IL NAGORNO-KARABAKH AZERO: ESPLODE LA PROTESTA A YEREVAN

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L’atavica questione del Nagorno-Karabakh, regione contesa da Armenia e Azerbaigian pressoché da sempre, dopo l’escalation delle ultime due settimane sembra sia stata definitivamente risolta: con l’uso della forza. In sole 24 ore, grazie ad una non troppo imprevista azione militare, l’Azerbaigian ha preso possesso del territorio. E con il minimo sforzo, a causa dell’irrilevante resistenza militare armena schierata sul luogo, che nulla ha potuto di fronte al massiccio attacco nemico senza un supporto del governo di Yerevan che non ha inviato truppe a sostegno del contingente assiepato in particolare nella capitale Stepanakert (nome armeno della città, in azero conosciuta come Khankendi) dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh. Fiero, il presidente azero Aliyev si è fatto immortalare in alcuni video durante le ispezioni di edifici e strutture conquistate, attorniato da militari in festa che in cerchio danzavano e cantavano (in russo) con al seguito le bandiere nazionali. Ma nel frattempo nella capitale armena la situazione è ancora tesissima, con la popolazione che vuole la testa del primo ministro Nikol Pashinyan, dopo aver assediato la sede del governo nella centralissima (e meravigliosa) piazza della Repubblica di Yerevan, con le forze di sicurezza schierate in assetto antisommossa nel tentativo di arginare una folla inferocita. Inferocita innanzitutto contro il proprio governo, che da tempo ha rivolto lo sguardo a Washington, e in parte contro la Russia, che non li avrebbe sufficientemente difesi.

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Diverse persone non solo hanno circondato la sede dell’ambasciata russa della città, ma si sono fatte riprendere mentre strappavano i passaporti russi in segno di delusione. Nell’ultimo eclatante gesto (a cui peraltro abbiamo fatto l’abitudine) si sono visti dei soggetti imbrattare con vernice rossa l’ingresso della sede diplomatica russa. Mentre nel frattempo nella capitale Baku carovane di auto in festa sfrecciavano per le strade con le bandiere di Mosca. L’obiettivo da subito dichiarato dal governo azero, nell’intraprendere la repentina azione militare, era la mera completa smilitarizzazione delle milizie armene dalla regione del Nagorno Karabakh. Nessuna azione violenta sarebbe stata compiuta nei confronti della popolazione (a maggioranza armena), che sarà tutelata. Nel frattempo, però, le immagini degli sfollati che abbandonavano le loro terre, per rientrare nella madrepatria, sono state strazianti. Il ministero degli Esteri armeno ha parlato di oltre 10mila persone costrette a lasciare, in poche ore, le proprie case. “L’Azerbaigian ha raggiunto tutti i suoi obiettivi durante il giorno dell’operazione in Karabakh e ha ripristinato la sua sovranità”, ha affermato il presidente Aliyev lo scorso mercoledì, a conclusione dell’operazione militare. La resa da parte armena è stata chiara, su tutti i fronti: “gli armeni del Karabakh possono vivere sotto il controllo dell’Azerbaigian”, ha riferito il viceministro degli Affari Esteri dell’Armenia Vahan Kostanyan, in una dichiarazione che di fatto non accontenta – e non tranquillizza affatto la propria popolazione.

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In realtà il problema armeno è interno. A seguito delle proteste di piazza, in cui la polizia ha usato granate stordenti, è stato arrestato il leader di “Madre Armenia” Andranik Tevanyan, partito di opposizione che ha chiesto le dimissioni del Primo Ministro Pashinyan, mentre una delegazione del Congresso degli Stati Uniti, guidata dal senatore Jerry Peters, è arrivata a Yerevan per incontrare la leadership del paese, così come riferito dall’ambasciata americana nella capitale armena. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova ha affermato lo scorso martedì che “le ultime azioni di Yerevan creano un terreno fertile per la politica ostile dell’Occidente nei confronti della Russia. Allo stesso tempo Mosca resta impegnata nella cooperazione con l’Armenia”. Quanto alle “azioni” citate, evidentemente la Zakharova alludeva – anche e soprattutto - alle esercitazioni militari bilaterali armeno-americane, denominate Eagle Partner 2023, che hanno interessato sino a qualche giorno fa un contingente di soldati sul suolo armeno e che non sono state gradite da Mosca.

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Le forze di pace russe, comunque chiamate in causa nel conflitto, hanno avuto un ruolo centrale per il cessate il fuoco e la risoluzione delle violenze. Venerdì scorso “in applicazione degli accordi sulla cessazione delle ostilità, le formazioni armate del Karabakh hanno iniziato la consegna delle armi ed equipaggiamento militare sotto il controllo delle forze di pace russe”, ha dichiarato il Ministero della Difesa della Federazione Russa. E l’Unione Europea? Sinora non ha trovato unanimità nel condannare l’azione azera, specie per l’opposizione dell’Ungheria, né conseguentemente ha ancora preso una decisione su possibili sanzioni contro Baku. Attualmente, dopo le sanzioni verso la Russia, l’Azerbaigian è uno dei principali partner di approvvigionamento di petrolio e gas, sia per l’Europa che in particolar modo per l’Italia. Sarà difficile emettere provvedimenti anche contro questo governo (tra l’altro protetto dalla Turchia) che, ancora una volta, non si ritorcano contro l’Europa stessa.

Enrico Picciolo

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