IL GIORNO DELLA MEMORIA NON E’ UGUALE PER TUTTI

ESISTE UNA SCALA DEGLI ORRORI?

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Sono passati solo pochi giorni dal ventisette gennaio; una data che dal 2005 è diventata per tutti il giorno internazionale della memoria per onorare e non dimenticare le vittime dell’Olocausto. Queste mie considerazioni che da anni mi rincorrono ogni ventisette di gennaio, oggi hanno dato vita ad una riflessione che volutamente ho deciso di non pubblicare nel giorno della memoria. L’Olocausto è stato uno degli orrori più grandi della nostra storia contemporanea, ma non è stato il solo orrore di cui gli uomini si sono macchiati nella storia e mi vorrei vedere, ascoltare, leggere, con la stessa indignazione, chi scrive articoli, libri, i responsabili dei palinsesti televisivi, chi commemora nelle scuole e nelle istituzioni pubbliche, i docu-film accendere i riflettori, con la stessa luce, sui tanti orrori dimenticati della storia. Vorrei che per tutti gli orrori fosse istituito un giorno internazionale della memoria per non dimenticare, perché tutte le persone e tutti gli orrori hanno lo stesso peso, perché se bisogna aver memoria dobbiamo averla per tutti, perché nessun orrore può essere considerato meno orrore dell’altro.

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Il primo genocidio del XX secolo è stato quello perpetrato ai danni degli armeni da parte dell’Impero ottomano tra il 1914 e il 1915 e che portò all’arresto, alla deportazione di migliaia di persone e all’eliminazione di circa (la cifra non è certa, ma è quella che comunemente viene accettata dalla comunità internazionale) un milione e mezzo di armeni e che ad oggi è ricordato il ventiquattro aprile solo dal popolo armeno. Il genocidio del popolo armeno ad oggi non ha una giornata internazionale della memoria, ad oggi solo ventinove stati hanno riconosciuto l’eliminazione sistematica di quasi un intero popolo, ad oggi lo stato Turco si rifiuta di riconoscere il genocidio portato avanti ai danni degli armeni e ad oggi, la cosa che più mi sconvolge, si tende a minimizzare la portata dell’orrore adducendo che non si può parlare di genocidio in quanto il numero delle vittime non sono paragonabili a quelle del popolo ebreo. A tutti gli appassionati di questa tesi voglio solo ricordare che il popolo armeno nel 1914 contava tra milleottocento e due milioni di persone e sterminarne circa un milione e mezzo significa perpetrare un genocidio di un intero popolo spazzato via dall’orrore umano.

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Se oggi l’Olocausto degli ebrei è ricordato ed entrato nel sentire internazionale, se oggi l’Olocausto del popolo armeno, anche se a fatica, comincia ad essere compreso in tutto il suo orrore e a suscitare il giusto sdegno, c’è un Olocausto di cui nessuno parla, di cui nessuno scrive articoli, che in molti non conoscono o ne hanno uno sbiadito ricordo e per il quale non esiste un giorno della memoria. Se la scoperta dell’America per il mondo è stata l’inizio di un nuovo percorso storico e culturale per i nativi d’America fu l’inizio del loro genocidio e che terminò solo alla fine della prima guerra mondiale con un numero scioccante di morti: circa cento milioni. Un Olocausto che non solo portò alla morte milioni di persone, ma fece tabula rasa delle tradizioni millenarie dei nativi, della loro cultura, del loro territorio, considerato sacro e che ancora oggi viene loro derubato per mere ragioni economiche. In fondo i colonizzatori hanno anticipato Hitler, hanno trattato i nativi d’America come esseri inferiori, li hanno deportati, torturati, depredati, abusati sessualmente e infine sistematicamente eliminati. Un orrore tutt’oggi sepolto da tante fare spallucce e pesanti silenzi, un orrore di cui nessuno parla, un orrore di cui i colpevoli non si sono mai scusati, un orrore che è diventato meno orrore solo per un mero quieto vivere geopolitico.

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Dopo sessant’anni di colpevole oblio, la vendetta, l’esodo coatto, le torture, il massacro e l’essere gettati, in molti casi ancora vivi, nelle foibe perpetrati dai partigiani jugoslavi di Tito ai danni delle migliaia di militari e civili italiani dell’Istria e Dalmazia, avvenuti subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, viene commemorato come il Giorno del Ricordo ogni dieci febbraio. Nonostante nel XX secolo una verità storica sembra ormai acclarata sul massacro delle foibe sono ancora molte le voci che tendono a sminuire l’orrore definendolo una conseguenza fisiologica della guerra o, peggio ancora, descritto da frasi del tipo: “stavano dalla parte sbagliata” o “in fondo sono state poche migliaia!”, ma per l’immane tragedia degli ebrei chi mai si sognerebbe di usare lo stesso metro di giudizio? L’orrore non si pesa dal numero di morti che ha fatto, dalla religione, dal credo politico, dall’etnia, l’orrore è sempre orrore e bisogna farci i conti scevri da faziose interpretazioni da qualunque parte esse arrivino. Mi sono sempre chiesta il perché della scelta per il massacro delle foibe del termine ricordo mentre per il genocidio degli ebrei sia stato scelto il termine memoria. La memoria convenzionalmente ha in sé un qualcosa di istituzionale, pubblico, solenne, di portata storica; a differenza il ricordo ha un’accezione più familiare ed intima, un sentimento quasi riservato solo a chi è stato toccato dall’orrore. Se il termine può sembrare una diminutio solo per i soliti permalosetti è però innegabile constatare la disparità di programmi televisivi, di articoli di giornale, di interviste ai sopravvissuti e alle loro famiglie tra il ventisette gennaio, giorno internazionale della memoria e il dieci febbraio, giorno del ricordo, passando per il ventiquattro aprile, giorno in ricordo del popolo armeno e l’Olocausto dei nativi d’America traditi da un silenzio assordante.

(Foto dal Web)

Teresa Zagaria

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