INNOCENZO X (I^)

Ritratto di un Papa e della… Papessa Donna Olimpia Maidalchini (“La Pimpaccia”)

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Salendo lo scalone per accedere al primo piano del Museo Nazionale Di Ravenna, si trovava, qualche tempo fa, sulla sinistra in una nicchia oscura, che contrapposta al chiarore dei gradini di marmo chiaro, appariva ancora più oscura, un busto quasi nero (forse per la polvere o forse così lo vedevo io) raffigurante Innocenzo X.

Questo busto era collocato un tempo, sulla Porta Pamphilia, chiamata oggi dai ravennati Porta Nuova, che era stata edificata in onore del pontefice Innocenzo X Pamphili, come ringraziamento alla realizzazione del canale “Panfilio” che dividendosi dal corso del vecchio Candiano, attraverso la pineta passava accanto all’antica basilica di Sant’ Maria in Porto, terminando in una darsena vicina alle mura di Ravenna. Con quest’opera si realizzava il ritorno di Ravenna al mare, (al tempo di Ravenna capitale il mare arrivava alle sue mura) un avvicinamento che oggi si vuole recuperare con molti sforzi da parte del Comune di Ravenna: un’ iscrizione latina su una lastra, ancora oggi esistente sulla porta, recita più o meno così: “Trova la colomba un nuovo mare così come Colombo trovò una nuova terra, Nettuno a Cerere, le navi entrano con l’aratro, dove un tempo, Nettuno a Cerere, le navi si erano ritirate dall’aratro”.

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Alessandro Algardi o sua maniera?- Innocenzo X- Museo Nazionale-Ravenna

Lo sguardo corrucciato del Papa mi ha sempre molto colpito, così come il fatto che la sua stizza, il suo sdegno sia giunto ai posteri, tramite gli artisti sino alla contemporaneità. Il Papa aveva tutte le sue ragioni di essere stizzito, se da una parte col Giubileo arricchì Roma di eterne bellezze (Piazza Navona per esempio) dall’altra ebbe tutta una serie di grossi problemi. Subito dopo la sua elezione, Innocenzo X intraprese un’azione legale contro la famiglia Barberini per la loro appropriazione indebita di rendite degli uffizi pastorali, senza contare palazzi, opere d’arte e oggetti preziosi. I Barberini, che erano malvisti anche dal popolo romano, fuggirono a Parigi, sotto la protezione del cardinale Mazarino.

Innocenzo X non cedette alle intimidazioni che provenivano dalla Francia fino a quando Mazarino preparò l’esercito per scendere in Italia. Da quel momento, la politica papale nei confronti della Francia divenne più “morbida” e in seguito i Barberini ritornarono a Roma e vennero riabilitati. Tutto questo “era condito” col giansenismo, un movimento religioso, che fece proprio l’ideale di vita ascetica professata da Giansenio.

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Porta Pamphilia- Porta Nuova- Ravenna

I giansenisti, considerati poi eretici dalla Chiesa, ritenevano l’uomo incapace del bene in modo completo. Per loro soltanto pochi eletti potevano salvarsi, comunque tutti dovevano avere il più assoluto rigore morale, seguendo la Bibbia e gli scritti dei Padri della Chiesa. I loro avversari più agguerriti furono i gesuiti che ritenevano invece che la salvezza fosse sempre a portata di ogni individuo, alla sola condizione che seguisse i precetti della Chiesa.

Semplificando molto, moltissimo, i giansenisti ritenevano che solo grazia divina era in grado di conoscere il bene mentre i gesuiti sostenevano invece che l’uomo conserva la possibilità di scegliere il bene anche dopo il peccato originale. Chi avesse ragione non si sa, ma gesuiti e giansenisti fecero una battaglia infida e spietata fra di loro, creando ancora più scompiglio durante la cosiddetta Guerra dei Trent’Anni, che provocò una generale crisi economica in tutta Europa, la popolazione si ridusse della metà a causa delle carestie e delle epidemie provocate dalle devastazioni.

In tutto questo sconvolgimento Innocenzo X ebbe a che fare con una cognata, Olimpia Maidalchini, nota come Donna Olimpia, che gli rese la vita assai pesante. Si può ipotizzare il cruccio di Innocenzo: se non era in grado di riuscire a creare una pace familiare, come poteva sperare di realizzare l’armonia nella grande famiglia della Chiesa? Forse fu questo il pensiero di Innocenzo nel “sopportare pazientemente” Donna Olimpia.

Nella chiesa di Santa Maria Immacolata in via Veneto, a Roma, si conserva un dipinto famoso, nonostante copie ben riprodotte si trovino, un po’ ovunque, all’interno di istituzioni pubbliche, case private, chiese, persino in una cappella nel Santuario della Santa Casa di Loreto: il “San Michele arcangelo che combatte contro Satana” (1635), un olio su seta, opera di Guido Reni, si trova in questa piccola chiesa che cela bellezza, mistero, leggenda e superstizione.

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Mochi Francesco-Ritratto del cardinale Antonio Barberini (foto Fondazione Zeri)

La chiesa e l’annesso convento furono edificati per volontà del cardinale Antonio Barberini (1569-1646), religioso cappuccino e fratello di papa Urbano VIII. Sotto il lato destro della chiesa, nella cripta, custodisce un macabro museo con i resti mortali di circa 3.700 frati cappuccini, morti tra il 1528 e il 1870. Vi si accede da uno stretto corridoio, percorrendolo si trovano sulla destra delle stanze coperte di stemmi, lampadari, clessidre, falci, tutti eseguiti con teschi, tibie, femori e interi scheletri e una moltitudine di monaci incappucciati e mummificati con indosso il saio, confesso che sono ancora amareggiata per aver voluto visitare questi ambienti, nonostante sappia che questa scelta decorativa assai macabra abbia lo scopo di sottolineare che il corpo è solo un contenitore e che quando l’anima non c’è più, può essere usato come un contenitore qualsiasi, la mia sensibilità ne è stata assai scossa… il destino ha voluto che via Veneto diventasse poi la via della fama e della dolce vita, sembra quasi un ulteriore cattivo ammonimento. A questo cimitero decorativo di morti cappuccini è legata un’altra superstizione, quella del gioco. Si racconta che nell’Ottocento, nel monastero viveva un frate di nome Pacifico, questi era molto amato dal popolo perché forniva ai fedeli i numeri vincenti per giocare al lotto; per questo fu mandato via in un altro convento, le persone si radunarono per un ultimo saluto e il frate regalò un’ultima previsione dando addirittura una cinquina con questo verso: “Roma se santa sei, perché crudel sé tanta? Se dici che sé santa, certo bugiarda sei!” che i romani interpretarono in 66,70,16,60 sbancando il lotto.

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Simone Cantarini- Ritratto del Cardinale Antonio Barberini

Dopo questo preambolo, non stupirà che anche il dipinto di cui mi accingo a scrivere abbia qualche stranezza, come un po’ “strano” doveva essere il cardinale Antonio Barberini, in quanto sebbene chiesa, cripta e convento furono edificati per suo volere, che lui stesso facesse parte dell’ordine dei cappuccini e che la sua tomba sia tuttora conservata all’interno della Chiesa, dai suoi ritratti pare un uomo mondano, elegante e schizzinoso, ciò non stupisce perché visse alla corte francese di Luigi XIV, dove si era rifugiato causa la guerra di Castro, nonostante questo riuscì a riconciliarsi con Papa Innocenzo X , fece ritorno e fu reintegrato nelle sue precedenti cariche, da questo momento diventò persecutore dei peccatori e rigido alfiere dell’ortodossia contro i giansenisti.

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Antonio Barberini in un ritratto del 1625 nelle vesti di Gran priore per Roma dell’Ordine di Malta

Paola Tassinari

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