IL TESTO POETICO

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cms_22372/1.jpgChi è il poeta e cos’è la poesia?

Chi è il poeta e cos’è la poesia? Se fosse possibile ridurre a formula matematica, teorema o a mero enunciato filosofico la spiegazione a questi due quesiti, potremmo agiatamente rispondere alla prima domanda, affermando che poeta è chi, pur vivendo in un determinato momento storico e culturale, attraverso i suoi versi cerca di scavalcare il pragmatismo della realtà che lo circondala al fine di trasmettere un’esperienza valida non solo per i suoi simili che, come lui, sono parte integrante della medesima realtà, ma anche per generazioni lontane da lui nel tempo e nello spazio.

La poesia, proprio come uno specchio, riflette gli interrogativi atavici dell’essere umano, quali la continua ricerca di se stessi, l’estasi sensoriale e lo stupore di fronte alla natura e alla vita, il dolore davanti alla morte, al trascorrere del tempo e alla trasformazione di tutto ciò che è terreno e fallace.

Nel corso dei secoli, quante definizioni sono state attribuite alla poesia, per certi versi contenenti una parte di vero, ma che, a noi cultori della stessa, non sono riuscite ad appagarci nella maniera più organica e completa.

Il poeta contemporaneo Mario Luzi diceva:

“... le definizioni si sprecano, anch’io ne ho date ma non ne sono soddisfatto, perché c’è sempre un qualcosa che rimane inespresso”. La poesia è variabile ed imprevedibile e, come scriveva in un articolo sull’Avvenire del 18 ottobre del 1994, essa è: “La vita al suo più alto ed elevato grado di partecipazione intima”.

Il fascino della poesia e l’interesse verso la stessa crescono in maniera esponenziale tanto più è difficile imbrigliare e codificare in poche parole il suo arcano ma tangibile mistero.

Di fronte ad un testo poetico, il lettore si vede proiettato in un mondo alternativo seppur uguale a quello in cui vive ed agisce, ma che non si svela mai completamente in tutta la sua interezza, perché, come lo stesso mondo in cui viviamo e che conosciamo pian piano attraverso i viaggi e le nostre esperienze personali, la realtà parallela in cui agisce la poesia, si scopre, si conosce e si assapora poco per volta; sembra parlarci con un linguaggio unico, ma in realtà è un linguaggio universale.

Ovviamente trattasi, soltanto di un mio modesto e, forse anche debole ma provocatorio, punto di vista che, per essere semplicemente condiviso, non necessita di annose ricerche o di volutamente astruse teorizzazioni da parte di critici e di recensori; è sufficiente la conoscenza e l’amore per la lettura, anzi…per la lettura e per lo studio dei testi poetici più variegati, per comprendere quanta verità ci sia nella mia riflessione precedente.

A “corollario” di quanto asserisco, è sufficiente prendere ad esempio poesie, distanti tra loro, nel tempo e nello spazio per comprendere, a ragione, l’universalità del linguaggio poetico:

“Gli astri d’intorno alla leggiadra luna

nascondono l’immagine lucente,

quando piena più risplende, bianca

sopra la terra”

(Saffo, 600 a.C. traduzione di Salvatore Quasimodo)

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“Quella vergine bianca chiusa entro una sfera di

bianca fiamma

Che chiaman Luna gli uomini, splendendo

liscia mi tocca

Come lana leggera stesa da soffi di brezza

Di notte piena…”

(Percy Bysshe Shelley, 1792-1822)

*** *** *** *** ***

“ Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi che fai

silenziosa luna?

Sorgi la sera e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

di riandare i sempieterni calli?”

(Giacomo Leopardi, 1798-1837)

*** *** *** *** ***

“ …nell’antifonia di un inatteso bagliore

ti contemplo in cielo, luna,

piena e splendente in una notte di giugno.

Ti prego, siediti lassù… sopra i cirri

ed indicami il sentiero per poterti raggiungere…”

(Antonello Di Carlo, 1974 e fortunatamente ancora in vita)

Di fronte alla potenza e alla meraviglia che desta nei nostri animi il paesaggio notturno così descritto da Saffo, da Shelley, da Leopardi e, persino da me, con la luna a fare da unica ed insostituibile coreografia a versi che, almeno nei primi tre casi, sono destinati a restare attuali anche con i lettori più moderni, non si può non comprendere e non condividere il fatto che il fascino della poesia è perpetuo perché lo è anche il messaggio che, attraverso la stessa, il poeta intende trasmettere.

Trattasi di un vero e proprio “artigiano dei versi” che, riuscendo a cogliere la realtà, nella sua forma più intima, profonda e vera, riesce a vestire di forma espressiva un’emozione che magari un po’ tutti noi proviamo ma che non sempre siamo in grado di trasferire e condividere.

Naturalmente, non tutti i testi poetici hanno la “stessa voce” ed usano lo stesso “linguaggio”; alcuni li sentiamo più vicini e più “nostri” rispetto ad altri, semplicemente perché gli echi della nostra più intima interiorità, d’incanto, sembrano quasi materializzarsi nelle parole di un poeta, piuttosto che in quelle di un altro.

Questo è un aspetto molto importante perché identifica proprio il rapporto intimo che si costituisce tra poeta e lettore e, naturalmente, più il poeta è bravo a creare questa relazione, più ampio sarà il pubblico di quei lettori che, nei suoi versi, troveranno tanto se stessi, da percepirli quasi come autobiografici.

Questo interessante concetto torna ad essere superbamente attuale e contestualizzato ogni qual volta rileggo una lirica di Emily Dickinsoon che ben sintetizza la relazione poeta-lettore, da un lato, e delinea anche i contorni della figura del poeta, dall’altro; ovviamente sto parlando di

“Fu questo un poeta – colui che distilla

effetti sorprendenti,

essenze incomparabili

da immagini comuni

da specie familiari

che alla soglia perirono;

ci chiediamo perché

noi stessi non fummo

capaci a coglierle per primi.

Rivelatore d’immagini,

è lui, il poeta,

a condannarci per contrasto

ad una illimitata povertà.

Della sua parte ignaro,

tanto che il furto non lo turberebbe,

è per se stesso un tesoro

inviolabile al tempo”

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(Emily Dickinsoon -1830-1886)

Nasce proprio da questo “… saper distillare effetti sorprendenti da immagini comuni…” la quinta essenza della poesia e la relazione quasi osmotica con noi lettori che, grazie a questa alchimia poetica, riusciamo a scoprire altri aspetti della realtà ai quali non avevamo mai dato l’attenzione dovuta e, segnatamente, a cogliere un linguaggio di emozioni che qualcun altro, prima di noi, è riuscito a catturare, a tradurre in immagini, a comunicare e a condividere.

Per meglio render l’idea, prendo in prestito il pensiero filosofico di Platone, Pitagora, financo quello di San Tommaso d’Aquino, che, seppur distanti tra loro nel tempo e nello spazio, sono stati accomunati dal bisogno di dare spiegazione al rapporto che passa tra “percezione e conoscenza”, secondo cui è unico ed utile strumento per raggiungere la verità.

In abito poetico e letterario, lo stesso fenomeno si realizza attraverso una sorta d’intuizione di “verità nascoste” che il poeta utilizza e su cui “specula”, naturalmente nell’eccezione filosofica del termine, attraverso cui permetterà al nostro mondo opaco e, a volte, anche banale, di schiudersi, come per magia, ad una sorta di rivelazione.

Tale connessione tra intuizione e scoperta del vero, non è sentita dal poeta soltanto come un vero e proprio dono, ma anche come condizione dolorosa e nostalgica perchè foriera di sofferenza, di tensioni, di appagamenti e di gioie.

Infatti la poesia è anche “tensione”, intesa come sofferenza continua alla ricerca della parola adatta a rappresentare l’intensità del mondo interiorizzato.

Tradurre in parole i sentimenti dell’anima è dunque la principale tensione spirituale per il poeta, tanto che egli prova una sofferenza quasi fisica ogni qual volta tale capacità sembra venire meno; quest’ultimo è un concetto che Antonia Pozzi sublima in

Preghiera alla poesia

Oh, tu bene mi pesi

l’anima, poesia:

tu sai se io manco e mi perdo,

tu che allora ti neghi

e taci.

Poesia, mi confesso con te

che sei la mia voce profonda:

tu lo sai,

tu lo sai che ho tradito,

ho camminato sul prato d’oro

che fu mio cuore,

ho rotto l’erba,

rovinata la terra –

poesia – quella terra

dove tu mi dicesti il più dolce

di tutti i tuoi canti,

dove un mattino per la prima volta

vidi volar nel sereno l’allodola

e con gli occhi cercai di salire –

Poesia, poesia che rimani

il mio profondo rimorso,

oh aiutami tu a ritrovare

il mio alto paese abbandonato –

Poesia che ti doni soltanto

a chi con occhi di pianto

si cerca –

oh rifammi tu degna di te,

poesia che mi guardi.

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(Antonia Pozzi, 1912-1938)

In questi versi l’amore, anzi la devozione per la poesia, assume quasi una veste religiosa, divenendo, proprio come “la santità”, una forma di elevazione spirituale, che si mostra soltanto a “chi con occhi di pianto si cerca”, ovvero a chi si rende degno, quindi a pochi eletti.

La poesia, come le più nobili forme d’arte, come la filosofia e, come la stessa teologia, non ama e non prolifera in ambienti chiassosi, ma va ricercata nel silenzio e nella dimensione più intima e segreta di noi stessi; solo in questo modo inizierà a parlare, proprio come una coscienza atarassica ed autonoma, mostrandoci aspetti ed emozioni inattese e solo così le parole di un perfetto sconosciuto potranno diventare le “nostre” permettendoci di scoprire anche la parte più vera ed autentica della nostra stessa esistenza.

Antonello Di Carlo

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