HOLLYWOOD VERSO UNA NUOVA RINASCITA?

La commissione antimolestie nata da una ferita del passato

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Il 2018, ormai alle porte, sarà un anno particolare per Hollywood. Il mondo del cinema, devastato dallo scandalo sessuale più feroce della storia, sembra essere pronto a una rinascita nel nome della parità di genere dentro e fuori dai set: dagli Stati Uniti giunge notizia di una commissione antimolestie finanziata dai grandi dell’industria cinematografica e dai media, nata dall’iniziativa di Kathleen Kennedy, produttrice di Star Wars, e di altre dirigenti del settore, rigorosamente di sesso femminile.

cms_7971/2.jpgA presiedere la commissione, secondo le indiscrezioni trapelate, sarà la procuratrice e accademica Anita Faye Hill, originaria dell’Oklahoma. Nessuno meglio di lei, che ha vissuto sulla sua pelle il dramma delle molestie sul posto di lavoro, potrà ricoprire un ruolo tanto delicato e oneroso. Nel 1991, quando la sua carriera era ancora agli albori, ebbe il coraggio di denunciare il suo capo, il giudice Clarence Thomas, che avrebbe manifestato ripetute avance indesiderate nonostante il rifiuto di lei, allora docente di Diritto. I due collaboravano, per uno strano scherzo del destino, proprio all’interno della commissione per le pari opportunità. Anita raccontò quanto accaduto davanti a un Senato scettico, forse anche perché composto da soli uomini, e vagamente razzista, in quanto tutti i membri erano bianchi e propensi a svalutare la testimonianza di una donna dalla pelle scura. Thomas non pagò mai per le violenze commesse, ottenendo persino la nomina di giudice della Corte Suprema, dove siede ancora oggi tra i conservatori. Fu Anita, al contrario, a subire le conseguenze di quella pubblica denuncia, che pose il freno alla sua carriera e la sottopose a una pioggia di aspre polemiche. Ma il suo sacrificio, se così possiamo chiamarlo, non fu affatto vano. Le sue parole spinsero tante americane a denunciare le quotidiane violenze sul posto di lavoro, svelando gli oscuri segreti dei maschi americani al potere. L’immagine di lei, fiera e piena di coraggio, davanti a quella schiera di uomini sospettosi e ipocriti, contribuì a distruggere il muro di vergogna e umiliazione dietro cui tante donne si erano trincerate, accettando le angherie dei propri superiori secondo la “legge del più forte”. Il messaggio di Anita fu chiaro: le violenze, quelle di genere in particolare, andavano denunciate senza paura né senso di colpa, perché colpevole era solo chiunque esercitasse il proprio potere alla ricerca di favori sessuali. Una testimonianza forse troppo distante da quelle attrici che hanno scelto di tacere per lungo tempo, dando notizia delle molestie subite solo a distanza di anni, cavalcando l’onda di una “moda” scoppiata appena qualche mese fa.

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Il caso Weinstein ha aperto la stagione più buia di Hollywood, svelando i retroscena di un mondo dorato e affascinante, capace di celare per anni inimmaginabili storie di sofferenza. E’ toccato poi anche a Brett Ratner, Kevin Spacey, Terry Richardson, Bill Cosby, Ben Affleck, Dustin Hoffman: volti noti alle cronache dello star system, ricchi e brillanti, di cui nessuno avrebbe mai sospettato. L’ondata di accuse - tra palpeggiamenti, violenze sessuali, proposte indecenti, ricatti e abusi di potere - ha raggiunto anche l’Italia, dove a finire nel mirino è stato il regista e produttore cinematografico Fausto Brizzi. Le denunce a suo carico sono giunte da ben 10 aspiranti attrici, che avrebbero subito corteggiamenti spinti con la promessa di una parte in uno dei suoi film. La vicenda è tuttora avvolta nel mistero, come gli episodi legati ai presunti molestatori hollywoodiani: tra processi sommari, attenzioni mediatiche e clamorose smentite, è davvero difficile risalire alla verità. Il tempo ha spazzato via qualsiasi prova a favore delle vittime, dimostrando ancora una volta quanto la tempestività delle denunce risulti fondamentale in casi come questi. Purtroppo la vergogna, la paura di danneggiare la propria immagine pubblica e il timore di una carriera irrimediabilmente rovinata prevalgono quasi sempre sul desiderio di riscatto, spingendo anche le più determinate al silenzio. E’ stato proprio questo, forse, il punto di forza di tanti “orchi” senza scrupoli, pronti a spostare le audizioni in camera da letto: la consapevolezza che nessuna delle vittime avrebbe svelato al resto del mondo gli ingranaggi di un sistema malato, svilente non solo nei confronti delle donne, ma anche della nobile arte del cinema.

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L’istituzione di una commissione antimolestie è certamente la mossa giusta verso una rapida redenzione: ciò contribuirà a far sì che non cali il sipario su una bufera che sembra già sfumare in lontananza, dopo l’iniziale boom che ha indignato mezzo mondo. Tuttavia, è poco probabile che sia sufficiente a risolvere una problematica tanto diffusa, radicata in una cultura che, nel maschilismo così come nell’estremo femminismo, ha fatto del genere una fonte di discriminazione ben lontana dal sogno delle pari opportunità. A confermarlo per l’ennesima volta è la composizione del comitato, tutto al femminile. Non includere nemmeno un uomo all’interno del gruppo di lavoro accresce il divario tra i due universi di genere, anziché unirli nel nome dell’equità e della giustizia. Così si fortifica l’errato stereotipo dell’uomo-orco, incapace di comprendere il dolore di una donna violata, a cui è affidato il ruolo fisso della vittima indifesa: entrambi se ne convincono, volente o nolente, perché la società sa accettarli solo sotto queste vesti. Eppure, nella lista nera dei presunti molestatori compare anche un nome femminile: quello di Britney Spears, che avrebbe rivolto avance, spingendosi ben oltre i limiti imposti dal decoro, al suo bodyguard Fernando Flores. La celebre cantante è rimasta immune dalla bufera abbattutasi sul mondo dello spettacolo americano, senza subire le conseguenze del suo comportamento. Non è forse questa un’ulteriore discriminazione? Finché non saranno definitivamente spazzate via le maschere del lupo e dell’agnello, smantellando un palcoscenico di ipocrisie e mezze verità, nessun cambiamento potrà conquistare le vette del rispetto reciproco e della giustizia imparziale che noi tutti meritiamo.

Federica Marocchino

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