Genitori narcisisti e giudici protettivi

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Tutelare primariamente i bambini dai mostri nascosti dietro una tastiera e poi frenare la voglia narcisistica dei genitori. Sembra essere questa la via percorsa oggi dalla giurisprudenza, tutta tesa per creare una rete (reale) di maggiori tutele intorno al delicato tema bambini, minori, social network. Genitori presi da un’irrefrenabile smania da post compulsivo, appaiono incoscienti e sprezzanti di ogni rispetto nel momento in cui postano sulle piattaforme social le immagini dei propri figli.

cms_8280/2.jpgQui però non si sta solo parlando dell’annoso problema di come i minori si approccino e vivano il web in solitaria, ma come noi genitori contribuiamo ad alterare la delicata ecologia dell’ambiente digitale nel quale diffondiamo foto, video e immagini dei nostri figli trascurando gli effetti su potenziali pedofili e calpestandone nel contempo la loro privacy come minori. Sul tema è intervenuto con un’ordinanza il Tribunale di Roma lo scorso dicembre che ha stabilito che non solo il giudice può ordinare la rimozione delle immagini dei figli ai genitori che ne abbiano fatto un uso distorto, ma può anche condannarli al pagamento di una somma proprio in favore dei minori. La pronuncia della Prima Sezione del Tribunale Civile è scaturita dopo la vicenda di un 16enne il quale, attraverso il suo tutore, ha chiesto l’intervento dei giudici nei confronti di sua madre, ostinata nell’esporre le immagini e la vita online del ragazzo.

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I togati hanno ordinato la rimozione delle immagini e dei video che ritraevano il ragazzo e hanno vietato alla madre di pubblicarne altri, con una pena salata in caso di mancata rimozione. La vicenda ha del grottesco: l’insostenibilità della situazione venutasi a creare, ha portato il ragazzo a chiedere ai giudici la possibilità di poter proseguire gli studi all’estero, in maniera tale da allontanarsi da un contesto familiare nel quale la madre, da poco separatasi, usava i social per diffondere le vicende personali del figlio. Il giudizio è perentorio e si allinea con quello che già sta avvenendo in altri Paesi in cui non solo devono essere cancellati dai social le immagini e le informazioni che riguardano un minore in caso di pubblicazione da parte dei genitori senza il suo consenso, ma se i genitori stessi non procedono alla cancellazione dei post si imbattono nel pagamento di una somma di denaro fino a 10mila euro.

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Prima di questa sentenza, sia il Tribunale di Mantova, ordinando a una madre (ancora lei!) di non inserire le foto dei figli e di rimuovere quelle già pubblicate dato che il padre non era d’accordo, sia quello di Brescia, imponendo a una coppia il divieto di pubblicare foto della figlia minore su blog e social, e persino sul profilo WhatsApp, si erano espressi sull’argomento della tutela dei minori. La legge comunque sull’argomento parla chiaro, a partire dalla Carta Costituzionale e dal diritto d’autore del 1941, fino al codice civile e al decreto legislativo 196/2003 in materia di trattamento dei dati personali. In tutti questi casi è richiesto un esplicito consenso o dei diretti interessati o di chi li tutela. Se ciò non bastasse, si può anche aggiungere la tutela dei minori dovuta grazie all’articolo 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York nel 1989 e ratificata in Italia due anni dopo.

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Il vizietto di molti genitori, soprattutto mamme, per un’ostentazione morbosa dei figli, può lasciare sul campo delle vittime innocenti, nella maggior parte dei casi inconsapevoli e non consenzienti. La protezione del presente e del futuro dei minori passa da un uso più consapevole e maturo dei media, controbilanciando una pericolosa e inutile sovraesposizione sui social media con un imperversante shooting fotografico che sarebbe meglio rimanga confinato nei nostri album cartacei.

Andrea Alessandrino

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