GLI AUGURI

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Ci stiamo avvicinando al Natale e già nell’aria iniziano a risuonare gli auguri. Auguri di buone feste, auguri di un felice anno nuovo ma anche auguri di buona salute, di compleanno, auguri per una nascita, per un nuovo lavoro, per un matrimonio. Insomma, qualunque sia l’occasione, gli auguri non mancano mai.

Ma ci siamo mai chiesti cosa siano davvero gli auguri? Quale sia il significato profondo di questo termine e, soprattutto, quale sia la sua storia?

Etimologicamente, questa parola deriva dal latino “augŭres” e non descrive un’azione, bensì una persona.

L’àugure - con l’accento sulla “a” - era un sacerdote dell’antica Roma il cui compito era quello di interpretare la volontà degli dèi osservando il volo degli uccelli. In realtà non profetizzava su qualunque cosa ma si limitava a comunicare se una decisione o un atto già compiuti incontrassero il favore degli dèi.

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In realtà questa figura era già nota alle culture etrusca e greca, quindi provate ad immaginare quale lunghissimo percorso ha fatto il termine “augurio” prima di arrivare fino a noi.

Ma vediamo più da vicino la storia di questa figura emblematica.

Secondo la leggenda questo ordine sacerdotale sarebbe stato istituito da Romolo, nominando un àugure per ogni tribù di Roma: i Ramnes (di origine latina), i Tities (di origine sabina), i Luceres (di origine etrusca).

Dalla nascita della Repubblica romana, nel 509 a.C. poterono farne parte solo i patrizi, per un massimo di cinque membri ma due secoli dopo fu concesso anche ai plebei di accedervi, il che portò il numero di àuguri a nove.

Con l’andare del tempo, l’elezione degli àuguri si istituzionalizzò non poco - sappiamo ad esempio che ai tempi di Caligola era previsto il pagamento di una somma di denaro per entrare nel collegio - ma non si perse mai di vista il significato spirituale di questa figura.

In tempo di pace come in tempo di guerra nell’antica Roma non si prendeva nessuna decisione senza aver

prima consultato gli àuguri. E questo sia nella vita sociale che in quella privata.

Esistevano, infatti, due tipi di àuguri: gli auguria privata che, come già si intuisce dal nome, riguardavano le decisioni prese all’interno della sfera privata familiare e gli auguria publica che riguardavano, invece, le questioni sociali e collettive.

Per questi ultimi, poi, esistevano più àuguri che, ordinati in un collegium, venivano consultati dal magistrato prima di esprimersi negli atti pubblici.

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Moneta romana imperiale - Giulio Cesare († 44 a.C.) - con incisione dell’augur con il vaso e il lituo

Ma qual era il compito degli àuguri? Attraverso l’osservazione del volo e del comportamento degli uccelli, dovevano trarre degli auspicia che, in pratica, altro non erano se non l’approvazione o la disapprovazione di una decisione umana da parte degli dèi. Ci tengo a sottolinearlo affinché non vengano confusi con le profezie: non si tratta di consulti su quale fosse la cosa migliore da fare, bensì l’opinione divina su una decisione già in atto.

Ed è proprio quello che avviene oggi: gli auguri che indirizziamo alle persone, riguardano qualcosa che è già in corso o è in procinto di compiersi, come un matrimonio, una nascita, una laurea.

L’antica arte degli àuguri era chiamata augùrio o auspìcio ed è il significato che ancora oggi diamo a questa parola.

Ma c’è una grande differenza con il passato: nell’antica Roma gli auguria privata scomparvero quasi subito per lasciare il posto agli auguria publica. Oggi, invece, la situazione si è completamente invertita ed ha, purtroppo, perso anche il suo carattere rituale e spirituale. L’augurio non nasce più dagli auspici nati dall’osservazione del volo degli uccelli ma assume la connotazione di desiderio, di una buona sorte che si esprime in occasioni speciali, quasi a voler anticipare quella che, un tempo, era l’approvazione degli dèi.

Vediamo un po’ più da vicino la figura dell’àugure.

Come ho anticipato, inizialmente potevano accedere a questa carica solo persone della classe patrizia e solo in seguito anche di quella plebea. Tuttavia, per l’alta considerazione che l’augurato aveva da parte del popolo e, soprattutto, per la sua importanza nella vita politica, venivano investite di tale ufficio solo persone nobili, poco importa che lo fossero per nascita o per merito. Non erano tuttavia richiesti altri requisiti particolari e il loro incarico durava tutta la vita.

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Àugure che impugna il lituo mentre trae un “auspicio” osservando il beccare dei polli

Sotto l’Impero, il titolo di àugure divenne puramente onorifico ma questi sacerdoti erano talmente venerati che per chi li offendeva era prevista la pena di morte.

Dal punto di vista iconografico, due sono le caratteristiche che li contraddistinguono:

  • il LITUO: strumento di culto già in uso dagli Etruschi, si tratta un bastone ricurvo in cima. Nel tempo, l’estremità assunse la forma a spirale che ritroviamo tutt’oggi nel “pastorale”, il bastone ricurvo del Vescovo;
  • la TRABEA: toga bianca con strisce di porpora, era utilizzata da consoli, sacerdoti e cavalieri per le cerimonie ufficiali.

Il compito degli àuguri era, come abbiamo visto, quello di trarre degli “auspici” dall’osservazione del volo degli uccelli ma anche, in un secondo tempo, da altri “segni” (signa), tra cui quelli inviati dal cielo, come lampi, tuoni e fulmini e quelli dati dal movimento dei quadrupedi e dei rettili. Vi erano poi dei segni di “veloce consultazione” - utilizzati quasi esclusivamente in situazioni di guerra - che consistevano nell’osservazione dei polli sacri. Se questi si nutrivano l’auspicio era favorevole e se poi, mangiando, facevano ricadere il cibo a terra - (tripudium solistimum, tripudio perfetto) - l’augurio era addirittura molto favorevole.

Un’altro compito importante era la solenne preghiera per la prosperità dello Stato e l’intercessione per la fertilità delle campagne.

Malauguratamente i collegi sacerdotali, compreso quello degli àuguri, furono aboliti dall’imperatore Teodosio I - ultimo imperatore dell’impero romano prima della separazione tra Oriente e Occidente - alla fine del IV secolo.

Ma gli AUGURI restano ed è davvero emozionante risalire alle origini di un’usanza ancora così viva, toccando con mano le radici lontane e profonde di ciò che siamo oggi. Senza rendercene conto, portiamo avanti - reinterpretandola e adattandola - una tradizione millenaria. Che effetto fa, ora che lo sappiamo?

Simona HeArt

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