IL ROMANESCO...

Da Belli a Roberti

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cms_19918/Belli.jpgBelli non si limitò solo a scrivere in dialetto romanesco, ma, dopo attento studio, arrivò al riconoscimento di norme e regole fino a pervenire alla definizione di una specifica lingua, non più solo parlata ma anche scritta. A tale proposito, nell’introduzione ai Sonetti, egli dichiarò: "Nel mio lavoro io non presento la scrittura dei popolani: né in essi io la cerco benché pur la desideri come essenziale principio. La scrittura è mia e con essa tento di imitare le loro parole. Perciò dei cogniti io mi valgo ad esprimere incogniti suoni".

Tra i poeti romaneschi più importanti della seconda metà dell’Ottocento va ricordato Augusto Sindici, il quale, per raccontare in versi le “XIV Leggende della Campagna Romana”, decise di usare un linguaggio composto di vocaboli laziali e romaneschi al fine di poter illustrare con i termini più appropriati gli usi, i costumi e la difficile vita dei contadini e dei pastori nelle terre incolte e paludose dell’Agro. I versi del Sindici, hanno permesso agli studiosi di approfondire la conoscenza dei vocaboli e dei modi di dire usati dagli abitanti della Campagna Romana, che altrimenti sarebbero andati perduti.

Altro personaggio degno di nota nella storia della letteratura romanesca di quel tempo fu il medico e poeta Filippo Chiappini. Questi non si limitò a comporre sonetti romaneschi, ma raccolse in un vocabolario, pubblicato postumo nel 1933, ben quattromila voci vernacolari.

Belli è uno dei pochi poeti dialettali che occupa un posto rilevante fra i grandi della letteratura italiana. Negli anni a seguire, fino alla Seconda guerra Mondiale, toccò a una folta schiera di poeti dialettali, fra cui Cesare Pascarella e Trilussa su tutti, toccò la difficile impresa di difendere il romanesco sia dalle costrizioni del regime fascista, che tentò di limitare l’uso dei dialetti, sia dal gergo che, a causa della forte immigrazione subita da Roma alla fine della Seconda Guerra Mondiale, rubò al romanesco caratteristiche fondamentali.

Nel 1945, l’architetto Mario Fagiolo, in arte Mario dell’Arco, dopo venti anni di scrittura in versi nelle forme tradizionali, intraprese un nuovo percorso artistico.

Nella sparuta schiera dei suoi epigoni fece parte, per un breve periodo, anche il notaio Mauro Marè, il quale, dopo aver composto i suoi primi versi dialettali seguendo i canoni tradizionali, si avvicinò alla poesia di Dell’Arco, cambiando radicalmente stile e cercando di raggiungere un perfezionismo formale.

cms_19918/Giorgio_Roberti.jpgIntorno al 1967 lo scrittore e poeta Giorgio Roberti, resosi conto di quanto fosse diventata limitata e anacronistica la poesia romanesca, decise di rinnovarla sia nella forma che nei contenuti. In poco tempo, attraverso una selezione accurata dei vocaboli e delle strutture linguistiche e con il definitivo abbandono delle tematiche minimaliste, il Roberti, con l’appoggio degli esponenti più giovani e promettenti, diede vita alla nouvelle vogue della poesia romanesca.

Negli anni successivi al secondo dopoguerra il vernacolo romanesco rivestì un molo preminente nel mondo cinematografico e televisivo

Alessandro Palmieri

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