IL PROBLEMA DELLA FORZA NELL’ILIADE. LA GUERRA DI TROIA (I^PARTE)

L’opinione del filosofo

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“L’Iliade è la gigantesca storia di una passione, l’ira di Achille; essa canta ed elogia la vendetta e il massacro, l’accumulo di bottini infiniti, gli interminabili banchetti, l’uso dei corpi femminili”.

TROIA, LA CITTA’ IMPOSSIBILE

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L’esercito greco sotto le mura di Troia puo’ rappresentare una ovvietà, tanto che ne è spesso sfuggita la novità straordinaria, la capacità della sua stessa esistenza di mettere in crisi gli schemi di valore della società omerica, le sue rappresentazioni morali, i fondamenti stessi del suo equilibrio. L’esercito greco sotto Troia è in primo luogo, un’impresa collettiva, con un fine comune, che impone per il suo stesso senso un vincolo collaborativo a gruppi e individui che sono invece agonali, competitivi nella loro stessa ragion d’essere, nella loro costitutiva visione del mondo. Non solo: l’esercito, per la stessa durata dell’impresa, finisce per costituire una sorta di aggregazione semi-permanente fra gruppi sociali, il cui senso sarebbe lo sbocco nella formazione della polis, la struttura della convivenza e della collaborazione politico-militare.

Una polis impossibile, tuttavia: nella società omerica non esistono né strutture di organizzazione del potere, né forme di mediazione politico-legale, né i presupposti di una concezione morale collaborativa, fondata sulla comunanza dei valori, che possano renderla attuabile o solo pensabile.

L’Iliade fa precipitare le sue figure esemplari, i suoi eroi, in una situazione politica, senza che essi possiedano la minima attrezzatura morale e sociale per farvi fronte. Quando Odisseo esclama nell’assemblea dei Greci: “Non è un bene il comando di molti: uno sia il capo (koiranos), uno il re”: sembra l’invito alla fondazione di una sovranità politicamente unificata. Ma l’esclamazione di Odisseo non è rivolta contro l’anarchia eroica, di cui egli è parte rilevante, bensì contro la pretesa di Tersite, un uomo del demos “vigliacco e impotente”, di prender parola all’assemblea. Dovranno passare molti secoli perché lo stesso verso possa venir ripreso, nella Metafisica di Aristotele, addirittura come parola d’ordine di una cosmologia monoteista e sullo sfondo politico dell’esperienza della monarchia macedone.

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Quali che siano le intenzioni di Odisseo, è vero che l’esistenza di un esercito, di un’impresa collettiva, di una polis virtuale, imporrebbe l’esigenza di una forma unificata del potere. Ma dove questo potere potrebbe trovare la sua legittimazione, nei riguardi della pluralità degli eroi che sono tali proprio in quanto liberi da qualsiasi soggezione, e degli oikoi gelosi della propria autonomia di rapporti, se non nell’unica “virtù” universalmente riconosciuta, la forza?

IL PROBLEMA DELLA FORZA

L’Iliade si colloca nello stadio finale di un universo culturale. Il poema è stato composto ed eseguito per un pubblico e in un ambiente sociale già lontani di secoli dal tempo in cui è situata la finzione poetica, ed è stato trascritto ancora più tardi nella forma in cui noi lo leggiamo: le tre fasi corrispondono al mondo post-miceneo, alla nascente società della polis e a quella della polis compiuta.

cms_25589/3.jpgUn percorso nella morale antica non può che trovare nell’Iliade e nella virtù della forza la sua scena d’origine. Anche per i Greci, almeno a partire dal V secolo, l’Iliade costituiva il testo degli inizi e delle origini, in cui leggere il fondamento della loro cultura, della loro visione del mondo, della loro morale, tanto che non riuscirono mai, malgrado ripetuti sforzi, a dimenticare davvero Omero, mentre i loro storici, come Tucidide, non poterono fare a meno di usare il poema come l’unica fonte possibile per l’evento primario della storia greca, la guerra di Troia.

L’espressione “società omerica”, con la quale viene usualmente designato il mondo del poema, appare dunque assai appropriata, anche se non sempre la si usa con questa consapevolezza critica: essa non deve far pensare ad una società storica di cui il poema sarebbe documento diretto, bensì precisamente all’universo di credenze e di valori, che la finzione poetica costruisce e rappresenta.

C’è tuttavia qualcosa che l’Iliade documenta: ed è la memoria che il nuovo mondo nascente ha conservata di quello vecchio, la memoria di un tempo degli inizi concluso ma ancora efficace nella coscienza, nella rappresentazione morale, nella visione del mondo. L’ambiguità dell’Iliade, che al tempo stesso conserva e necessariamente trasforma in memoria un particolare evento storico, la guerra di Troia, è tale non solo per noi e per i suoi lettori greci del V secolo, ma probabilmente anche per i suoi primi ascoltatori e fruitori.

cms_25589/4.jpgEssi vi avranno visto un’imprescindibile eredità culturale e insieme i segni del suo inevitabile logoramento. L’importanza della società omerica per una storia della morale antica è in questo senso maggiore, non diminuita, dal fatto che l’Iliade non è un documento storico ma rappresenta un universo della finzione poetica. La tensione fra tradizione e mutamento, fra conservazione e trasformazione della memoria, la stessa ambiguità temporale del racconto, ne fanno il documento di una fase, antica se non originaria, della consapevolezza morale dei Greci, delle figure che la popolano, della crisi che la attraversa.

(Fine I^ parte)

Gabriella Bianco

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