colorista e conosceva bene la prospettiva rinascimentale. Le notizie su di lui sono scarse, probabilmente studiò con Giovanni Bellini e certo conosceva la pittura di Antonello da Messina e dei fiamminghi. È noto soprattutto per il ciclo dei grandi teleri: “Le Storie di Sant’Orsola”, che oggi si trovano all’Accademia di Venezia. Il telero è una tecnica pittorica inventata a Venezia per sostituire l’affresco, si applicavano al muro tele molto grandi dipinte solitamente ad olio, anche Tintoretto ha usato questa tecnica. Le immagini di Carpaccio, sono minuziose, dense di particolari, i personaggi, gli abiti, le vedute, gli edifici riempiono quasi tutto lo spazio, sembra di stare in una favola illustrata e infatti la storia di Sant’Orsola è veramente una specie di fiaba col finale tragico. Secondo la leggenda Orsola era una fanciulla bellissima, figlia di un re bretone, che accettò di sposare il figlio di un re pagano se lui avesse abbracciato la fede cristiana. Orsola partì col seguito di 11.000 vergini incontro allo sposo, ma il corteo fu intercettato da Attila e i suoi Unni; Attila colpito dalla bellezza di Orsola la chiese in sposa, ma la fanciulla rifiutò, così fu uccisa con tutte le vergini e le persone del corteo. (Sembra che la storia sia vera, tranne un errore di trascrizione sul numero delle vergini che sarebbero state in realtà undici)

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Vittore Carpaccio- Due dame veneziane- Museo Correr- Venezia

Nello stesso periodo dei teleri con le storie di Sant’Orsola, circa 1490-95, Carpaccio esegue le famose “Due dame veneziane”, un olio su tavola conservato al Museo Correr di Venezia. Le due dame sono attorniate da cani, uccelli, anfore e altro, ogni cosa ha una simbologia precisa, appaiono riccamente abbigliate, hanno un qualcosa che intriga, forse perché sembrano annoiarsi, anzi sembrano indifferenti in un’immobilità che ricorda la calma piatta di Piero della Francesca, forse è per questo che a lungo sono state identificate come due cortigiane, in realtà, raffigurano due dame veneziane, che attendono il ritorno dei mariti intenti nella caccia.

E la caccia dove sta?

La tavola delle due dame è stata riconosciuta come la parte inferiore della tavola della “Caccia in laguna” del Getty Museum di Malibù.

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Ricostruzione con la tavola del Getty Museum

Il riferimento a Piero della Francesca non è casuale, un famoso dipinto attribuito al Carpaccio “L’uomo dal berretto rosso”, un ritratto di uomo sconosciuto che si staglia imperturbabile su uno sfondo azzurro, vi è un’ipotesi che facendo riferimento al paesaggio, lo individua come opera del pittore e matematico Piero della Francesca.

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Vittore Carpaccio- Uomo col berretto rosso- Museo Correr- Venezia

Dal 1502 al 1507, Carpaccio dipinge per la Scuola degli Schiavoni, cioè dei dalmati, un ciclo di sette teleri sulle storie dei santi protettori della confraternita (Giorgio, Girolamo e Trifone), tra cui “San Giorgio e il drago” una tempera su tavola (141x360 cm) che è uno dei più noti e famosi di Vittore.

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Vittore Carpaccio- San Giorgio e il drago- Scuola di San Giorgio degli Schiavoni- Venezia

Su un ampio sfondo, con costruzioni esotiche che rappresentano la città di Selene e una veduta di vele sul mare, giunge di volata un cavaliere biondo vestito di nero che trafigge con la lancia un orribile drago, in secondo piano, sulla destra, quasi non si nota la principessa. Il terreno è un deserto coi resti delle vittime del mostro, che infestava la città, ma questa volta San Giorgio il cavaliere coraggioso ha salvato la principessa da morte sicura e liberato i seleniti dal drago.

Nonostante Carpaccio fosse pittore ufficiale della Repubblica, il suo stile era un po’ fuori moda rispetto al giovane Tiziano e al Giorgione, così successivamente lavorò soprattutto in provincia (Pirano, Chioggia Capodistria) dove era assai apprezzato; a Capodistria muore nel 1526.

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Vittore Carpaccio- Il Leone di San Marco- Palazzo Ducale- Venezia

Non va dimenticato “Il Leone di San Marco”, un dipinto tempera su tela (130x368 cm), datato 1516 e conservato a Palazzo Ducale a Venezia; in primo piano, un maestoso leone alato, simbolo dell’evangelista San Marco e della città di Venezia, tiene la zampa su un libro aperto, con la scritta in latino, tradotta con la frase “Pace a te, Marco, mio evangelista”; sullo sfondo una veduta della laguna di Venezia eseguita con minuta precisione.

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Vittore Carpaccio - Giovane cavaliere in un paesaggio- Museo Thyssen-Bornemisza- Madrid

Non va dimenticato neppure, “Il Ritratto di cavaliere” del 1510, dove un giovane uomo corazzato, dai dolci lineamenti, triste e malinconico è in piedi nell’atto di sfoderare la spada, è attorniato da piante, fiori, animali, uccelli ognuno con un significato simbolico; mi limito a decifrare l’incantevole angolo in basso a sinistra dove un grazioso ermellino bianco, ha come significato la purezza, la curiosità e la regalità, ha accanto un giglio bianco che insiste sull’innocenza, della pervinca azzurra considerata il fiore della fedeltà e del cielo e un cartiglio che reca il motto in latino “Malo Mori Quam Foedari” che recita in italiano “Meglio morire che contaminarsi”, che rimanda alla virtù del cavaliere, quest’ultimo intraprende un viaggio pieno di ostacoli sorretto dalle sue virtù, in particolare la purezza che gli permetterà di non cedere al male e di ottenere la vita eterna… ci rivela l’animo di Vittore ancorato ad una visione morale medievale cortese se non addirittura dantesca.

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Particolare del Giovane cavaliere in un paesaggio di Vittore Carpaccio

Paola Tassinari

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