IMMERSI MA DISTRATTI

L’attenzione la valuta più preziosa

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cms_22179/1.jpgFu l’economista Herbert Simon a coniare per primo l’espressione “economia dell’attenzione”, definendo in particolar modo l’attenzione una riserva di risorse cognitive che vanno distribuite tra diverse attività, e che occorra amministrarne il dispendio in una condizione di disponibilità limitata.

Anche la psicologia qualche anno dopo arrivò a definire l’attenzione, secondo le parole di uno dei più noti psicologi americani, William James, come la presa di possesso da parte della mente di uno tra più oggetti o flussi di pensiero.

James sottolineò come l’attenzione consista nella selezione di alcuni elementi o contenuti a discapito di altri. Sbirciando poi qualche dizionario si arriva a chiarire come il concetto di attenzione possa riassumersi in un processo selettivo che implica diverse fasi, come la selezione, la percezione, la rappresentazione, la coscienza e il contesto. Ciò che oggi, è il caso di dire, attira la nostra attenzione, è come lavori e operi l’economia dell’attenzione all’interno degli ambienti digitali nei quali siamo immersi, e in questo senso Facebook, Google e Amazon sono parte di un modello economico in cui essi appaiono come i giganti dell’attenzione.

cms_22179/2.jpgI modelli operativi richiamano nei contesti della rete modalità specifiche come per esempio quella dell’immersività dell’utente in ambiente digitale, un’esperienza sensoriale in cui predominano sia la vista che il tatto. Nonostante i nostri sforzi e il nostro impegno il rapporto con internet ci pone in una posizione di soggezione nei confronti della mole di informazioni e stimoli presenti nel web. Il grado di attenzione, volontaria e involontaria, che ci spinge a concentrarci su un determinato contenuto, subisce stimoli esterni che interrompono il nostro flusso attentivo nei confronti di un dato oggetto per smistarlo e frammentarlo verso altri (per esempio le notifiche del cellulare). Una completa immersione della nostra attenzione in attività come ascolto, lettura o altro diviene difficile se non impossibile da ottenere se non ricorrendo a una rottura dell’esperienza immersiva. Ogni contesto mediale usa forme di stimolazione dell’attenzione; oggi il panorama tecnologico nel quale siamo immersi, ci pone invece a confrontarci con modelli attentivi differenti rispetto ai media del Novecento. L’enorme potenzialità immersiva delle tecnologie digitali permette sì di sperimentare forme estetiche inedite, ma porta con sé anche una perdita di riflessione e una fruizione dispersiva. La ricchezza di stimoli dell’ambiente digitale inoltre ci pone davanti al problema di dover affrontare, e risolvere, più problemi alla volta (multitasking), una tendenza che piena di costanti richiami all’attenzione non fa altro che indebolirne la resistenza. Qui allora bisogna riferirsi a un’economia dell’attenzione che mira in particolar modo alla sua vera natura, cioè di attivazione di modelli di business legati alla performance richiesta all’utente/lavoratore per incentivarlo alla massimizzazione del profitto aziendale.

cms_22179/3.jpgLa nostra presunta trasversalità e capacità di multitasking sarebbe allora non una qualità del soggetto post moderno ma il frutto di una riconfigurazione tecnologica della nostra società che richiede obiettivi specifici da raggiungere in sempre meno tempo. Le aziende (tutte) hanno compreso, dopo aver compreso appieno il funzionamento perverso del panorama digitale, che la loro sopravvivenza dipende, come lo ha ben definito Matthew Hindman, dalla “stickness” (appiccicosità), ovvero dalla capacità di attrarre utenti, di farli rimanere più a lungo sul loro sito, di farli tornare più e più volte. L’economia dell’attenzione digitale rappresenta uno snodo centrale nella vita pubblica perché è decisiva nello scegliere quale tipo di informazione vedranno i cittadini. Le oligarchie del web, i grandi siti, le major digitali favoriscono chi ha risorse da investire, come denaro e potenza di calcolo da dirottare possibilmente su un pubblico già consolidato, un insieme di utenti i cui gesti quotidiani assumono sempre più le sembianze di produttori di dati, una Babele incontrollata su cui la mente umana non ha più controllo. Meglio allora delegare a un algoritmo le nostre scelte, del resto chi meglio di lui ci conosce in una società pluri frammentata?

Andrea Alessandrino

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