Gli scambi occulti del signor Zuckerberg

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Non c’è pace all’ombra di Menlo Park. A gettare ancora ombre sulla policy di Facebook, è ora un articolo del prestigioso New York Times di pochi giorni fa in cui si levano pesanti ombre nei confronti dell’azienda di Zuckerberg per come essa si occupa, ancora una volta, della gestione dei dati personali dei suoi miliardi di utenti. L’accusa è, come nel caso di Cambridge Analytica, molto pesante e mette Facebook sul banco degli imputati a proposito di un presunto passaggio di dati sensibili dei suoi iscritti a favore nientepopodimeno che di aziende del calibro di Apple, Huawei, Samsung e molti altri produttori di dispositivi di telefonia mobile. Si parla, sempre nell’articolo, di una vera e propria partnership tra il social network americano e le aziende appena menzionate per uno scambio basato su un accordo di questo tipo: Facebook avrebbe (s)venduto i propri immensi dati alle multinazionali delle comunicazioni e quest’ultime avrebbero favorito Facebook rendendo la sua applicazione e quella relativa alla messaggistica, già presenti di default all’interno dei milioni di smartphone messi in commercio. Lo scambio occulto avrebbe avuto delle conseguenze facilmente immaginabili: Facebook sarebbe divenuto leader indiscusso e assoluto nel campo dei social, mentre le aziende american-cino-nippo-coreane avrebbero formato un vero e proprio cartello nel campo delle telecomunicazioni mondiali, anche perché esse avrebbero avuto libero accesso anche alle informazioni personali degli amici degli utenti, quest’ultimi espressamente contrari a fornire il consenso a condividere le loro informazioni con altri.

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Alle pesanti accuse del New York Times i vertici di Menlo Park hanno risposto attraverso un comunicato stampa in cui evidenziavano come il condividere i dati personali degli utenti con i produttori di dispositivi mobili sarebbe una pratica del tutto lecita, in quanto perfettamente in linea con le politiche sulla privacy di Facebook. I dati personali forniti da Facebook alle aziende produttrici di dispositivi mobili, cioè, sarebbero stati offerti per “ricreare l’esperienza di Facebook agli utenti che hanno dispositivi non completamente compatibili a livello di hardware con l’applicazione ufficiale”, smentendo quindi le voci su qualsiasi timore di violazione della privacy. Il problema però, come sottolinea lo stesso giornale americano, sarebbe la possibilità comunque offerta ad alcune aziende partner di aver avuto libero accesso a informazioni molto personali degli utenti come, solo per citarne alcune, l’orientamento politico e il credo religioso.

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Inoltre vi sarebbe anche stata la possibilità di aver avuto accesso sempre da parte delle aziende delle telecomunicazioni ai dati personali degli amici degli utenti, moltiplicando così all’ennesima potenza un potere di profilazione e di incremento delle informazioni personali senza eguali. È interessante a questo punto sottolineare ed evidenziare come le intese di cui si parla sono state siglate nel lontano 2007, anno in cui Facebook si trovava in un’importante fase di vita aziendale in cui è centrale l’attività di promozione della sua immagine nei confronti un pubblico che possa essere il più vasto possibile. Mi sto riferendo a un momento storico molto delicato per l’azienda di Zuckerberg, in cui era necessario e fondamentale creare quello che nel marketing è conosciuto come “valore differenziale”, ovvero il dare forma a una ancora in nuce brand image e a un’indecisa e traballante brand awareness. Ecco perché al di là delle smentite di facciata, non sarebbe del tutto impossibile credere che questo scambio di dati per ottimizzare la propria presenza sotto forma di app negli smartphone sia in linea con ciò che si racconta ultimamente a proposito del trattamento della privacy da parte di Facebook.

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La figura di Zuckerberg sembra sempre più essersi connotata per una personalità che ha deciso di compiere una scelta per così dire definitiva sulla sua identità e su quella che è la sua personale concezione della vita, un’esistenza votata perlopiù all’avere che all’essere. La questione non è tanto però riconoscere un modus vivendi eticamente criticabile, ma che probabilmente sarebbe arrivato il momento in cui noi tutti ci decidessimo quale forma debba assumere la nostra prassi quotidiana, e se sia giunto il tempo di abbandonare le sirene di un’epoca presente votata a un “edonismo radicale” ben lontano da quella che è l’originaria natura umana.

Andrea Alessandrino

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