Giustizia per Nirbhaya

Condannati all’impiccagione gli stupratori

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Nuova Delhi, 16 dicembre 2012. La giovane studentessa indiana Jyoti Singh, poi ribattezzata Nirbhaya dai media, saliva su un autobus per rientrare finalmente a casa, ignara del triste destino che l’attendeva. Dopo essere stata al cinema, si era accomodata su un autobus privato, in compagnia di un amico, poco più grande di lei. Sul mezzo altri sei uomini: l’autista Ram Singh, il fratello Mukesh, Vinay Sharma, istruttore di palestra, Pawan Gupta, venditore di frutta al mercato, Akshay Thakur e un altro ragazzo, all’epoca del delitto ancora minorenne.

Durante la corsa, l’inizio dell’inferno. Jyoti Singh fu brutalmente violentata, picchiata e torturata dal gruppo per più di un’ora, per poi essere scaraventata fuori dal mezzo in movimento ormai in fin di vita, subendo così lesioni gravissime. A causa della violenza Nirbhaya riportò un arresto cardiaco, infezione ai polmoni e all’addome, nonché un grave trauma cranico. A nulla servirono i tentativi del giovane compagno di Nirbhaya, il quale fu facilmente neutralizzato, riportando terribili ferite, seppur non mortali. La notizia sconvolse e inorridì l’intero Paese, che si riversò incontrollabile nelle piazze per protestare: troppe le violenze e gli stupri a danno di donne e bambini, troppa la negligenza del governo e della polizia. Quella di Nirbhaya, infatti, non era nient’altro che l’ennesima orribile tragedia che investiva l’India.

Dopo più di due settimane di lotta tra la vita e la morte, la giovane studentessa, ricoverata d’urgenza in condizioni disperate in un ospedale di Singapore, morì. L’accaduto accese ancor di più l’animo di moltissimi indiani contrariati che manifestarono per giorni divisi tra lutto e rabbia. Definendosi profondamente addolorato, l’allora primo ministro Manmohan Singh affermò con fermezza che la morte di Nirbhaya non sarebbe stata vana; sostenne inoltre che sarebbe stato fondamentale tramutare emozioni ed energie in azioni concrete e costruttive.

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Oggi, ad otto anni dall’accaduto, quattro tra gli uomini colpevoli dell’efferato delitto sono stati giustiziati a Nuova Delhi, impiccati alle 5:30, dopo l’ennesimo rifiuto da parte dei giudici della Corte Suprema dell’ultima richiesta di perdono e grazia. Il probabile capo della banda, Ram Singh, aveva già perso la vita in cella, apparentemente suicida. Differente e “fortunato” il destino del più giovane del gruppo, che sembra invece aver scontato solo tre anni in un penitenziario per minori.

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Giustizia è stata fatta: “L’anima di mia figlia riposerà in pace” ha affermato la madre della donna, Asha Devi. La sentenza e l’impiccagione sono solo un punto di partenza: si continuerà a protestare, si continuerà a lottare, si continuerà a combattere per quelli che dovrebbero essere diritti basilari ed essenziali di ogni cittadino nel mondo: difesa, sicurezza e protezione.

Elena Indraccolo

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