IL BIF&ST RICORDA MARCO FERRERI

Intervista ad Anna Melato, sorella di Mariangela, che collaborò con l’irriverente regista

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Provocatorio, iconoclasta, anarchico, misogino. Con questi e tanti altri aggettivi poco lusinghieri veniva definito, ai tempi d’oro della sua carriera di regista, il grande Marco Ferreri, stroncato da un infarto il 9 maggio del 1997. A quasi ventun anni dalla sua scomparsa, il Bari International Film Festival ha voluto ricordarlo attraverso le parole degli artisti che più gli furono vicini, Anna Melato e Maurizio Donadoni. A condurre l’incontro, tenutosi alle 19:00 di ieri presso il Circolo Canottieri Barion, il critico francese Jean Gili, attento conoscitore della filmografia del controverso quanto talentuoso cineasta.

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Fin dalle prime battute, il tributo si configura come una conversazione piacevole e informale, capace di coinvolgere attivamente anche il folto pubblico di appassionati presente in sala. E’ come se si stesse ricordando un vecchio amico, con le sue stranezze e le sue qualità, senza aver timore di svelare gli aspetti più intimi, per certi versi oscuri, di una storia che certamente merita di essere raccontata. E’ Anna Melato la prima a recuperare memorie lontane nel tempo ma ancora scolpite nel cuore, risalenti al suo primo incontro con il regista: “Eravamo sul litorale di Roma, che a quei tempi veniva sfruttato spesso come location per le riprese. Appena lo vidi arrivare, pensai che sembrava il papà dei sette nani, per via della sua andatura e dei suoi abiti colorati. - scherza - Dopo esserci conosciuti, quella sera stessa mi disse: ‘Un giorno, a te, ti chiamo”. E così fu: mi convocò nel suo studio, affidandomi ben presto un lavoro di doppiaggio. Gli dissi che quello non era il mio mestiere, lui mi rispose: ‘E allora? Fallo lo stesso’. Alla fine, sollecitata dalla fiducia che riponeva in me, doppiai una ‘signorina allegra’ in un suo film”. Della stessa portata l’esperienza di Maurizio Donadoni, che, spronato da Ferreri, visse il suo esordio cinematografico con la pellicola “Storia di Piera” (1983): “Lui non comunicava mai in anticipo le scene che aveva in mente di girare. Un giorno venni a sapere dal truccatore che avrei girato da lì a poco una scena di nudo integrale, nel bel mezzo di un bosco. Le persone come Marco sono delle monadi capaci di cambiare la direzione della tua vita, incontrarle è come prendere uno scossone ed essere costretto a deviare il percorso. Sono persone magnetiche, che ti portano a fare anche ciò che esula dai tuoi canoni”.

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I ricordi fluiscono copiosi, tra una risata e una commossa riflessione sul grande lavoro compiuto dall’uomo che fu. “Sul set portava sempre delle mele e un coltellino. - rivela la Melato - Quando mi vedeva estremamente presa dall’interpretazione, per stemperare la tensione mi diceva: ‘Signorina, le traballano troppo gli orecchini!’. A dispetto della sua fama di misogino, assumeva comportamenti più teneri e protettivi con le donne. Certe volte mi faceva aspettare interi pomeriggi prima di potergli parlare, questo è vero, ma era solito trattarmi con grande sensibilità e garbo, laddove con gli uomini era più scontroso. Spesso mi offriva persino la merenda!”. “Ricordo ancora la presentazione del film ‘Il futuro è donna’ al Festival del Cinema di Venezia. - racconta Donadoni - Marco ostentava tranquillità, mentre io ero più agitato che mai. Quando, durante la proiezione, cominciarono i fischi e gli insulti, lui rise, quasi compiaciuto. Non so cosa avesse dentro in quel momento, ma di lui posso dire certamente che era un uomo capace di difendere fino in fondo le sue scelte, anche le più banali. A volte ci scherzava su, non si prendeva troppo sul serio. Facendo riferimento al suo fisico ‘romboidale’, ripeteva spesso: ‘Ohibò, che Picasso che sono!”.

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Scaldata l’atmosfera con gli aneddoti più significativi e divertenti, i due ospiti della serata colgono l’occasione per svelare al pubblico gli aspetti che Ferreri teneva nascosti ai più, ma che si potevano scorgere nei suoi gesti affiancandolo sul set. Anna Melato afferma con nostalgia: “Era in grado di spiegare i suoi film con sole quattro parole. Sotto l’aria da mangiafuoco, motivo per cui molti attori avevano timore di lui, si celava un uomo dotato di enorme simpatia e intelligenza, ma anche profondamente fragile, pieno di paure. Conoscere persone come lui è meraviglioso”. Ancora più profonda la riflessione di Maurizio Donadoni, il quale ha potuto conoscere molte sfaccettature del suo temperamento: “Era capace di distruggerti con un pronome personale, dandoti del tu. In fondo, però, era una presenza rassicurante sul set, con la sua inesausta esperienza e l’irriverenza che lo caratterizzava. Era dotato di un certo spirito materno, di una pietas laica che lo portava a smussare le sue spigolosità”. E ancora, in una visione volta a indagare a fondo l’animo del cineasta: “I suoi erano gli occhi di un adulto che lottava per potersi esprimere, sembravano appartenere a un altro pianeta. Nel suo sguardo ravvisavo l’acutezza tipica di quelli che oggi definiamo ‘bambini indaco’, persi nei loro infiniti perché. Era capace di iniettare realtà al di fuori di questo mondo nelle sue pellicole. I suoi film avevano in sé qualcosa di sacro, erano nebulosi e carichi di magia, ricchi di teofanie e apparizioni. Intendeva il cinema non come un prodotto, bensì come un continuo prodursi. E’ una differenza sottile ma fondamentale, che sfugge a molti registi di oggi”. Il pubblico scioglie l’intimo raccoglimento in un applauso che, da quaggiù, vorrebbe abbracciare calorosamente e ringraziare con autentica stima il regista scomparso.

Al termine dell’incontro, abbiamo posto ad Anna Melato qualche domanda in merito alla sua carriera e alla sua concezione del cinema odierno.

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Come ha gestito la sua carriera in parallelo con il rapido sviluppo artistico di sua sorella Mariangela?

“E’ stata un’impresa difficile! La cosa positiva è che lei non mi ha mai presentata come sua sorella, in modo che non vivessi la mia carriera all’ombra della sua. Quando collaboravamo era solo perché ce lo commissionavano, mai per nostra volontà. Fortunatamente, abbiamo cercato di condurre due carriere diverse: io cantavo e lei recitava. Quando anch’io esordii nel mondo del teatro, lei mi disse stizzita: ‘Guarda che ora comincio a cantare!’. Per certi versi, devo dire che l’abbiamo vissuta con ironia e leggerezza, senza mai scontrarci sul serio”.

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Qual è il bilancio che, ad oggi, si sente di poter stanziare in merito alla suo percorso artistico?

“Purtroppo ho dovuto bloccare più volte i miei progetti. Ho perso parecchi anni perché dovevo occuparmi dei miei genitori, gravemente malati. Ho lavorato tanto, ho partecipato persino a ‘Canzonissima’ e al Festival di Sanremo, ma ad un certo punto ho lasciato perdere. Ad oggi, l’Italia non sostiene affatto le donne che, superata una certa soglia di età, vorrebbero rimettersi in carreggiata in ambito cinematografico e televisivo. Si tende sempre a valorizzare la bellezza e la giovinezza. Sarei felice di dare prosecuzione al mio progetto attoriale, ma purtroppo le cose vanno così…”.

A proposito di donne, qual è il suo parere in merito all’attuale concezione della figura femminile nell’ambito cinematografico?

Penso che non abbiamo fatto grandi passi avanti. C’è stato un periodo, negli anni ’80, in cui gli autori avevano maggiore cura delle proprie produzioni, informandosi in merito alle nuove idee teatrali e cinematografiche e promuovendo l’innovazione. Oggi la figura femminile ristagna nello stereotipo della diva sensuale, dal fascino etereo ed eterno, secondo canoni a cui la gente non bada nemmeno più. E’ un’abitudine sbagliata. Chi si occupa di cinema oggi non sa scrivere di donne, tranne poche eccezioni”.

Federica Marocchino

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