IL VITTORIO VENETO RESISTE IN MEZZO AD UN INDEGNO TIRA E MOLLA

L’InternationalWebPost sostiene la musealizzazione dello storico Incrociatore

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Chi abbia avuto la possibilità di una osservazione, a distanza ravvicinata, dell’Incrociatore Vittorio Veneto nel suo negletto abbandono, sembra abbia potuto coglierne l’aspetto ancora lontano da un relitto senza altra possibilità che quella di essere avviato a divenire “lamette da barba con marchio turco”. Dall’esterno, sembra presentarsi senza niente di irreparabile, con un galleggiamento in perfetto equilibrio e con la poppa allineata normalmente a fronte della banchina, mentre il possente slancio dei 180 metri di lunghezza si conclude nell’intatto svettare della prua, come se pronta a dominare il mare.

Annoverando, pur sempre, un vissuto cinquantaquattrenne, certamente avrebbe bisogno di appianare o mascherare qualche inevitabile insulto del tempo: così la ruggine che punteggia qua e là lo scafo e, compatta, copre la fascia emergente della carena dove però affiora anche qualche macchia rossa che potrebbe essere tenace residuo di “minio”.

Alla vista di una struttura che, comunque, appare resistente oltre ad esercitare l’indubbio fascino di sempre, è ancora più inaccettabile la prospettiva della demolizione, per cui si svenderebbe come “ferro vecchio contaminato” quello che, pure, si diceva dovesse destinarsi a nuova vita, quale prima Nave –Museo Nazionale.

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In realtà, il Vittorio Veneto era quasi giunto all’approdo museale a Trieste dove, attraverso la Sezione triestina dell’Associazione Nave Museo Vittorio Veneto-Cimelio Storico poi sostituita dalla redazione triestina dell’InternationalWebPost, nel corso di un quinquennio si erano intrecciati contatti con le Istituzioni locali perchè assecondassero il progetto di musealizzare il famoso Incrociatore, secondo la stessa dichiarazione di intenti della Sovrintendenza Archeologica FVG, nella persona del dr.Luigi Fozzati, in base alla quale si era tenuta anche la riunione del 10 Ottobre 2013, a Roma, presso lo Stato Maggiore M.M.

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L’apice di quanto “seminato” sembrò essersi raggiunto in data 24 Maggio 2016; quando, in visita a Trieste, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti ebbe modo di cogliere l’intesa finalmente raggiunta anche fra il Comune e la Regione FVG e si pronunciò sullo “stanziamento di 50 milioni di Euro per l’allestimento del Museo del Mare nei magazzini 24 e 25 del Porto Vecchio contestualmente alla musealizzazione, a carico della regione FVG, dell’Incrociatore Vittorio Veneto che, essendone stata già verificata la trasportabilità scortato da un rimorchiatore di altura, avrebbe risalito l’Adriatico in sette giorni dalla richiesta del Comune di Trieste".

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A corroborante integrazione, in data 17 gennaio 2017, la Governatrice FVG Debora Serracchiani precisò:”Esiste un impegno del Ministero della Difesa per la bonifica e messa in sicurezza dell’Incrociatore Vittorio Veneto”.Però, proprio riguardo a questo impegno ci sarebbero stati solo segnali elusivi che, nella programmazione in itinere a Trieste, avrebbero reso difficoltoso assecondare in pieno le condizioni del finanziamento. Infatti, una chiara indicazione circa la posizione della Marina Militare sarebbe emersa da una intervista al Nuovo Quotidiano di Puglia, in data 27 luglio 2017, rilasciata dall’Ammiraglio Eduardo Serra del Comando Sud che avrebbe glissato del tutto sul coinvolgimento del Vittorio Veneto nel finanziamento per l’allestimento del Museo del Mare a Trieste.

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In buona sostanza, era stato l’annuncio di un giro di boa in direzione di quella determinazione alla rottamazione che, recepita o meno nel successivo accordo operativo firmato a Trieste in data 25 Settembre 2917, sembrerebbe avere ricevuto il “viatico” portato a Taranto, in data 6 dicembre 2017, dal Commissario per le bonifiche Vera Corbelli che si era espressa con toni chiaramente allarmistici e iperbolici, dicendo che l’Incrociatore sarebbe“amianto allo stato puro” per cui, riguardo a bonifica e musealizzazione, “a fronte di una spesa di 150 milioni di euro, meglio lasciarlo a chi lo voglia, non avendo da mostrare altrettante bellezze quante ne ha Taranto”.

Ma, a ben vedere, tale parere presentava più di un controsenso.

Innanzitutto, un allarme tanto amplificato non poteva tendere ad altro che ad essere di appoggio alla demolizione dell’Incrociatore, non essendoci via alternativa nel consiglio paradossale che la Corbelli sapeva di non rischiare affatto che venisse colto dando ad altri ciò che aveva detto di considerare “amianto allo stato puro”.

Altrettanto, del tutto in modo inconferente, la Corbelli aveva indirizzata a Taranto l’opera di dissuasione a desistere dalla musealizzazione; mentre, tutt’al più, tale monito andava diretto a Trieste dove era in predicato la musealizzazione del Vittorio Veneto.

In realtà, più che essersi ricercata la scontata eco di un allarme che, apparentemente a senso unico per Taranto, non avrebbe potuto mancare di avere effetto dissuasivo proprio per Trieste; serviva investire soprattutto Taranto del sospetto di ritrovarsi gravata di una bomba ecologica da cui dovere essere improrogabilmente salvata.

In tale verso, era scontato che si sarebbe affrettata proprio la Marina Militare, fregiandosi dell’opera meritoria di liberare il tratto tarantino dello Jonio dall’immane pericolo “amianto allo stato puro” insito nel Vittorio Veneto che, però, proprio quello stesso mare aveva avuto come residenza abituale, ormai da mezzo secolo, sino da quando ritornava alla base dal suo lungo andare, per missioni di pace, in giro per i mari del mondo.

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Così pure, va da sè che, in base al monito allarmistico della Corbelli, la stessa Trieste non può che risultare ampiamente giustificata se non inoltra la richiesta di mandarle l‘Incrociatore; per cui, attinge tranquillamente al finanziamento, annunciato dal Ministro Pinotti e stanziato dal MIBACT, magari riversandolo nell’ampliamento del Museo del Mare con ulteriori magazzini del Porto Vecchio, anche con spolvero e lucidatura di simboli asburgici come il pontone Ursus.

A questo punto, bisogna avere il coraggio di rivendicare l’assegnazione, da parte del MIBACT, almeno di altrettanti 25 milioni di euro che, come parte del finanziamento che sarebbe servito per salvare l’Incrociatore a Trieste, possono essere impiegati perchè sia riconsiderata la musealizzazione a Taranto.

Naturalmente, andrebbe rimandato al mittente l’allarme gratuitamente amplificato con cui, al Vittorio Veneto- “amianto allo stato puro”, era stato contrapposto un costo stratosferico di 150 milioni di euro, su calcoli non documentati e inficiabili con le stime, da anni risultate concordanti, sulla previsione di un impegno di 10-20 milioni di euro.

Peraltro, si avrebbe un sicuro recupero in termini di prospettive di incremento di risorse economiche grazie alla indubbia attrazione turistica di quello che sarebbe il primo prestigioso Museo Navale Italiano.

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Questa concreta possibilità di salvare il Vittorio Veneto va perseguita con determinazione. D’altra parte, come non vergognarsi anche dell’indegno "tira e molla" in cui, prima di deciderne la distruzione, si è tenuto l’Incrociatore che, in virtù della sua unicità e pregio, rimane un Bene Culturale di grande valenza Storica, avendo attraversato tanta parte della nostra Epoca Moderna come emblema di onore e vanto, non solo per la nostra Marina Militare ma per tutta l’Italia, della cui conquistata Unità, proprio nel nome Vittorio Veneto riverbera la memoria e il monito della pace costata un immane sacrificio umano.

Rosa Cavallo

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