IL TORTUOSO CAMMINO DEMOCRATICO BIRMANO

Un Paese che vive da oltre 50 anni l’ingerenza politica e repressiva delle forze militari

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"Il partito estromesso esisterà fino a quando esisterà il popolo", sono le parole di Aung San Suu Kyi, leader deposta del Myanmar, comparsa per la prima volta in pubblico in aula di tribunale, dopo il golpe militare dello scorso febbraio. Il suo avvocato, Min Min Soe, ha riferito, anche, che la premio Nobel "ha auspicato che il suo popolo rimanga in buona salute e ha affermato che la Lega nazionale per la democrazia esisterà finché esisterà la gente perché è stata fondata per le persone". La storia democratica del Myanmar degli ultimi 30 anni, è alquanto travagliata. Nel 1990, dopo un lungo periodo di buio politico conseguente al golpe del ’62, si tennero le elezioni libere, ma la brezza democratica durò poco e il partito della San Suu Kyi si vide defraudare la vittoria dallo SLORC (Consiglio di restaurazione della legge e dell’ordine di stato) che, spalleggiato dall’Esercito, si rifiutò di cedere il potere, rovesciando l’assemblea popolare e arrestando la leader dell’NLD. Da quel momento, San Suu Kyi iniziò lunghi e frammentari periodi di carcerazione.

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La fine degli anni ’90 e un quindicennio del nuovo millennio, sono stati caratterizzati da una serie di elezioni farsa, promosse anche sotto la spinta della comunità internazionale e dalle sanzioni, oltre che da un allentamento della pressione inquisitoria e censoria sulla popolazione, la stampa e gli oppositori al regime militare. Il programma di riforme che ne conseguì, portò, nel dicembre del 2011, in visita ufficiale in Myanmar (dopo 50 anni dall’ultima volta), il Segretario di Stato statunitense Hillary Clinton all’incontro con il presidente birmano Thein Sein e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi (tornata in libertà), la cui Lega Nazionale per la Democrazia, nel frattempo, era stata ammessa alle nuove elezioni parlamentari parziali del 2012. Finalmente nel 2015, l’NLD riesce a vincere le elezioni, nonostante il 25% dei seggi restasse riservato ai membri nominati dalle Forze Armate.

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E, forse, questa percentuale di parlamentari fantocci, anche se esigua, ha continuato a condizionare e controllare dall’interno delle sedi istituzionali il trend politico birmano, portando, Il 26 gennaio 2021, il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate e leader ombra del Partito dell’Unione della Solidarietà e dello Sviluppo, a contestare, chiedendone la verifica, il risultato del ballottaggio delle elezioni del novembre 2020, pena l’intervento dell’esercito per risolvere l’impasse politico. Intervento che di li a pochi giorni sarebbe arrivato, scatenando le proteste della popolazione che, per pochi anni, aveva a malapena percepito una leggera fragranza di democrazia. Sono trascorsi 3 mesi dall’ennesimo golpe militare, sostenuto a suon di veti dalla Cina, andato in scena in Birmania (Myanmar dal 1991) fino a oggi. E la situazione sembrerebbe ancora molto lontana da tornare a quella normalità e libertà perorata dal popolo birmano ogni giorno nelle piazze, nonostante la recrudescenza repressiva delle forze di polizia che ha causato la morte di oltre 700 persone.

Umberto De Giosa

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