GIORNATA MONDIALE DELLA POVERTA’

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Cresce la richiesta di aiuto e si cela sempre più l’essenza della povertà. Vogliamo lottare ancora con forza sulle disuguaglianze sociali.

cms_23828/1.jpgIn ricorrenza della quinta Giornata Mondiale dei Poveri, uno sguardo va alle esperienze nei luoghi. La “salute” non può essere solo l’assenza di malattia. La salute è uno stato di completo benessere psico-fisico, di accesso alle cure, di esistenza e mantenimento delle relazioni umane.La Costituzione Italiana riconosce il diritto alla salute definendololo un diritto fondamentale dell’individuo, ma anche “un’interesse della collettività”.

La povertà un fenomeno sintomo di crescita collettiva. Tutti i paesi e le città, dove i processi partecipativi, fatti di persone che si nutrono di relazioni e che si incontrano, rappresentano la sfida più grande. Famiglie fragili, anziani sempre più soli e abbandonati, bambini, bambine, ragazzi, ragazze, che nell’assenza dell’incontrocadono nella trama della solitudine e della povertà economica, emotiva, affettiva e culturale.

È infatti troppo facile, attribuire la situazione di distacco, di isolamento ed emarginazione, di depressione e malattia soltanto all’assenza delle risorse economiche e delle esclusioni imposte dall’aumento delle disuguaglianze, senza neppure prendere in considerazione l’effetto dei legami e dell’umanizzazione delle connessioni generato dall’impegno che ne ha la collettività.

Oggi il sistema esprime la forza dei ruoli della comunità educante ed istituzionale, delle norme e delle regole che offrono diverse possibilità di plasmare lo sviluppo e l’evoluzione di ogni individuo. È la teoria dei sistemi ecologici, detta anche “dello sviluppo in un contesto” o teoria dell’ “ecologia umana”. E’ la forza della transizione sostenibile che puà rappresentare la chiave di lettura al concetto giustizia sociale.

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Innumevoli ancora i fatti di cronaca che portano alla luce sempre più casi di persone che muoiono nella più totale solitudine delle relazioni e degli affetti. Ancora casi di trascuratezza alimentare, povertà educativa, rappresentano oggi i pilatri del rischio della povertà.

Anche il macrosistema difatti influenza le nostre micro-relazioni, può potenziare la vita, il sistema di conoscenze e dei servizi; semplicemente il benessere della persona.

Ma questo, può essere un valido sostegno per contrastare il naturale “deterioramento delle capacità umane”? Per evitare che la fragilità divenga spettacolo angosciante dell’agonia?

Viviamo nei nostri servizi con il timore di provare uno stato di abbandono ogni qualvolta ci segnalano casi di difficoltà al sostentamento della vita.

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Casi invece, di chi vive il bisogno e non richiede aiuto per mera dignità. Alcuni di loro vivono con la preoccupazione del dover fare i conti solo con l’insufficiente pensione minima e spesso non dispongono nemmeno dei servizi essenziali come luce e gas e delle idonee temperature per tenere al sicuro la propria vita.

Gli anziani, i senza tetto, i minori, le non autosufficienzeinoltre, sono tra le categorie che più hanno pagato gli effetti della crisi. L’uomo, per natura, non vive e non sopravvive da solo. La morte interrompe il legame essenziale che abbiamo con gli altri.

Il macrosistema che ci circonda e la forza che ne deriva, ci aiuta a tenere insieme i molteplici fili della nostra vita.

È proprio quando muore una persona nel totale isolamento e nell’emarginazione, che lascia un segno.Avremmo potuto far qualcosa? Non la/lo vedevamo da giorni. Nessun parente si è mai visto. Il vicinato? Forse non c’è abbastanza tempo per rendersi conto “dell’altro”.Lo spazio tra l’io e il nulla è lo spazio della solitudine.

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La testimonianza del vivo esempio di come l’idea delle piccole o grandi collettività, a cominciare dal semplice vicinato, può e deve misurarsi con i grandi problemi legati alla “fatica del vivere”.

A volte non è tanto l’evento morte che preoccupa, quanto la paura collegata al processo del morire nel dolore, nell’isolamento, nella perdita del controllo del proprio corpo. Uomini e donne, in questo tempo strano, imbalsamato, dove c’è anche il contagio cattivo, preoccupante, pericoloso e che innesca la paura dell’altro.

La paura dell’abbandono è la malattia più grave della povertà.

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L’essere umano affronta meglio il passaggio se qualcuno – specie se è una persona cara – gli tiene la mano.

La salute della persona è caratterizzata da fattori ben più complessi, che non sono solo l’assenza o presenza di malattia. Include l’accesso ai servizi e all’economia, la richezza degli affetti, l’amore, la vicinanza della famiglia, i ricordi, il mantenimento delle capacità residue attraverso la stima di sé e degli altri, il bisogno di contatti interpersonali, il ruolo nella comunità, il senso di autonomia.

Ancora tanta gente richiede l’intervento dei Servizi Sociali, chiamano il numero verde, urlano la loro paura, lo stato di coscienza è notevolmente alterato, chiedono di qualcuno per alleviare la pena della solitudine.

Un’esperienza densa di contenuto e significativa per riflettere.

Non ci sentiamo mai spettatori di un fenomeno distante, quanto protagonisti che devono pensare all’invecchiamento attivo e al tema delle esperienze di prossimità e solidarietà tra famiglie.

Non sempre chi ha bisogno decide di rivolgersi ai Servizi Sociali dei Comuni, per scarsa conoscenza o per diffidenza. Per noi è imperativo riflettere sul “tempo che vorrei”, su quanto sta succedendo per anticipare le posizioni nella prospettiva socio-governativa.

Come possiamo offrire dei contributi ed una riflessione per “dare vita agli anni”, contrastare le sperequzioni economiche, le disuguaglianze socio-economiche, e fornire un’autorilfessione sull’autodeterminazione.

Nel rispetto dei diritti e delle condizioni individuali, come, se non attraverso la ricerca di modalità partecipative; ricerca recepita in tutte le azioni programmatiche, attraverso cui sia possibile assicurare risposte adeguate ai problemi specifici dei cittadini con interventi di protezione, tutela e sviluppo delle politiche di inclusione.

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Una sorta di mappatura di comunità che parta dal bisogno di metabolizzare questo trauma collettivo, per poter pensare che questa brutalità dell’isolamento delle persone e della povertà celata, può generare una narrazione delle soluzioni, che sappia inscrivere in una cornice del tempo del futuro un contenitore della speranza, che è nelle nostre mani.

Può e deve essere una forma di contagio più entusiasmante, positivo, che faccia crescere i singoli e promuova sui territori l’alterità e il senso di comunità.La forza è un rischio che una persona si assume.

C’è la forza delle organizzazioni, la forza degli accordi, la forza del trasformismo, la forza degli apparati, delle strutture, dei vertici.

cms_23828/7.jpgC’è poi, la forza morale, quella che il professionista ha il dovere di conservare e difenderla indizionatamene, quella che ti incastra sempre in ciò che è la giusta causa.La forza del coraggio, perché, non c’è da fare nulla, le cose più belle nascono sempre di lì, dal cuore. La forza delle idee che accende l’entusiasmo e della passione, quella che muove all’impegno senza risparmio e senza calcolo. La forza delle persone senza forza che se si mettono insieme. La forza del cambiamento, quella che sempre spira a favore dei bisogni del tempo.

E, infine, c’è la forza più forte, più dinamica, la forza della speranza, che è poi la forza della vita, quella che ci spinge a osservare, riflettere e pensare, nonostante tutto, che siamo qui per i processi che ci compeono, per fare insieme e migliorare le cose.

Eccola la forza.

E’ una povertà fatta di oggetti tenuti insieme, che ha bisogno di nuovi attrezzi per riparare una realtà che va a pezzi.

Tutto è precario, tutto è fragile, in attesa di momenti migliori.

Valentina Farina

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