INSULTARE VIA SOCIAL...UNA TENDENZA PERICOLOSA

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cms_32341/1.jpgOffendere per il gusto di farlo; insultare per ottenere visibilità; minacciare come nuova tendenza nell’ormai noto fenomeno dell’hate speech. Non solo vip, ma anche persone comuni sono ormai vittime di espressioni ingiuriose e offensive nei loro confronti a causa di un post o un comportamento avuto in pubblico o fonte di gossip. Tom Holland, Lapo Elkan, Selena Gomez, e la lista potrebbe continuare, sono solo alcuni dei nomi di personaggi pubblici che hanno deciso o di sospendere la loro presenza social o, addirittura, stanchi della persecuzione d’odio, di decidere di abbandonare definitivamente le piattaforme. Gli account social non sono luoghi franchi all’interno dei quali ognuno può dire ciò che vuole senza incorrere in qualche forma di reato, proprio perché si comunica a una platea di persone, incorrendo in taluni casi, in ipotesi di diffamazione o, in casi diversi, nell’ingiuria. La diffamazione online è ormai un fenomeno molto diffuso nel mondo digitale e colpisce, soprattutto, i personaggi pubblici.

cms_32341/2_1699168777.jpgL’utente online, come detto, non è esente dal rischio di essere denunciato e di dover affrontare un processo penale in caso di diffamazione, un reato previsto dal Codice Penale (art. 595), e che punisce chiunque diffonda notizie false e lesive dell’onore e della reputazione di una persona, pena che diventa più severa nel caso in cui la diffamazione avvenga attraverso l’utilizzo di internet o di altri mezzi di comunicazione di massa (art. 595-bis c.p.). Le conseguenze per chi diffama e dunque per molti utenti che usano le piattaforme come un luogo in cui vomitare il loro disprezzo e rancore, possono essere varie. L’utente può essere condannato a pagare una multa, a seconda della gravità del reato commesso, ma può anche essere condannato a risarcire il personaggio pubblico per il danno subito, sia dal punto di vista economico che morale. Il fenomeno della diffamazione online dei cosiddetti vip è diventato ormai una cattiva abitudine da non sottovalutare, portando a comportamenti illeciti utenti del tutto inconsapevoli delle conseguenze legali e reputazionali che egli può subire. La libertà di espressione ha dei limiti nel momento in cui incontra i diritti e la dignità di altre persone.

cms_32341/3.jpgI social, pertanto, non sono luoghi esenti dal diritto: alcune sentenze, infatti, hanno equiparato la diffamazione su internet e sui social alla diffamazione a mezzo stampa o a mezzo pubblicità, perché destinata a un pubblico vasto, applicando di conseguenza la pena più grave. Scaricare in rete e sui social sentimenti di violenza, frasi omofobe, rabbia e frustrazione senza avvertirne nessun senso di colpa, è legato alla falsa percezione, diffusissima tra gli utenti, secondo cui la rete è una zona franca dove è possibile rimanere impuniti se si pronunziano o se si diffondono sentimenti d’odio. Pochi ricordano che i social sono prima di tutto comunità di persone e le stesse persone sono al centro della discussione che divampa nei trend topics e nei post. Pertanto si potrebbe giungere alla conclusione che i social non siano la causa dell’odio ma il mezzo di propagazione e che siano gli stessi utenti a odiare, ovvero a provare, così come è stato detto da Umberto Eco, un vero e proprio senso di identità nel momento in cui provano odio. Il problema allora oltre ad essere identitario e insito nella natura umana dell’individuo, è anche comportamentale, di mancanza di buona educazione, ovvero come ha detto Matteo Grandi nel suo bel libro “Far Web” «di uno slittamento del comportamento verso frontiere inedite», sul quale influisce «il medium e, soprattutto, la percezione che l’utente ha di quel medium».

Andrea Alessandrino

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