IL GRANDE INGANNO DEI SOCIAL BOT NEL CREARE PANDEMIA INFORMAZIONALE

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Il mondo si è accorto della loro esistenza nelle elezioni presidenziali americane del 2016. La popolazione mondiale accolse con stupore l’elezione di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, un risultato che ormai vedeva come sicura vincitrice Hillary Clinton. Analisti ed esperti di comunicazione, dopo attente riflessioni, conclusero che fu la vittoria della politica vista dai social, in particolar modo dei social bot attivati in particolar modo da account automatici russi. Account creati ad hoc da intelligenze artificiali, sono in grado ieri come oggi di cambiare le sorti dei dibattiti elettorali e capovolgere le previsioni della vigilia; i cosiddetti political bot operano a tambur battente in ogni angolo del pianeta, nelle trame di quei governi in odore di cambiamento di potere. Non vi è però solo la politica come campo di azione dei bot, essi possono intervenire anche per fomentare campagne negazioniste e cospiratrici oltre che operare in campo finanziario, lì dove il mercato statunitense sembra sempre più toccato dall’intervento di altro tipo di bot che tirano l’acqua verso i mulini di aziende in cerca della miglior reputazione sul mercato delle merci.

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Il fenomeno è ormai diffusissimo sui maggiori social tanto che dovremmo tutti domandarci se gli autori dei post che leggiamo siano effettivamente reali o meno, perché spesso dietro vi è nascosto un programma automatico e non un essere umano in carne e ossa. Percentuali a due cifre ormai attestano che dietro i post dei maggiori social, Twitter e Facebook in testa, vi siano algoritmi e account automatici in grado di creare messaggi al solo scopo di amplificarne la portata, provocare un’onda d’urto emotiva e una call to action di massa. Abbiamo imparato a nostre spese come nel settore informatico i beni sono distribuiti al loro costo marginale di produzione, ovvero zero, e dunque l’unico modo per fare profitto è estrarre le informazioni personali dei propri utenti per poi rivenderle agli inserzionisti.

cms_19564/3.jpgCome nella realtà pandemica che viviamo da mesi, stretti nella morsa di un virus che non lascia scampo per ora a previsioni ottimistiche, anche nel caso della pandemia digitale causata dai bot non vi è allo stato attuale un vaccino in grado di smascherarli e di guidare le nostre azioni, i nostri commenti, le nostre decisioni politiche. I metodi di detection digitale ai bot non ha dato sinora i risultati sperati per via della sempre più vasta expertise di chi sta dietro la formulazione di algoritmi sempre più complicati e inestinguibili da forme umane. I bot sono dunque l’arma perfetta per la diffusione capillare di disinformazione, polarizzazione, populismo all’interno di un ecosistema online sempre più in mano a un oligo-pluto-tecnocrazia con sede nella Silicon Valley. Il quadro globale della pandemia di social bot è sempre più difficile da frenare nel momento in cui sterili classificazioni tra opposti, umano vs bot, non sono capaci di cogliere appieno la vasta complessità di un fenomeno dove il ruolo delle multinazionali e della politica è sempre più determinante all’interno di social media considerati armi efficaci nella distribuzione urbi et orbi di messaggi di propaganda mirati a un pubblico facilmente addomesticabile. Del resto è stato lo stesso responsabile capo del reparto tecnologico di Google ad affermare che la tecnologia presto ci consentirà di andare oltre i limiti della nostra corporeità, aprendo un futuro in cui non esisterà più nessuna differenza tra l’uomo e la macchina.

Andrea Alessandrino

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