IL FORNO DI COMUNITA’

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Tutto nasceva da una necessità di controllo della spesa. Usare la legna per riscaldare un forno costava. Costruire un forno non tutti potevano permetterselo. Ma tutti avevano bisogno del pane, già, perché spesso era più il pane del companatico a frequentare le tavole.

Se dico: io me lo ricordo, rischio di passare per un vecchio, e in effetti….

Nelle mie origini calabresi mi torna un ricordo da bambino.

cms_27968/2_1666326118.jpgA casa di un mio zio, una volta al mese, perché il pane durava buono da mangiare anche un mese, si accendeva il forno. C’era una stanza, in soffitta, dedicata a questo. Una madia per l’impasto e la lievitazione, delle assi di legno su cui preparare le pagnotte, un angolo per le fascine di legno, un angolo per gli attrezzi: un forcone per sistemare le braci nel forno, uno scopettone inumidito per pulire la base in pietra del forno quando fosse risultata alla temperatura giusta e una pala per infilare le forme nel forno, girarle per una cottura regolare e toglierle al momento giusto.

Questa era la parte ‘tecnica’, ma ce n’era una più prettamente sociale: quella era una giornata di festa. Una giornata di ringraziamento per essere riusciti ancora a preparare del pane. Che gran valore aveva il pane!

Nel musical Forza venite gente, la storia della vita di S. Francesco d’Assisi, c’è una vera e propria ode al pane, dall’ira di Pietro di Bernardone, il padre, che si rammarica di non aver dato solo del pane al figlio, a Francesco ed i suoi frati a cui bastava solo il pane, poco pane, ritenendolo un bene prezioso.

Il pane si benediva, segno di prosecuzione della vita, si recitavano formule diverse da luogo a luogo e si segnava sopra con un segno particolare o una croce.

Questi segni servivano anche a distinguere di chi fosse il pane infornato in caso di contemporaneità quando tanti erano quelli che usufruivano del forno.

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Torniamo al forno di zio. In quanto proprietario del forno aveva il diritto alla prima panificazione. Significava dunque alzarsi prima del sole ed incominciare ad infornare quanto si era preparato la sera prima e la notte in maniera che alle prime luci del giorno potessero arrivare tutti quei vicini di casa che si erano prenotati per una infornata. Ognuno di loro si presentava con il proprio pane pronto da cuocere, le fascine di legna necessarie ed il bello era che se qualche famiglia meno abbiente ne avesse avuto necessità, la legna la trovava già lì lasciata da chi poteva. Inoltre, alla fine si lasciava una pagnotta a disposizione di chi non poteva fare il pane.

Quell’occasione non andava socialmente persa. Si cominciava con un saluto, si aiutava a preparare il forno e ad infornare il pane. Poi era tutta attesa ed in quella attesa si tiravano fuori due chiacchiere, un bicchiere di vino (anche alle sei del mattino!), una salsiccetta, una pitta, forse uno dei pani più antichi, facile da preparare e da gustare ancora caldo con dentro tutto ciò che la generosità dei presenti aveva messo in comune.

Eccolo: il forno di paese. Un punto di ritrovo a cadenza regolare, un senso di disponibilità verso la comunità, unita a volte dai bisogni che la povertà rendeva evidenti. Verrebbe malignamente da pensare che finita la povertà siano finiti anche quei sentimenti di comunità. Ma se vi dicessi che ancora oggi esistono delle povertà? Soprassediamo al momento su quelle economiche. Se parlassimo di povertà sociale, povertà morale, povertà di approccio alla vita?

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Belle allora quelle iniziative volte a superare queste ultime povertà, quelle iniziative che fanno prima scoprire e poi riutilizzare questi strumenti sociali quali appunto il “forno di comunità”. Non ci sarà più la necessità di preparare il pane, ma appare sempre più evidente una necessità: riappropriarci del piacere della compagnia e della condivisione.

(Foto di proprietà dell’autore)

Daniele D’Amico

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Michela Tatarelli

Il “forno di comunità” …che bella definizione..meglio di “forno antico”…meglio di “forno di pietra”…da perfettamente il senso della parola “comunità” di cui si è perso da tempo il significato, così come il pane ha perso di sapore! Grazie Daniele D’Amico per averci fatto provare a rivivere l’importanza che aveva e che potrebbe ancora avere la “comunità”....
Commento del 17:57 22/10/2022 | Leggi articolo...

Ada Filosa

Credo sia necessaria questo tipo di narrazione non solo per recuperare la memoria di giorni passati ma soprattutto per educarci a vivere in comunità e solidarietà autentica....
Commento del 13:44 21/10/2022 | Leggi articolo...



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