IL BUSINESS DELL’ODIO ONLINE

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cms_23817/1.jpgFrances Haugen è una 37enne che ha lavorato per due anni nel delicatissimo ruolo di ingegnere informatico addetta ai dati all’interno di Facebook, e ora è diventata per la stampa di tutto il mondo la nuova “gola profonda” su nuove e sconcertanti rivelazioni su come opera il più potente e conosciuto social network al mondo. La Haugen ha lavorato, prima di collaborare con Facebook nel 2019, in aziende come Google, Pinterest e Yelp occupandosi degli algoritmi e ha confessato alla stampa che era giunta a non poterne più delle ingiustizie che vedeva consumarsi sotto i suoi occhi durante il suo lavoro nell’azienda di Menlo Park; così ha deciso di raccogliere decine di documenti e li ha trasmessi prima al Wall Street Journal per poi concedersi alle telecamere della CBS per un’intervista che ora sta facendo tremare Zuckerberg. Convocata dal Senato americano, la Haugen ha avuto modo però di parlare prima davanti a una commissione parlamentare britannica, impegnata a esaminare una bozza di legge del governo per frenare contenuti online dannosi: le rivelazioni rese dalla ex dipendente di Facebook potrebbero ora dar man forte ai legislatori per rendere più severe le nuove regole sulla disinformazione e per proteggere in particolar modo gli utenti più deboli.

cms_23817/2_1636862870.jpgNella sua deposizione la Haugen ha spiegato le trame che sono dietro il fenomeno dell’odio online, chiamando sul banco degli accusati gli algoritmi che danno la priorità all’engagement (amplifica i contenuti estremi che dividono e polarizzano e li concentra) e spingono ai margini le persone con interessi diversi e generalizzati. La Haugen insomma ha aggiunto un altro tassello alle già numerose testimonianze contro l’operato di Facebook, affermando come il social network abbia sempre mostrato di dare precedenza al profitto rispetto alla sicurezza degli utenti, e ha citato a tale proposito i casi di disinformazione durante le elezioni presidenziali del 2020 e dell’assalto al Congresso americano. In questi casi il think tank di Facebook pensò che se avessero cambiato gli algoritmi per ragioni di sicurezza, gli utenti avrebbero trascorso meno tempo sulla piattaforma, avrebbero cliccato meno sulle inserzioni pubblicitarie e dunque Facebook avrebbe ottenuto meno profitti. Le rivelazioni dell’ex dipendente di Facebook però non riguardano solo la (cattiva) gestione dei flussi di disinformazione e fake news, ma anche inchieste interessanti per esempio sul potere di Instagram sulle adolescenti. L’influsso negativo che il social acquistato dallo stesso Facebook per circa 1 miliardo di dollari ha sulla salute mentale degli adolescenti, è stato messo nero su bianco in una serie di documenti portati alla luce dalla stessa Haugen: i danni sull’immagine corporea riguardavano una ragazza adolescente su tre; il 32% delle adolescenti affermava che quando non si sente a proprio agio con il corpo, Instagram le fa sentire peggio; gli adolescenti incolpano Instagram per gli aumenti del tasso di ansia e depressione.

cms_23817/3.jpgLe rivelazioni della Haugen, d’altra parte, hanno fatto emergere anche la richiesta da parte del pubblico del perché lo facesse, ovvero di cosa l’abbia spinta a confessare gravi accuse alla sua ex azienda. La 37enne ha potuto affermare che il suo scopo era di denunciare la mancanza di trasparenza del social di Zuckerberg, in particolar modo di quelli algoritmi su cui, guarda caso, lei stessa lavorava. La difesa invece da parte di Facebook, al di là delle affermazioni di routine che andavano a contestare i capi d’accusa mossigli contro, riportava come la piattaforma riflette il “bello, il brutto e il cattivo dell’umanità” e che fa di tutto per “mitigare il brutto, ridurlo e amplificare ciò che c’è di buono”. Non è la prima volta che Facebook cade nell’occhio del ciclone per via di accuse da parte di fuoriusciti ed ex dipendenti, divenute ora però un po’ troppo numerose per non credere a una effettiva mancanza di correttezza e obiettività nell’uso degli opportuni algoritmi. Rimane comunque una certezza di fondo, ovvero che l’odio vale moltissimo, come del resto ci ha insegnato certa tv degli ultimi anni. I social e Facebook in particolare per via del suo alto numero di iscritti, ha avuto modo di trarre profitto dalla propagazione on line dei linguaggi d’odio in nome del Dio denaro, con evidenti ed enormi ricadute pubblicitarie. Non serviva probabilmente l’ennesima e certificata denuncia per capire che l’odio è un affare ora anche social-mediatico; del resto il meccanismo che ne sta alla base è semplice e gratificante per tutti colori i quali speculano sulle disavventure altrui come fonte di arricchimento.

Andrea Alessandrino

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