GUERRA GOTICA E TOTILA

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Battistero degli Ariani- V secolo- Ravenna

Nel 488-89 il popolo degli Ostrogoti si era insediato in Italia, sostituendo con la forza il proprio dominio a quello dello stato bizantino, la nuova aristocrazia fondiaria dei Goti si era affiancata a quella romana, che mantenne il possesso di larga parte delle terre e degli schiavi/coloni italici. Tale situazione di “coabitazione” continuò fino a quando l’imperatore bizantino Giustiniano, che mirava a unificare Oriente e Occidente, disegno che prevedeva anche l’unificazione religiosa, decise di riconquistare i territori che fino al secolo precedente erano parte dell’Impero Romano d’Occidente con i capisaldi Roma e Ravenna. Nel 535 l’assassinio di Amalasunta, figlia di Teodorico, fornì a Giustiniano il pretesto per iniziare la guerra contro i Goti. La guerra gotica (535-553), 18 anni di carneficina, fu il risultato della politica dell’imperatore bizantino Giustiniano I, che voleva emulare Costantino il Grande (306-337), l’imperatore romano che spostò la capitale a Costantinopoli. Il conflitto ebbe inizio nel 535 con lo sbarco in Sicilia di un esercito bizantino sotto il comando del generale Belisario; risalendo la penisola le forze di Belisario sconfissero le truppe gote dei re Teodato prima e di Vitige poi, riconquistando molte importanti città tra cui le stesse Roma e Ravenna. Lo scopo dell’imperatore era riconquistare l’Italia, governata fino a quel momento dalla casata di Teodorico. Durante il regno di Teodorico, che aveva sconfitto su mandato dell’imperatore bizantino Anastasio gli Eruli di Odoacre, l’Italia aveva goduto di un periodo di pace e di prosperità. Teoderico aveva rispettato le proprietà del senato romano e finanziato numerose opere pubbliche. Aveva garantito libertà religiosa a tutti i sudditi per quanto egli fosse, come la maggioranza dei Goti, un seguace della dottrina di Ario, bollata di eresia dal concilio di Nicea che aveva ratificato che il Figlio generato dal Padre è della sua stessa sostanza divina, mentre per Ario, il Figlio non era compartecipe della stessa divinità assoluta del Padre.

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Battistero Neoniano/ortodosso- V secolo- Ravenna

Dichiarando che nessuno può essere costretto a convertirsi con la forza, Teodorico aveva permesso ai cristiani niceni di conservare le loro chiese, costruendone altre per i fedeli ariani e aveva fatto anche ricostruire alcune sinagoghe incendiate dai cristiani. Nonostante ciò la nobiltà senatoria, aveva sempre mal visto un dominio straniero da parte di barbari eretici e non aveva mancato di tramare perché l’imperatore Giustino, predecessore di Giustiniano e autore di misure persecutorie ai danni dei cristiani ariani, potesse rientrare in possesso dell’Italia. A quel complotto era seguita una dura repressione da parte di Teodorico, repressione che aveva mietuto come vittima illustre il filosofo Boezio e l’incarcerazione di papa Giovanni I, che si era rifiutato di mediare a favore dei cristiani ariani davanti all’imperatore Giustino, si erano creati insanabili attriti fra il sovrano e la Chiesa di Roma. Sono queste le premesse indispensabili per comprendere l’ostilità dell’aristocrazia romana e nicena verso i Goti. L’ascesa al trono goto di Totila ed il richiamo di Belisario a Costantinopoli portarono alla riconquista da parte dei Goti di molte delle posizioni perdute; solo con l’arrivo di una nuova armata sotto il generale Narsete le forze imperiali poterono riprendersi, e dopo la morte in battaglia di Totila e del suo fedelissimo generale e successore Teia, la guerra si concluse nel 553 con una completa vittoria per i Bizantini. L’occupazione dell’Italia da parte dei Bizantini si rivelò effimera visto che già dal 568 le forze dei Longobardi iniziarono a calare nella penisola, occupandone vasti tratti, anche grazie alla debolezza dei difensori. I Bizantini rimasero nell’Esarcato d’Italia chiamato anche Esarcato di Ravenna per un periodo che va dal VI e l’VIII secolo. L’organizzazione dell’esarcato era ripartita in sette distretti, strettamente controllati dall’esarca di Ravenna: l’Esarcato propriamente detto (dal fiume Panaro a Ravenna), la Pentapoli, il Ducato romano, la Liguria, la Venezia e l’Istria; il Ducato di Napoli e il Ducato di Calabria.

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Badùila re dei Goti, chiamato per le sue coraggiose gesta, con l’appellativo: Totila, che significa, immortale, fu vittima di una vera e propria ingiustizia storica. Appena Giustiniano conquistò l’Italia, iniziò la campagna di demonizzazione del re goto da parte della storiografia bizantina, che presenta Totila come un distruttore di città e un uccisore di civili inermi, unico colpevole di un decennio di guerra. Nei Dialoghi di papa Gregorio Magno, scritti attorno al 594, Totila è addirittura il perfidus rex, simbolo della malvagità e del male stesso. Secondo Procopio di Cesarea, cronista a servizio dei Bizantini, questo re invece manifestò la sua umanità verso le donne risparmiandole dalle violenze del suo esercito, addirittura sfamò, dopo l’assedio, la popolazione di Napoli. Prese Spoleto, Fermo e Ascoli con trattative, senza spargere sangue. Quando poi prese Roma, Totila non infierì sui cittadini. Nel 546, dopo la supplica del diacono Pelagio, fermò le violenze sui civili, impedì ai Goti di linciare la vedova di Boezio e di fare oltraggio a qualsiasi donna.

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Luca Signorelli- San Benedetto scopre il soldato-Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Oliveto-Siena

Procopio non parla di stragi di civili, ma del tentativo di conciliare Goti e Romani fatto da Totila. Il re goto mandò ambascerie di pace a Giustiniano, sempre respinte dall’imperatore, il quale arrivò persino a dire ai messi di avere in odio i Goti e di volerli cancellare dall’impero, considerando Totila un usurpatore e un eretico a cui muovere guerra a oltranza. Totila inviò una missiva a Giustiniano in cui proponeva all’imperatore la stessa pacifica collaborazione che c’era stata un tempo fra Teodorico e Anastasio, concluse la lettera con questa frase: “Se desideri (la pace), sarai considerato da me come un padre e potrai servirti di me come alleato contro chiunque vorrai”. In un decennio Totila riconquistò tutta l’Italia, tranne poche città. In un primo momento i Bizantini ebbero successo, conquistando Verona, ma i Goti di Totila contrattaccarono e riuscirono a sconfiggere il nemico che fu costretto ad evacuare la città e a ritirarsi a Faenza. Totila, affrontò i Bizantini presso Faenza dove ottenne, nonostante l’inferiorità numerica, un’altra vittoria. Totila tentò l’assedio di Firenze ma poi prese la decisione di dirigersi nella valle del Mugello dove si scontrò con l’esercito imperiale, con una nuova vittoria di Totila, che si impadronì poi di Cesena, Rocca Pertusa, Urbino e San Leo. Il re goto scese quindi lungo la Flaminia, pur lasciando in mano bizantina alcune roccaforti come Spoleto e Perugia, riuscendo a espugnare Napoli.

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Luca Signorelli- San Benedetto e Totila-Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Oliveto-Siena

A questo periodo dovrebbe risalire l’incontro di Totila con San Benedetto di Norcia, avvenuto forse nel monastero di Cassino, evento che ricorda quello dell’incontro, di qualche decennio prima, di Teoderico con Sant’Ellero a Galeata di Romagna. San Benedetto era un monaco che all’epoca era diventato famoso per il suo carisma, la sua santità e la regola che aveva imposto ai confratelli. Benedetto era celebre per la sua capacità di profetizzare, cosa che aveva incuriosito Totila, che volle saggiarne le capacità. Totila arrivato al monastero, fece vestire da sovrano un suo soldato e gli impose di presentarsi a San Benedetto come se fosse il re. I monaci accolsero la delegazione dei Goti e la fece entrare nel monastero, ma quando il gruppo e il soldato travestito da Totila, furono davanti al Santo, egli disse: “Deponi, figliolo, deponi quel che porti addosso: non è roba tua”. I Goti tornarono da Totila, il quale volle conoscere personalmente il Santo. Appena Totila lo vide si prostrò ai suoi piedi, Benedetto gli impose di alzarsi ma Totila non dava segno di rialzarsi, sicché lo stesso Santo lo sollevò. Benedetto rimproverò Totila per la sua cattiveria e gli predisse il futuro: “Tu hai fatto molto male e molto ne vai facendo ancora; sarebbe ora che una buona volta mettessi fine alle tue malvagità. Tu adesso entrerai in Roma, passerai il mare, regnerai nove anni, al decimo morirai”. Le parole di Benedetto scossero Totila, il quale gli chiese di pregare per lui. Secondo Papa Gregorio Magno, che è colui che ci riferisce l’evento, fu proprio l’esortazione di Benedetto che indusse Totila a essere meno feroce.

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Spinello Aretino- Totila e San Benedetto-San Miniato al Monte-Firenze

La prima volta Totila pose sotto assedio Roma nel 544, nel 546 altro assedio a Roma, i guardiani si accordarono con l’esercito ostrogoto ed aprirono le porte della città. Nel 549 Totila pose sotto assedio Roma per la terza volta, riuscendo a riconquistarla grazie ad un nuovo tradimento. Alla fine la città contò pochi sopravvissuti ed il Senato si trasferì quasi completamente a Bisanzio. Nel 551, Giustiniano affidò il comando dell’esercito ad un anziano eunuco di corte, Narsete e lo mandò ad occupare l’Italia. Nel 552, l’esercito goto venne intercettato nei pressi del villaggio di Tagina (odierna Gualdo Tadino), da Narsete che lo sconfisse e lo disperse. Lo stesso Totila, che a Roma si era rifiutato d’inseguire i nemici in fuga (cosa ci può essere di più piacevole per un uomo che un nemico in fuga?) fu inseguito durante la sua ritirata da un drappello di mercenari e gravemente ferito da uno di essi con un colpo di lancia alle spalle, ripeto, alle spalle. I suoi uomini lo seppellirono in una tomba senza nome, in seguito profanata dai Bizantini per accertare l’identità del defunto.

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Gaspar de Crayer- San Benedetto e Totila-1633

Il sogno dei Goti di fare dell’Italia un regno, come ad esempio avevano fatto i Franchi, svanì come nebbia, la stessa nebbia che avvolge Totila… un eroe o una disgrazia per l’Italia? Non si può concludere questo articolo sulla storia della guerra gotica e di Totila senza interrogarsi e riflettere sulla sua politica agraria che ha scatenato discussioni tra gli storici. Alcuni hanno esaltato le mosse di Totila attribuendo al re goto azioni degne di un rivoluzionario sociale, altri invece hanno intravisto nel programma di Totila solo uno scopo opportunistico. Evidentemente il re goto si rese conto che la guerra non poteva essere vinta senza l’appoggio delle genti italiche, che erano in massima parte favorevoli ai Bizantini, non potendo avere il sostegno dei latifondisti e dei patrizi locali, legati all’Impero, cercò e ottenne l’appoggio delle popolazioni rurali, impegnandosi in una riforma agraria. Ovvero una redistribuzione della proprietà delle terre coltivabili attraverso un’espropriazione forzata, nei confronti dei beni posseduti da grandi proprietari, per una successiva redistribuzione gratuita, in favore dei coltivatori privi di proprietà, simile alla riforma del nostro secondo dopoguerra, che tramite l’esproprio coatto, vide la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, rendendoli così piccoli imprenditori e non più sottomessi al grande latifondista. Nella storia ci sono state numerose riforme agrarie, quella di Totila fu certo una delle prime. Per colpire al cuore gli interessi generali degli ostili proprietari fondiari romani e conquistarsi allo stesso tempo l’appoggio politico/militare dei contadini italiani, Totila attuò un’audace strategia sociale liberando gli schiavi che lavoravano nelle campagne e autorizzando i coloni rurali a non pagare i canoni e le prestazioni dovute ai proprietari terrieri.

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Francesco Salviati - Ritratto di Totila - 1549

Grazie a questa strategia politico/sociale, i Goti riuscirono per dieci anni a resistere all’esercito imperiale a dispetto della loro condizione di netta inferiorità militare ed economica rispetto al potente impero bizantino. Le conseguenze della guerra gotica si fecero sentire sull’Italia per alcuni secoli, causando lo spopolamento delle città e l’impoverimento delle genti, flagellate da carestie ed epidemie: i cosiddetti secoli bui dell’Alto Medioevo.

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La testimonianza dello storico Procopio di Cesarea è agghiacciante: “Naturalmente moltissimi caddero vittime di ogni specie di malattie [...] Nel Piceno, si parla di non meno di 50.000 contadini, che perirono di fame, e molti di più ancora furono nelle regioni a nord del golfo Ionico [...] Taluni, forzati dalla fame, si cibarono di carne umana. Si dice che due donne, in una località di campagna sopra la città di Rimini, mangiarono 17 uomini [...] Molte persone erano così indebolite dalla fame, che [...] si gettavano su di essa (sull’erba) con bramosia, chinandosi per strapparla da terra; ma siccome non riuscivano perché le forze le avevano completamente abbandonate, cadevano sull’erba con le mani tese, e lì perirono”.

Paola Tassinari

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